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UNA VITA SBAGLIATA DI FRANCO PENZA?
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Antonio Fedele Cesi - Appunti
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Per il popolo, se non guadagni una barca di soldi, sei un uomo sbagliato. E così giustifico il titolo del mio libro.
Nel 1940, dopo anni di militare in Africa Orientale, Peppino Penza da Napoli raggiunge Torre del Greco per lavorare nel Convalescenziario Bottazzi per tubercolotici, dove incontra Ida Paduano da Ercolano, che gli darà quattro figli. Nel 1941 matrimonio a giugno. In maggio nasce Franco. Nel luglio del 1942 Peppino litiga con l’economo, gli dà un ceffone, perché lo multa per aver dato del carbone dalla cucina dell’ospedale ai poveri del villaggio, che soffrono il freddo e non possono cuocere un cucchiaio di fagioli.
Nulla da fare: a Peppino, messo fuori, cadde il mondo addosso. La moglie già aveva abbandonato il lavoro per seguire il marito e fu notte fonda: Franco s’ammalò e, avvolto in una coperta, fu posto accanto all’urna del beato Vincenzo Romano.
Dal 1942 al 1945 Franco, con la famigliola, peregrinò per l’Italia e a Greci e a Savignano, nella Baronia avellinese. Nell’aprile del 1945 fu ospite della sorella della madre sino al 1947, anno in cui la zia decise di sposare in seconde nozze un vedovo con cinque figli.
Continuarono le dolenti note. Sul lastrico adesso i quattro per la nascita di Enrico. Nel 1948 nella sala del convento degli Zoccolanti, migliore del lastrico, dove nacquero L’INFINITO, IL PENZATORE, LE DUE TORRI, e le Filodrammatiche di Mario Ginelli e di Gianni Pernice.
Franco frequentò le scuole normali, ma non completò il ciclo per ragioni economiche. Nel 1959 lavorò per un anno presso un’Azienda Tipografica. Dal 1960 al 1965, nell’Istituto d’Arte incontrò gli artisti Bresciani e Barisani.
Nel 1966 e 1967 frequentò l’Accademia di Belle Arti, sezioni di pittura e scultura dirette da Emilio Greco e Augusto Perez e i corsi serali di nudo di Russo.
Nel 1960, dopo un incontro a pugni nudi con un energumeno, s’iscrisse ad una palestra di pugilato.
Nel 1961 partecipò ai campionati nazionali di pugilato, ma fu fermato da infortunio. Anche con il calcio iniziò e finì con un intervento chirurgico al ginocchio dx.
Dal 1963 al 1973 diresse la compagnia teatrale I QUATTRO, interpretando Gesù, Armenzio, Razullo. Con Borriello, Bozzetti, Micera ed il sottoscritto.
Tenne mostre personali e collettive di pittura. Ma il dilemma: Arte astratta o concreta non potette risolvere per questioni sociali.
Nel 1968 e 1969 nei cantieri di lavoro. Iscritto nei Movimenti artistici democristiani, partecipò ad una elezione del Sindaco. Esperienza politica drammatica e chiusura.
Scrisse IL MALEDETTO INCASTRO, L’OSPITE E’ SACRO e SINTESI ANALISI Nel 1969-1970 insegnamento tra i sordomuti e gli handicappati. Tre ragazze vogliono il matrimonio. Nel 1970 altra maturità, quando lavorava nella Boutique di abbigliamento a Chiaia. Appena guadagnò qualche soldo, s’iscrisse all’Università di Lettere e Filosofia e conseguì in meno di quattro anni la laurea. Con due professoresse idilli. Non dimentico di dire che il Nostro era alto 1,80 su 70 chili, bruno, con baffi e sguardo magnetico. Oggi quintale e capelli bianchi.
Nel 1976 sposò la crocerossina - musicista. Dopo la laurea in Filosofia, conseguì la laurea in Medicina e Chirurgia e specializzazioni varie. Ultima, in ordine di tempo, la psicoterapia.
Una donna si rimodellò il seno, un’altra il naso, un’altra il piede, ma non riuscirono a strapparlo alla monogamia.
Lavora alla Sanità per vivere, ma da volontario nell’Ambulatorio della Carità, nella Casa dello Scugnizzo e all’Istituto Colosimo per ciechi, è a disposizione degli extracomunitari, degli anziani, e degli abbandonati sulla strada da mestatori di governi mondiali nevrotici e insensati.
Quante tasse ha dato allo Stato? 33 anni tra scuola e Università. E’ autore di poesie, farse, novelle, poco diffusi per questioni di Editoria e di politica. Oggi, superato un problema di salute, io gli dedico UNA VITA SBAGLIATA? per ricordargli che nella mia infanzia molti avvenimenti ho vissuti insieme a Lui nel bene e nel male.
Fine dicitore della poesia napoletana, canta insieme alle anziane delle Case di Riposo con musica di Nunzia, accompagnatrice.
Il cap. 1 è trattato da Guido Cafiero, che ha scritto sugli Zoccolanti. Il cap 2 Lo schiaffo è di Italo Sarcone, che ha spiegato la genesi di una vita difficile. Nel cap. III Salvatore Flavio Raiola tratteggia l’attività teatrale. Nel cap. 4 il pugilato. Nel cap. 5 la poesia con SINTESI-ANALISI, nel cap. 6 la pittura con la storia del figurativo napoletano, nel cap. 7 il Giornalismo con i quarantacinque anni de L’Infinito, nel cap. 8 la Casa dello scugnizzo, nel cap. 9 l’Ambulatorio della Carità, nel 10 attori e attrici intervistate.
Davvero siamo davanti a Una vita sbagliata? Franco Penza, per non annoiarsi in una vita incolore di cibo, sesso e sonno, ha vissuto le sue esperienze, nascendo nel convento degli Zoccolanti durante la guerra, con il teatro dentro di sé, quindi non ha difficoltà ad inserirsi, perché figlio d’arte, pugile per imparare la vita intrisa di violenza, poeta per il mondo offertogli dal Creatore, pittore malinconico per la contemplazione del paesaggio della sua anima, giornalista per conoscere meglio la gente sul trespolo e per permettere a tutti di esprimersi, da medico nella Casa degli ex Scugnizzi e nell’Ambulatorio della Carità dà una mano agli anziani, ai senza tetto, agli extracomunitari abbandonati al loro destino da una politicadissennata.
Un invito alla meditazione.
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IL CONVENTO DEGLI ZOCCOLANTI E L’INFINITO |
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di Guido Cafiero
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Il Convento dei frati Francescani “Zoccolanti” e la
Chiesa Madonna delle Grazie si trovano all’ingresso
della città di Torre del Greco. La Chiesa e il convento,
in una posizione incantevole, ospitavano i francescani
minori (detti osservanti) che rimarranno in quella sede
per oltre due secoli (1578 al 1811) fino alle leggi di
soppressione degli ordini. A sinistra della chiesa, Capo
La Torre, un piccolo spazio a giardino con un monumento
che ricorda l’eruzione del 1861. Il convento costituiva
l’infermeria di Santa Maria La Nova di Napoli, di fronte
all’Ambulatorio della Carità. Il complesso d’antica
costruzione forse è opera del fra Domenico Della Torre e
dell’arcivescovo Ottavio Acquaviva. La lava del 1794,
che aveva distrutto la porta di Capo La Torre, arrivò
per metà dell’altezza della chiesa. Il livello del suolo
prospiciente la parte frontale della chiesa è rimasto da
allora sollevato. La chiesa fu ristrutturata e
restaurata per la parte che si era salvata e il
finestrone del secondo ordine fu convertito nell’attuale
porta d’ingresso. Il convento invece si presenta con una
mole rude e massiccia. Dopo l’eruzione del 1861 ospitò
un Asilo d’Infanzia Municipale. Attualmente occupato
dalle suore dell’Addolorata, conserva nel chiostro al
piano terra, con accesso dalla sottostante Via Madonna
del principio, numerosi affreschi settecenteschi. Sono
ancora leggibili episodi della vita di S. Francesco
d’Assisi. Nella campagna esterna all’edificio, il
terreno di sepoltura dei monaci. Il convento divenne la
sede dal 1825 del Ritiro della Visitazione per
giovanette orfane. Nel 1930, per volontà del rettore Don
Pietro D’Amato, fu arricchita d’affreschi dal pittore
Raffaele Sammarco, con episodi della vita della Madonna,
degli Evangelisti e degli Angeli.
Negli ultimi anni della seconda guerra mondiale, un gran
numero di famiglie e di civili si allontanarono dai
luoghi di maggior rischio bellico, raggiungendo in
qualche modo le zone abitate ad una certa distanza da
Napoli.
Erano i cosiddetti sfollati. Quanti napoletani, nati in
quel periodo e in quei luoghi, conservano tuttora nei
ricordi e nella formazione, l’impatto emotivo di quegli
anni trascorsi in maniera precaria e difficile. Tuttavia
in molti quella condizione ha temprato lo spirito e la
coscienza. Era un esilio di speranza per avere un
domani. Un domani che da quei luoghi prendeva radici
mentre nel tempo il passato si andava trasformando in
ricordo mitizzato, che diventava sempre più un valore,
su cui improntare il futuro. Lo spirito dei francescani
segue ancora ovunque Franco Penza. Nel convento sono
nati L’INFINITO, IL PENZATORE, le poesie italiane e
napoletane di Giuseppe Penza, Peppino, sfollato con
altre famiglie. Alcuni numeri de IL PENZATORE sono stati
composti a mano da Franco giovinetto con i caratteri
mobili nella nascente tipografia Mari. Quei giornali
tentarono di guidare e di essere di sprone alle
amministrazioni sonnolente dell’epoca ed esplorare il
mondo e l’Arte. Molte di quelle voci non si sono ancora
sopite.
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LO SCHIAFFO
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di Italo Sarcone
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Tutto ebbe inizio da uno schiaffo.
Un gesto che a nessuno piace compiere, perché non è
certo un gesto simpatico.
Ma talvolta scaturisce nostro malgrado, quasi strappato
alla mano che prude.
Nel caso di Franco Penza, l’eco di uno schiaffo si
ripercosse sulla sua intera esistenza.
Lo schiaffo fu quello che suo padre, quando Franco era
appena nato, collocò, forse a ragione, forse a torto, ai
posteri la sentenza, sul viso del proprio diretto
superiore, quando lavorava presso il Convalescenziario
Bottazzi di Torre del Greco.
Eppure fra i due, Giuseppe e il suo superiore, esisteva
un’amicizia a prova di bomba, tanto che Giuseppe aveva
svolto in favore dell’altro un compito molto delicato,
presentando da parte di lui la richiesta di matrimonio
alla donna da lui amata.
Poi, lo schiaffo.
La cosa andò così. Giuseppe aveva dato a dei poveri
cristi un po’ di carbone, attingendolo alle scorte
dell’ospedale, perché potessero cucinare qualcosa e
scaldarsi. Fidando nella sua buona fede, non aveva
neppure pensato a chiedere il permesso, probabilmente
ritenendo che per un’azione caritatevole non c’è bisogno
alcuno di permessi.
Ma il superiore non la pensava in questo modo:
rimproverò aspramente Giuseppe che non capì la reazione
dell’amico; in fondo, lui, quel carbone non lo aveva
sottratto per sé. Nonostante tutto, il superiore gli
affibbiò una multa. A questo punto Giuseppe non ci vide
più e appioppò all’amico un sonoro ceffone.
Abbiamo detto che l’amicizia fra i due era a prova di
bomba; non a prova di schiaffo, evidentemente.
Il superiore fece licenziare Giuseppe, che si vide
all’improvviso, letteralmente, non metaforicamente,
sbattuto in mezzo a una strada.
Ho raccontato la storia così come Franco me l’ha
raccontata una sera; anche a lui l’hanno raccontata,
perché, l’abbiamo detto, a quel tempo era appena nato:
l’episodio faceva ormai parte degli annali della
famiglia e, per le sue conseguenze, non poteva essere
certo dimenticato.
Fin dal primo momento in cui l’ascoltai, mi sembrò di
assistere lo scontro, che in sé, nonostante le modeste
dimensioni, ha qualcosa di epico: non parlo solo del
fatto che da esso fu condizionata la vita di due
generazioni, ma dell’urto di due mentalità, che nella
storia continuamente si sono contrapposte, si
contrappongono e sempre si contrapporranno: l’una
attenta nell’applicare rigidamente le norme della
burocrazia e del governo in carica, credendo di “fare il
proprio dovere”, l’altra preoccupata di ascoltare la
voce della coscienza, che suggerisce qual è il “vero
dovere”. Non mi fu difficile comprendere anche le
“ragioni” del superiore, che si era sentito tradito
nella fiducia accordata a Giuseppe. Questi d’altro canto
non poteva capire perché l’amico non approvasse un
naturale gesto di umana solidarietà: questo stupore si
tradusse in uno schiaffo che, per il superiore,
rappresentò un vero e proprio atto di rivolta nei
confronti dell’autorità costituita. A questo punto il
dissidio era divenuto insanabile: non si dimentichi che
l’episodio accadde nella società rigidamente
gerarchizzata del Ventennio.
Forse, prendere la decisione di denunciare Giuseppe e
farlo mettere alla porta dovette costare non poco anche
all’altro, che credeva di “fare il proprio dovere”. È in
ogni caso certo che neanche a lui, in seguito, la vita
andò bene. Per una sorta di nemesi, qualche tempo dopo,
cominciarono anche per lui una serie di problemi che gli
rovinarono l’esistenza.
Non mi sembra il caso di distribuire torti e ragioni; ma
mi viene naturale una considerazione. Nel corso della
storia, tra i sostenitori della coscienza si annoverano
dei martiri. Di contro, spesso, tra i sostenitori del
dovere e della norma ci sono i persecutori.
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IL TEATRO
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di Salvatore Flavio Raiola
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Franco, figlio di artisti, fu Pulcinella ne Le avventure
di Pinocchio nel 1953, a 11 anni. La scuola e il lavoro
lo tennero però lontano dal palcoscenico sino ai venti
anni. Poi con il Teatro del Popolo nel marzo 1964 ne La
Redenzione, con Gianni Pernice regista, fu il sacerdote Gamaliele.
La stampa dell’epoca scrisse :”… Giuda-Borriello,
Gamaliele-Penza e Simone-Pernice toccano i vertici della
drammaticità”.
Nel Gruppo Comico Dialettale, diretto da Perna e Di
Luca, nel 1967 e 1968 ne “O Vicolo” di Viviani e “Na
jurnata ‘e guaie” di ignoto, Pericolosamente di Eduardo,
‘O Passero di Oscar di Maio, ne La Cantata dei Pastori,
con Elio Polimeno-Belfagor, Gigi Di Luca-S.Giuseppe,
Cesi- Ruscellio e Franco-Armenzio attore-scenografo, fu
breve sodalizio. Con A San Francisco di Di Giacomo
l’esperienza con gruppi filodrammatici ebbe termine.
Ne La Gattabuia Il Maledetto incastro, L’Ospite è sacro
e ‘Nu Signore puveriello di Franco, autore, attore e
regista con Enrico, Carmela ed Enzo Giglio e Cesi il 4
aprile del 1969
Nacque la compagnia teatrale I Quattro, che presentò
subito …E così sia! Dramma in tre atti di Luigi
Cavagnera con D. Alfonso Vandreil-Franco Penza,
sagrestano Mike Bozzetti, (In seguito Sarchiapone con
Razullo-Penza) Mimmo Borriello, Peppino Micera e poi
Alfredo Arrotino nel 1964 novembre.
La Passione di Cristo, libera elaborazione evangelica
di Franco-Gesù e Gamaliele-Cesi. Il 9 aprile del 1971
nella pineta della Cappella Carotenuto con Gilda
Sorrentino, Cristina Vito, Angela Izzo, Vito Nocera,
Raffaele Cirillo, Gino Pinto accadde un evento
straordinario, mentre Gesù con la croce sulle spalle,
cadde su un cespuglio di rovi, tagliò il sopracciglio a
Cristo ecominciò il sanguinamento. La mamma in sala
gridò:”Fermate il sangue!”, perché l’cchio si era
coperto di sangue.
Il 29 giugno dello stesso anno Una domanda di matrimonio
di Cechov, Quale onore di Peppino De Filippo e Il
Maledetto incastro di Franco Penza con Enrico, Franco e
Cesi.
In ottobre Povero Pate di Tommaso Pironti e La pietra
del Miracolo di W.B.Yeats con Franco, Mike Bozzetti,
Cesi, Micera.
In quegli anni dal 1968 ci fu contestazione in tutti i
campi, dalla letteratura al teatro, dalla pittura alla
scultura. C’era bisogno di un cambiamento.
A novembre Tutte surde di A. Petito, Il Maledetto
incastro di Franco e Abbasso il forloccone di V. Metz.
Con il teatro sperimentale napoletano si mise da parte
Stanislaski e cominciò il teatro d’avanguardia, seguendo
gli esperimenti europei con Jonesco, Brecht, Bechet.
Gennaro Vitello, dopo il Teatro Esse, finì nella
tradizione con Nino Taranto, Eduardo tolse la muffa ai
copioni del padre Scarpetta e riportò sulla scena il
dramma napoletano della miseria, della disoccupazione e
del tradimento (Napoli Milionaria, Filumena Maturano,
Napoletani a Milano).
I QUATTRO, come tutti gli avanguardisti, sembrarono dei
folli, ma il tempo ha dato loro ragione: il mondo è
cambiato sostanzialmente e culturalmente. Si impone un
processo di distruzione del bello e del buono, gestito
dai pochi ricconi del mondo a danno dei poveri.
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LO SPORT
Il Pugilato
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di Guido Cafiero
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Ma dove vado senza un soldo! Benché aborrisco
la violenza, per difendermi, m’iscrivo ad una palestra di pugilato. La
frequento con assiduità e non c’è nessuno che porti il destro più preciso
di me sul sacco però, perché sul ring le cose vanno diversamente. Il primo
incontro ho davanti un avversario, che non sta fermo un momento e picchia
come un forsennato. Alla terza ripresa l’arbitro mi fa:”Vuoi continuare?”
Io, che non voglio fare una figuraccia davanti a tanta gente, rispondo che
devo continuare, anche a costo di non alzarmi più dal letto l’indomani.
L’avversario picchia sempre, il suo pugno è di ferro, io non mi reggo più,
ho le gambe di legno, sto per crollare, sanguino abbondantemente, ecco il
gong, la liberazione.
Mi ritiro, a casa nessuno dice niente; io senza cenare vado a letto. Al
mattino non mi sento di alzare: ho un occhio nero e gonfio, il naso
ammaccato ed un cerotto sull’arcata sopraccigliare destra. Non posso
continuare, ma intanto cinquemila lire ogni quindici giorni mi fanno
comodo; posso comprare sigarette, posso portare in casa qualcosa: non
preoccupatevi, l’accettano! Ritorno in palestra, il maestro mi tiene in
disparte, dice che debbo fare il peso, sto ingrassando a vista d’occhio.
Non è vero: il maestro non vuol farmi combattere: sono troppo fragile per
uno sport così massacrante. Dopo reiterate preghiere decide di farmi
combattere con un forte peso leggero. Io accetto, ma l’alimentazione è
scarsissima ed io arrivo sul ring che già mi piego sulle ginocchia. Il mio
avversario alza la cresta, drizza il bargiglio: ha davanti un residuo di
uomo. In questo sport non c’è umanità, non ci può essere, è assurdo.
Bisogna picchiare, picchiare, finché l’avversario è a terra. La vista mi
si incomincia ad annebbiare, gli occhi sono gonfi, il naso sanguina. Tra
una ripresa e l’altra, seduto nell’angolo, guardo la gente in sala, che
beata si gode lo spettacolo. Il maestro mi fa ancora:”Dai, l’avversario è
fritto. Non ce la fa più!” Do l’ultimo strattone, mi alzo, sono
sull’avversario, finto alla stomaco di sinistro e gli do un diretto al
viso: l’antagonista barcolla, mi abbasso, sto per dargli un colpo allo
stomaco, ma abbassandomi mi piego sulle ginocchia … E’ finita. Ma il mio
avversario è rimasto in piedi per pura scommessa, statene certi. Un velo
nero ho davanti agli occhi. Mi sento sollevare. Poi un brivido: sono alla
doccia. Frastornato di botte, sento il petto che ansima forte. Mi
accompagnano a casa. Bussano alla porta della mia casa:”Beh, cosa c’è?
Questo signore, che non sente consigli di nessuno, che me lo portate a
fare?” Mi sveglio di soprassalto dal letargo, sento chiare le parole
proferite, voglio morire, ma piango soltanto. Singhiozzando mi butto sul
letto e vi resto fino al mattino. L’indomani la testa mi duole
atrocemente, il petto ansima ancora più forte, ho febbre altissima. La
mamma dice:”Portatelo via. Qui non c’è niente da fare”.
Questo pezzo del 1965 è tratto da “Una Vita sbagliata”di Franco Penza.
Nel 1961 ai Campionati Nazionali di pugilato
allo stadio Albricci all’Arenaccia debuttò in quella serata il campione
d’Europa Elio Cotena tra i piuma. Il peso welter leggero Franco Penza, h
m. 1,81, peso 63,500, all’angolo Vincenzo Malvone e Michele Sorrentino,
combattè con grande emozione e non solo, che gli spezzò davvero le gambe.
L’avversario rappresentava la vita, in quel momento dura. E fu sconfitto.
Ma non l’avrebbe mai potuta battere, perché non aveva ancora capito che è
l’esistenza che prepara mille e mille incontri fuori ring, dove non vi
sono sconfitte se l’orgoglio si è temperato e si è in grado di stilare
altre e diverse liste di valori.
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LA POESIA CON SINTESI-ANALISI
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di Franco Penza
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La poesia qui espressa parte dagli ideali dell’ermetismo per volare sui nostri lidi. Sono nato il 3 maggio del 1942. Ho frequentato le Università di Salerno e di Napoli (Lettere e Filosofia e Medicina e Chirurgia). Ho scritto lavori teatrali, di cui sono stato attore-autore-regista e poesie. Dirigo dal 1964 il periodico mensile L’Infinito e partecipo alla vita artistica nazionale con rassegne personali e collettive dal 1962. Collaboro in qualità di critico d’arte a riviste specializzate dal 1963. Mi realizzo con, per e nell’arte. Maggio 1975
LE STAGIONI
Culla/giovinezza/Senilità/bara/
rivolo travolgente
MAK P 100
Cento i giorni di Napoleone/
Cento per il gran cimento/
Cento gli aneliti del cuore/
LA CADUTA
Pennellata/sogno/Petalo appassito/
Raccolta nel cestino
SOGNARE
Un verdeggiar di monti/Una valle/ Una mente
Un ruscello/ Un uccello/Un fruscio di fronde
PARENTESI
La giovinezza vola/La senilità posa
DIMENTICARE
Per un attimo/Scorda le miserie
Ed accogli/La felicità
L’AMORE
Un usignolo cinguettante
In verdi zolle
OFFERTA
Il profumo di un fiore/Accetta con avidità
LA VITA
Luci tremolanti/Gioie illusioni
Elegante satira
LA FELICITA’
Lembo di cielo/Di primavera
DETTATO
La vita/La vita è/ La vita è la morte
MONOTONIA
Nascere/Crescere/Morire
Crescere/Nascere/Morire
L’ESISTENZA
Alberi/Foglie/Speranze/Palpiti
L’UNIVERSO
Cielo/Mare/Terra/Paura
PASQUA
Campane /Cristo /Ramoscello d’olivo
Nel cuore
NATALE
Presepio/Abete/Amore/Speranza.
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PITTURA
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Nel 1953 Franco vinse il premio Jollj a Milano. La foto
del disegno Napoli e il Vesuvio fu pubblicata sul
Corriere dei Piccoli ed egli ebbe per premio una penna a
sei colori.
Dal 1962, dopo il lavoro, frequentò l’Istituto d’Arte e
l’Accademia di Belle Arti e cominciò ad esporre le
proprie opere.
Morandi lo colpì per la semplicità e le sue prime tele
subirono l’influenza del pittore bolognese.
Le lezioni dei maestri dell’arte figurativa Antonio
Bresciani e dell’arte astratta Renato Barisani gli
permisero una meditazione: l’arte ha i suoi tempi e la
sua storia e la forma e i contenuti subiscono una
trasformazione. La Pop Art rese l’Arte popolare, con
espressioni chiare e fruibili da tutti. Per noi la
ricerca oggi a Napoli ha imboccato un vicolo cieco: su
un tessuto malato, prima di intervenire, occorre una
diagnosi e poi una terapia, non un lenzuolo bianco, che
copre la piaga e non cura. Franco decise, dopo
un’esperienza di tipo post-impressionistico, di
imboccare una strada, che non accantonasse del tutto la
figurazione pittorica, ed essendo un romantico, egli si
rivolge alla natura, perché i fiori ancora oggi
rallegrano il cuore e la vita.
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VOCI NUOVE – COMMENTO – INTERVISTE – FLASH
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di Franco Penza
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Vasta eco per il Festival Voci Nuove, svoltosi a Torre del Greco, al Teatro Politeama Corallo nei giorni 8.9.10 novembre 1973, sotto l’egida della Casa Discografica Olgen di S. Giorgio a Cremano. Hanno diretto l’orchestra i maestri Vinci e Panza, presentatore Gino Daniel, che si è alternato con Mariolina Cannuli e Jula de Palma. Alberto Lupo e il Mago Silvan hanno concluso la prima serata con numeri straordinari. Giovanna è stata l’applaudita interprete anche di melodie napoletane. E i “circuì 2000” con Silvana ci hanno immersi nella musica psichedelica. Ha vinto Sara Amoroso, seguita da Ciro Siringano e Tony Tiziano. I partecipanti, a prescindere da ogni classificazione di sorta, sono tutti bravi e meritano il plauso, che li spronerà verso un radioso avvenire. Impeccabile l’organizzazione imperniata su Gennaro Oliviero. Servizio fotografico curato dai fotoreporter Biagio De Felice di Monte San Biagio, da foto Chic Generoso di Portici e da Gennaro De Felice. Graziose le vallette Graziella Cannavacciuolo e Elena Rocco.
Un’ovazione accoglie Alberto Lupo. Daniel gli cede il microfono e il bravo Alberto, voce calda e teatrale, dedica liriche indimenticabili di Prevert.
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‘NU SIGNORE PUVERIELLO
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Compendio dell’atto unico di Franco Penza
Scena: Interno di una casetta
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Personaggi: Don Ciccio, Donna Concetta, due ufficiali
giudiziari, un agente, commensali.
DON CICCIO ‘Na casarella, ca è ‘na reggia pe’ mme, ‘nu
lettino ‘e lignammo, ‘nu quadro, ca ricorda ‘o miracolo
‘e san Gennaro; sott’a’n’angulo ‘e muro, ‘na seggia
sfunnata, ‘nu tavulino a tre piedi, ‘nu bucale ‘e rose e
‘nu poco ‘e sole, ‘nu felillo quanno vo’ trasì.
DONNA CONCETTA Don Cì, dovreste darmi la pigione, ma so
che non l’avete e la padrona di casa ha deciso di
rimandare la richiesta, come al solito. Nuie sapimmo ca
vuie site ‘nu signore di animo, di cuore. Adesso vi
trovate in disastrose condizioni economiche. Domani
passerete a miglior vita, sicuramente.
DON CICCIO ‘O signore nun so io: è tutto stu popolo ca
vo bene pur’e pprete d’’a terra. Ma intanto accussì nun
se po’ campà. E o sto dicenno ‘a mezzo secolo. Per avere
‘nu sorso di cafè dint’o bar, me bevo ‘a sculatura d’’a
tazza. Pe ‘na fumata: ”Don Vincenzino, me facite fa doie
botte?” Russo p’’o scuorno, ringrazio e me ne vaco.. M’arretiro
dint’a sta casarella, sarrà chello ca sarrà ma è ‘na
pace pe’ mme. (Bussano alla porta) Accomodatevi.
UFFICIALE GIUDIZIARIO Siamo due ufficiali giudiziari e
dobbiamo mettere all’asta la vostra roba per una
cambiale insoluta e protestata.
DON CICCIO Pignorate, pignorate! Chist’è tutto ‘o
patrimonio mio! Anzi, si vulite fa buono, faciteme fumà.
UFFICIALE GIUDIZIARIO Iammuncenne ca ccà ‘a miseria
arravoglia pure a nnuie. Lassace ddoie sigarette
(rivolto al collega) e va via.
DON CICCIO Grazie, grazie. E ‘nce scappellammo sempe.
(Poi, dopo una pausa, chiede in sposa la signora), Donna
Cuncè, dobbiamo festeggiare; accetto il primo dei tanti
compromessi che la vita offre su un piatto dorato. Siete
una donna straordinaria. Vurria ca ‘n’angelo ‘e bontà
venisse ad allietare questa casa.
DONNA CONCETTA ‘A verità, don Cì, siete un uomo molto
simpatico. Fino adesso non mi ha annusata un cane. E’
una cosa eccezionale.
DON CICCIO Mo preparo ‘na bicchierata (s’affaccia alla
finestra). Gente, salite! (Dopo che sono entrate le
signore brindano).
VOCI Alla salute di don Gennaro, detto Ciccio. Salute a
donna Concetta ‘a colabrodo! Don Cì, ma dint’ò vino ‘nce
sta solo acqua? Me pare ‘o vino d’’e Funtanelle.
DON CICCIO Con un quarto ne ho fatto ‘na damigiana
(Bussano alla porta). Come, alla mia porta si bussa? Va
a vedè, Cuncè! (Esce e rientra).
DONNA CONCETTA C’è un carabiniere.
DON CICCIO ‘Nu carabiniere! Ccà arrestano pure chi
soffre, pecchè, dicono loro, è un bene: o storto, o
morto, ‘a zuppa ‘e pane si ha e si te mandano a lavorà,
ti danno marche e pensione.
DONNA CUNCETTA E che d’è, l’albergo ‘e ll’allegria:
mangià, bere e scialà?
DON CICCIO Forse ‘o canteniere m’ha denunziato p’’o
quarto ‘e vino che non ho pagato? Forse ‘o bar p’’a
tazza ‘e cafè? Ah, ‘o padrone ‘e case. Signori, vado a
villeggià, ammanettate.
BRIGADIERE Ma a chi ammanettà. Le manette servono per i
trasgressori delle leggi. Ascoltatemi senza
interrompermi…Salute a noi, è morta una vostra zia
d’America secolare. V’ha lasciato un patrimonio, ‘na
femmina e ‘nu criaturo ‘e l’Annunziata.
DON CICCIO Finalmente, mo pozzo murì.
CALA LA TELA
Teatro immediato. Non più la analisi dettagliata del
sociale, ma la sintesi del problema: la fascia di
povertà, che aumenta sempre di più. Le Fontanelle sono
un rione del Quartiere Stella di Napoli, dove, forse,
nell’Ottocento v’erano fontane pubbliche.
Nell’Annunziata era la ruota, su cui si lasciavano
bambini appena nati da relazioni illecite. Le suore
giravano la ruota verso l’interno, prendevano i bimbi e
la rimettevano al suo posto.
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IL PECCATO ORIGINALE - LA MELA - IL SERPENTE
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di Franco Penza
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Adamo ed Eva nel Paradiso terrestre, popolarmente si
dice, mangiarono una mela proibita. Conviene subito
notare che nel racconto non si menziona una mela.
Quest’idea deriva dalla versione latina della Bibbia. In
questa lingua mela si traduce malus e male malum. Adamo
ed Eva non mangiarono il frutto del male (malum), ma si
pensò ad una mela (malus) a causa di un’assonanza tra i
due lemmi latini.
Oggi che le Bibbie non sono più in latino, ma in lingua
volgare, leggiamo che non mangiarono una mela ma un
frutto proibito.
Dio non mortificò Adamo ed Eva solo per aver mangiato un
frutto.
Il serpente è un simbolo, come il frutto.
Dai moderni studi biblici ed archeologici si sa che
il serpente era il simbolo della religione Cananea, che
gli Israeliti conobbero, entrando nella terra promessa.
I cananei avevano come simbolo della divinità il
serpente, che aveva fama di conferire l’immortalità per
il cambio della pelle, che garantiva il ringiovanimento;
che dava fecondità strisciando sulla terra, che per gli
orientali rappresenta la dea madre, feconda e donatrice
di vita; che trasmetteva saggezza.
Queste tre caratteristiche dettero al serpente il
simbolo della saggezza e dell’immortalità, non solo tra
i Cananei, ma anche tra gli Egizi, i Sumeri, i
Babilonesi.
Il rapporto tra Israele e la religione cananea fu
sostanziale. Quando gli Israeliti entrarono nella terra
promessa, trovarono una popolazione evoluta e
sviluppata. Il loro Dio si chiamava Baal ed era un Dio
che concedeva la pioggia, il raccolto abbondante e la
fertilità delle campagne. La forma più comune di
rappresentanza di Baal era il serpente, simbolo della
vita e dell’immortalità. Baal aveva la compagna Ashera,
dea dell’amore e della fecondità. Il culto alle divinità
era reso dai Cananei mediante la prostituzione sacra.
Essendo un popolo eminentemente agricolo, essi pensavano
che la fertilità della campagna e l’esito del raccolto
dipendessero dall’unione sessuale di Baal con la sua
sposa Ashera. Pertanto si dovevano riprodurre sulla
terra e non soltanto nel regno degli dei questi rapporti
allo scopo di mantenere costante la fecondità. Per
questo motivo i Cananei rendevano attuali i rapporti
divini con le meretrici sacre, predisponendo piccole
camere di fianco al tempio. Gli Ebrei cominciarono a
rivolgersi al serpente, simbolo di Baal, sebbene
avessero Jahvé come Dio Nazionale. Dopo secoli gli Ebrei
si affrancarono dai Cananei, sostituendo i sacrifici di
bambini primi nati all’agnello, ricordando il tutto
quale peccato originale. |
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La Casa dello Scugnizzo Muore?
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La Casa dello Scugnizzo è nata nel 1950 a Materdei sulle macerie della chiesa a Piazzetta S. Gennaro, per opera del sacerdote Mario Borrelli, napoletano del 1922, quartiere Pendino, tra lavoratori in metalli preziosi.
Il padre e un fratello doratori; un altro orafo. Le donne di casa esperte in brunitura dei metalli. Egli il penultimo di cinque fratelli. Per la precaria situazione finanziaria accettarono in casa uno zio e un cugino, forniti di mezzi di sostentamento. A otto anni in una bottega di barbiere, galoppino, ritirava il caffè al bar per i clienti. Qui conobbe Don Nobilione, un prete, al quale confessò la sua vocazione religiosa. Questi decise di pagare le spese dell’istruzione. Pagò però solo il primo anno, perché rimase privo di mezzi. La madre, convinta della sua fermezza ed applicazione nello studio, si adoperò per trovare il denaro, Furono anni difficili, di pene e di sacrifici.Nel 1940, a 18 anni, fu ammesso al Seminario Maggiore di Capodimonte, dove trascorse sette anni. Durante la guerra viaggiò da Napoli ad Eboli, in provincia di Salerno, per ricongiungersi con la sua famiglia, sfollata lì a causa dei bombardamenti, che avevano distrutto la loro abitazione. Rimase con loro per circa un mese. Durante il periodo del seminario, si legò con Ciccio, poi Don Spada, che sarebbe in seguito entrato nella sua vita esterna. Nel 1946 uscì dal Seminario ed assunse tre mansioni: nel Comitato dell’anno Santo, insegnante e, una cappella ambulante trasformata in una autoambulanza inglese in cappella, con la quale si recava in periferia per amministrare i sacramenti e celebrare la messa con gli operai delle fabbriche. L’incontro con Ciccio una mattina in tram dà il via al progetto di aiutare gli scugnizzi di Napoli, che prevede di fornire loro vitto ed alloggio e iniziarli ad attività lavorativa. Terminata la guerra, Napoli si andava trasformando per la ricostruzione. Vi era un problema giovanile: molti minori, dediti al furto, spesso autori di forme d'aggressività. Padre Bordelli si rese conto di ciò, così come notò che queste bande erano strutturate in modo che il ragazzino rubava, mentre gli adulti organizzavano. Gli scugnizzi erano o ragazzi senza famiglia, perché figli di genitori morti sotto i bombardamenti o figli di prostitute od orfani abbandonati nella ruota dell’Annunziata. A questi si affiancavano giovanotti, che volendo una dimensione diversa di sopravvivenza andavano via da casa per le situazioni in famiglia non sempre delle migliori. La teoria di Borrelli era che lo scugnizzo non è un delinquente. Il ragazzo, che vive per strada, ruba per sopravvivere. Pertanto, se è sfamato, non ha più interesse a rubare per vivere. Borrelli pensò che se fosse entrato nel gruppo, avrebbe avuto molte notizie utili per capire la problematica. Dopo non poche manovre di diplomazia, Don Mario riuscì ad avere il permesso dal Cardinale di vestirsi da scugnizzo ed infiltrarsi tra loro. Al suo amico Ciccio il superiore nego’ il consenso. Don Mario si trovò nell’avventura, solo con l’amico Salvatore, che girovagava di notte per le strade di Napoli, fotografando la vita notturna. Da questo momento ha inizio la doppia vita di Borrelli: prete ed insegnante di giorno e scugnizzo di notte. Ovviamente ciò gli procurò non pochi problemi, tanto vero che spesso gli capitò di addormentarsi sulla cattedra, nonché di non avere nulla da raccontare agli altri della banda su come aveva trascorso la giornata e su come si era procurato il bottino. Non fu facile essere accettato da una banda. Infatti, per giungere a ciò dovette dimostrare di possedere capacità di lottatore. Ad ogni modo fu accettato e divenne ufficialmente uno scugnizzo. Individuò il capo della banda, uno che sapeva usare bene il coltello, arrivava alle mani, metteva tutti in riga. Quando Borrelli fu in grado di potersi difendere e di dimostrarlo, frequentò la palestra di pugilato, creata nell'angolo della chiesa, litigò con il capo della banda e, battendolo, lo sostituì. Da quel momento cominciò a vivere, agire e pensare come uno di loro, scoprendo un mondo in cui questi ragazzi inventavano di tutto per vivere: dal furto alla raccolta di cicche, al piccolo imbroglio. Intanto riuscì ad avere tutta la chiesa di S. Gennaro a Materdei, sconsacrata nel periodo post bellico, che i tedeschi avevano usata come deposito di armi, e, con l’aiuto di volenterosi del quartiere, incominciò a trasformare in centro di accoglienza. Gli si affiancò il prete Pasquale. Da questo momento, con stratagemmi, attirò gli scugnizzi a Materdei con la promessa di cibo e letti. I primi furono i componenti della sua banda.
Nel frattempo Don Mario acquistò un carretto a mano che serviva a recuperare rottami di ferro da rivendere a più alto prezzo. In seguito il carretto divenne un biroccio e poi un camion che si occupava di rottami, d'abiti, calzature usate e altro da rivendere per fornire un’entrata alla Casa. In breve la Casa dello Scugnizzo fu conosciuta e la gente tese una mano. Don Mario decise che era venuto il momento di farsi conoscere per quello che era e con l’aiuto del suo amico fotografo, che l’aveva fotografato insieme agli scugnizzi, si presentò con l’abito talare. Quando Borrelli si dichiarò, i ragazzi ebbero uno shock. I bambini reagirono con allegria. Dei più grandi ci fu un gruppo che offeso andò via ma poi ritornò a distanza di tempo, mentre un’altra parte sparì. Borrelli si rese conto che la sua condizione di sacerdote gli impediva il rapporto con l’utenza laica. Quindi in Inghilterra frequenta un corso di assistente sociale. Colleghi, studenti, insegnanti gli davano spazio per organizzare i suoi lavori di ricerca e lo aiutavano anche economicamente. Così incominciarono a sorgere i comitati esteri, dove si raccoglievano i soldi, che erano dati a Borrelli affinché una volta a Napoli, potesse risolvere problemi immediati. Con i soldi Borrelli, avuto il beneplacito della Curia di abbattere la chiesa, dà il via alla costruzione dell’edificio attuale. Costruita la struttura, la Curia voleva impossessarsi dell’istituto, chiedendo a Borrelli sacerdote di esserne il direttore con stipendio. Borrelli, che non aveva accettato, cambiò Ordine religioso e diventò gerolomino dell’Oratorio S. Filippo Neri, ordine che non dipende dalla Curia. Nel 1967 buttò alle ortiche la tonaca, ma continuò in questa sua opera fino al 1996, anno in cui si ritirò. Di quegli scugnizzi molti furono addestrati in diversi mestieri, altri frequentarono varie scuole, alcuni emigrarono in Inghilterra, Svizzera, America ed Argentina, mentre altri trovarono un impiego in Italia. Anche gli insuccessi non mancarono; mentre alcuni arrivavano, altri scomparivano per tornare alla vita randagia cui erano assuefatti da anni.
SPAZIO MINORI, SPAZIO DONNACENTRO DIURNO, SPAZIO ANZIANI, CONSULTORIO MEDICO GERIATRICO (dott. F. Penza) LABORATORIO DI CERAMICA, Ginnastica Dolce, ANIMAZIONE rappresentano le attività di base della Fondazione, che intenderebbe continuare a favore della povera gente, degli emarginati, di tutti quelli che hanno bisogno di aiuto.
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LA CARITA’ E’ INUTILE SE E’ PURA ESIBIZIONE
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di Franco Penza
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L’AMBULATORIO DELLA CARITA’
Anime buone, L’ambulatorio della Carita’ il movimento spontaneo, sorto anni fa, nonostante tutto, distribuisce indumenti, farmaci, cibo, agli extracomunitari, ai barboni, ai poveri, un’utenza non allineata nei grandi contesti napoletani. Trattandosi di una chiesa abbandonata, ho chiesto d’intervenire alle autorità, ma mi è stato risposto che i diseredati vanno inseriti in programmi di recupero da organizzazioni preposte.
Attendo fiducioso risposta.
Dott. Francesco Penza - S. M. La Nova, 15 - Napoli
Egregio dott. Penza,
ho apprezzato molto il suo desiderio di mettere a disposizione dei poveri le sue competenze professionali e quelle dell’Associazione Culturale L’Infinito, che ella presiede. Attesa, tuttavia, l’indisponibilità di luoghi da poter destinare specificatamente ad ambulatorio medico, La invito a concordare con i responsabili della Caritas diocesana tutte le possibili forme di qualificata collaborazione attraverso le strutture di volontariato già operanti nell’Arcidiocesi di Napoli.
Grato per la generosa disponibilità, La benedico di cuore.
Crescenzio card. Sepe Arcivescovo di Napoli
Gentile dott. Penza,
Sua Eminenza ha letto la Sua lettera di richiesta, che segue altre già pervenute alle quali abbiamo già risposto tempo fa, anche tramite la nostra Caritas Diocesana. Le assicuro che ci siamo interessati al suo caso, tuttavia siamo spiacenti comunicaLe che per il momento non disponiamo di cappelle o chiese chiuse agibili che potrebbero essere adibite ad uso di ambulatorio. Speriamo in seguito di poterLe fornire indicazioni utili.
La saluto con ossequio,
Don Sebastiano Pepe Segretario Arcivescovo
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La Pensione di Sodoma
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Appendice a "Una Vita Sbagliata"
di Franco Penza
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Il Paese è in difficoltà economica e morale e in Europa ci trattano da barboni. L’Italia funziona solo dopo le guerre civili. Oggi siamo in una guerra civile parodistica. Un incrocio Berlusca tra Mao e Mussolini e l’opposizione da avanspettacolo. L’Italia è nelle mani della massoneria, della mafia, della camorra. Nonostante abbiano denaro a palate, i borghesi mangiano ancora nel tinello, nella palude sociale. Dunque, i poveri e i pensionati devono succhiarsi i politici, ottantenni e veline usate. E TV demenziale.
Si cancella con un colpo di spugna un periodo nero della vita, nel tetro corridoio senza finestra della Assistenza Sanitaria Napoletana, reietto e male apostrofato. In via della falsità.
Non si avvertono vuoti esistenziali, anzi libero dagli orari catenacci. A casa, si sistemano gli scritti de L’Infinito dal 1965.
Nessun pentimento per non essersi espresso nella burocrazia sanitaria. In verità, non si dà permesso di esprimere pienamente la professionalità di medico nella Regione Campania, dopo aver vinto un concorso. La programmazione è svolta da sprovveduti, per doppioni istituzionali. Alla Sanità dirigono i non medici. Il ruolo tecnico è necessario per evitare gli esterni obbligati dal regime in Campania. I tempi sono duri, il lavoro in generale è precario ed ognuno s’adatta al collega mediocre, criticando aspramente, in alto e in basso, ma recandosi al bar per sorbire un velenoso caffè. Alla fine la sopportazione di uno stipendio di fame aiuta a continuare. E si ringrazia il cielo che non si ascoltano i millantatori-pappagalli. L’umanità e la classificazione degli uomini parte dal basso. In alto i compromessi sono una montagna. Purtroppo si versa la pigione al proprietario dell’appartamento, pari alla pensione, per vivere in una casa di un altro. Ma la proprietà non era un furto? diceva qualcuno.
Per tutta la vita non si sopporta il capo, pur lavorando alla dipendenza per 40 anni, compresi periodi assicurativi non coperti. L’esempio del padre, che pagò caramente per aver schiaffeggiato il suo economo del convalescenziario per giustizia sociale, costringe a subire il comando. Molti spettatori, pochi gli attori su questo mondo.
Purtroppo chi non sa creare soldi, accetta il compromesso di un lavoro lontano dal suo ideale di libertà . Ma grazie a Dio e all’arte, dopo esperienze gratificanti di tredici anni di Università di medicina e di filosofia, di mezzo secolo di giornalismo, di teatro, di pittura, di pugilato, di medicina volontaria presso l’Ambulatorio della Carità e la Casa dello Scugnizzo e sognando con Minnie, Iula, Elena, Bruna, Anna x e y, Giuseppa, Ina, Lella, Pina, Lucia, Rossana, Maria x, y, z, Rita, Immacolata, Elvira, Carolina, Nannina, Adriana, Teresa, si respira aria pura… .
Un saluto ai burattini e ai burattinai, per coerenza per la incoerenza umana. Un addio con spumante non avete realizzato per limiti morali e materiali. Si pensa di ritornare alla Università della strada per imparare a vivere con l’inganno e la falsità, anche tardi. Se siamo in condizioni sociali deplorevoli in uno stupido sultanato, la colpa è di tutti i poveri di spirito e di dignità. Non siamo capaci di rivoluzioni. Dunque, Sodoma è rediviva?
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