ZI' PEPPE TRA I VIVI
Franco Penza
Anche questa mattina ho preparato la busta di plastica, contenente giornali da
dare a Zi’ Peppe, il raccoglitore di carta di Piazza Nazionale. Esco di buon
ora, giungo davanti al terraneo e trovo la porta chiusa. Con la busta busso.
Silenzio di tomba. M’immergo nella piccola abitazione, in cui quest’uomo ha
trascorso cinquant’anni, in cui dorme, mangia, defeca, conserva carta e cartoni,
ricorda il grande amore della moglie, che gli ha lasciato la pensione, in quanto
lui non è stato mai alle dipendenze. Carrettiere di fama, ormai rudere, ripete
da oltre quindici anni che la moglie non sarebbe dovuta mai morire. Mi racconta
episodi gustosi di gente del rione, di corna, di inganni, di mantenute
arricchite, di sue avventure galanti, dei suoi tradimenti. Questa mattina mi ha
salutato come sempre. Ho visto la sua sagoma trasparente, ho sentito la sua voce
fioca ripetere di aver vissuto per quindici anni senza la moglie, solo in una
stanzetta, con una radio a tutto volume, con i vermicelli e salsa la sera e pane
e provolone a mezzogiorno. “Sulo chesto saccio fa!”. ”Me ne vaco!” e si
allontana per raggiungere i vivi, lasciando i morti seppellire i morti. Semplice
tra i semplici. Zi Peppe resta un monito per tutti noi che corriamo dietro le
chimere.
L’INFINITO 1978
In questi ultimi tempi è finito un professore di medicina. La moglie mi ha
donato la sua biblioteca, con il permesso dei nipoti e dei parenti tutti, che
hanno gareggiato a spogliarlo da vivo e da morto. Il sacrificio di un
“miliardario”, stretto di mano, però, è andato al vento. Morale della favola
diceva mio padre:” Non depone!” E condensava in due parole tutto il suo dramma
esistenziale, che davanti ai grandi eventi della storia, nulla poteva.
L’uomo è rimasto nelle caverne, con i suoi limiti. Altrimenti non saremmo a
tirarci sassi sul viso.