Narrativa  
UNA VITA SBAGLIATA DI FRANCO PENZA?
Antonio Fedele Cesi - Appunti
Per il popolo, se non guadagni una barca di soldi, sei un uomo sbagliato. E così giustifico il titolo del mio libro.
Nel 1940, dopo anni di militare in Africa Orientale, Peppino Penza da Napoli raggiunge Torre del Greco per lavorare nel Convalescenziario Bottazzi per tubercolotici, dove incontra Ida Paduano da Ercolano, che gli darà quattro figli. Nel 1941 matrimonio a giugno. In maggio nasce Franco. Nel luglio del 1942 Peppino litiga con l’economo, gli dà un ceffone, perché lo multa per aver dato del carbone dalla cucina dell’ospedale ai poveri del villaggio, che soffrono il freddo e non possono cuocere un cucchiaio di fagioli.
Nulla da fare: a Peppino, messo fuori, cadde il mondo addosso. La moglie già aveva abbandonato il lavoro per seguire il marito e fu notte fonda: Franco s’ammalò e, avvolto in una coperta, fu posto accanto all’urna del beato Vincenzo Romano.
Dal 1942 al 1945 Franco, con la famigliola, peregrinò per l’Italia e a Greci e a Savignano, nella Baronia avellinese. Nell’aprile del 1945 fu ospite della sorella della madre sino al 1947, anno in cui la zia decise di sposare in seconde nozze un vedovo con cinque figli.
Continuarono le dolenti note. Sul lastrico adesso i quattro per la nascita di Enrico. Nel 1948 nella sala del convento degli Zoccolanti, migliore del lastrico, dove nacquero L’INFINITO, IL PENZATORE, LE DUE TORRI, e le Filodrammatiche di Mario Ginelli e di Gianni Pernice.
Franco frequentò le scuole normali, ma non completò il ciclo per ragioni economiche. Nel 1959 lavorò per un anno presso un’Azienda Tipografica. Dal 1960 al 1965, nell’Istituto d’Arte incontrò gli artisti Bresciani e Barisani.
Nel 1966 e 1967 frequentò l’Accademia di Belle Arti, sezioni di pittura e scultura dirette da Emilio Greco e Augusto Perez e i corsi serali di nudo di Russo.
Nel 1960, dopo un incontro a pugni nudi con un energumeno, s’iscrisse ad una palestra di pugilato.
Nel 1961 partecipò ai campionati nazionali di pugilato, ma fu fermato da infortunio. Anche con il calcio iniziò e finì con un intervento chirurgico al ginocchio dx.
Dal 1963 al 1973 diresse la compagnia teatrale I QUATTRO, interpretando Gesù, Armenzio, Razullo. Con Borriello, Bozzetti, Micera ed il sottoscritto.
Tenne mostre personali e collettive di pittura. Ma il dilemma: Arte astratta o concreta non potette risolvere per questioni sociali.
Nel 1968 e 1969 nei cantieri di lavoro. Iscritto nei Movimenti artistici democristiani, partecipò ad una elezione del Sindaco. Esperienza politica drammatica e chiusura.
Scrisse IL MALEDETTO INCASTRO, L’OSPITE E’ SACRO e SINTESI ANALISI Nel 1969-1970 insegnamento tra i sordomuti e gli handicappati. Tre ragazze vogliono il matrimonio. Nel 1970 altra maturità, quando lavorava nella Boutique di abbigliamento a Chiaia. Appena guadagnò qualche soldo, s’iscrisse all’Università di Lettere e Filosofia e conseguì in meno di quattro anni la laurea. Con due professoresse idilli. Non dimentico di dire che il Nostro era alto 1,80 su 70 chili, bruno, con baffi e sguardo magnetico. Oggi quintale e capelli bianchi.
Nel 1976 sposò la crocerossina - musicista. Dopo la laurea in Filosofia, conseguì la laurea in Medicina e Chirurgia e specializzazioni varie. Ultima, in ordine di tempo, la psicoterapia.
Una donna si rimodellò il seno, un’altra il naso, un’altra il piede, ma non riuscirono a strapparlo alla monogamia.
Lavora alla Sanità per vivere, ma da volontario nell’Ambulatorio della Carità, nella Casa dello Scugnizzo e all’Istituto Colosimo per ciechi, è a disposizione degli extracomunitari, degli anziani, e degli abbandonati sulla strada da mestatori di governi mondiali nevrotici e insensati.
Quante tasse ha dato allo Stato? 33 anni tra scuola e Università. E’ autore di poesie, farse, novelle, poco diffusi per questioni di Editoria e di politica. Oggi, superato un problema di salute, io gli dedico UNA VITA SBAGLIATA? per ricordargli che nella mia infanzia molti avvenimenti ho vissuti insieme a Lui nel bene e nel male.
Fine dicitore della poesia napoletana, canta insieme alle anziane delle Case di Riposo con musica di Nunzia, accompagnatrice.

Il cap. 1 è trattato da Guido Cafiero, che ha scritto sugli Zoccolanti. Il cap 2 Lo schiaffo è di Italo Sarcone, che ha spiegato la genesi di una vita difficile. Nel cap. III Salvatore Flavio Raiola tratteggia l’attività teatrale. Nel cap. 4 il pugilato. Nel cap. 5 la poesia con SINTESI-ANALISI, nel cap. 6 la pittura con la storia del figurativo napoletano, nel cap. 7 il Giornalismo con i quarantacinque anni de L’Infinito, nel cap. 8 la Casa dello scugnizzo, nel cap. 9 l’Ambulatorio della Carità, nel 10 attori e attrici intervistate.
Davvero siamo davanti a Una vita sbagliata? Franco Penza, per non annoiarsi in una vita incolore di cibo, sesso e sonno, ha vissuto le sue esperienze, nascendo nel convento degli Zoccolanti durante la guerra, con il teatro dentro di sé, quindi non ha difficoltà ad inserirsi, perché figlio d’arte, pugile per imparare la vita intrisa di violenza, poeta per il mondo offertogli dal Creatore, pittore malinconico per la contemplazione del paesaggio della sua anima, giornalista per conoscere meglio la gente sul trespolo e per permettere a tutti di esprimersi, da medico nella Casa degli ex Scugnizzi e nell’Ambulatorio della Carità dà una mano agli anziani, ai senza tetto, agli extracomunitari abbandonati al loro destino da una politicadissennata.
Un invito alla meditazione.
IL CONVENTO DEGLI ZOCCOLANTI E L’INFINITO
di Guido Cafiero
Il Convento dei frati Francescani “Zoccolanti” e la Chiesa Madonna delle Grazie si trovano all’ingresso della città di Torre del Greco. La Chiesa e il convento, in una posizione incantevole, ospitavano i francescani minori (detti osservanti) che rimarranno in quella sede per oltre due secoli (1578 al 1811) fino alle leggi di soppressione degli ordini. A sinistra della chiesa, Capo La Torre, un piccolo spazio a giardino con un monumento che ricorda l’eruzione del 1861. Il convento costituiva l’infermeria di Santa Maria La Nova di Napoli, di fronte all’Ambulatorio della Carità. Il complesso d’antica costruzione forse è opera del fra Domenico Della Torre e dell’arcivescovo Ottavio Acquaviva. La lava del 1794, che aveva distrutto la porta di Capo La Torre, arrivò per metà dell’altezza della chiesa. Il livello del suolo prospiciente la parte frontale della chiesa è rimasto da allora sollevato. La chiesa fu ristrutturata e restaurata per la parte che si era salvata e il finestrone del secondo ordine fu convertito nell’attuale porta d’ingresso. Il convento invece si presenta con una mole rude e massiccia. Dopo l’eruzione del 1861 ospitò un Asilo d’Infanzia Municipale. Attualmente occupato dalle suore dell’Addolorata, conserva nel chiostro al piano terra, con accesso dalla sottostante Via Madonna del principio, numerosi affreschi settecenteschi. Sono ancora leggibili episodi della vita di S. Francesco d’Assisi. Nella campagna esterna all’edificio, il terreno di sepoltura dei monaci. Il convento divenne la sede dal 1825 del Ritiro della Visitazione per giovanette orfane. Nel 1930, per volontà del rettore Don Pietro D’Amato, fu arricchita d’affreschi dal pittore Raffaele Sammarco, con episodi della vita della Madonna, degli Evangelisti e degli Angeli.
Negli ultimi anni della seconda guerra mondiale, un gran numero di famiglie e di civili si allontanarono dai luoghi di maggior rischio bellico, raggiungendo in qualche modo le zone abitate ad una certa distanza da Napoli.
Erano i cosiddetti sfollati. Quanti napoletani, nati in quel periodo e in quei luoghi, conservano tuttora nei ricordi e nella formazione, l’impatto emotivo di quegli anni trascorsi in maniera precaria e difficile. Tuttavia in molti quella condizione ha temprato lo spirito e la coscienza. Era un esilio di speranza per avere un domani. Un domani che da quei luoghi prendeva radici mentre nel tempo il passato si andava trasformando in ricordo mitizzato, che diventava sempre più un valore, su cui improntare il futuro. Lo spirito dei francescani segue ancora ovunque Franco Penza. Nel convento sono nati L’INFINITO, IL PENZATORE, le poesie italiane e napoletane di Giuseppe Penza, Peppino, sfollato con altre famiglie. Alcuni numeri de IL PENZATORE sono stati composti a mano da Franco giovinetto con i caratteri mobili nella nascente tipografia Mari. Quei giornali tentarono di guidare e di essere di sprone alle amministrazioni sonnolente dell’epoca ed esplorare il mondo e l’Arte. Molte di quelle voci non si sono ancora sopite.
LO SCHIAFFO
di Italo Sarcone
Tutto ebbe inizio da uno schiaffo.
Un gesto che a nessuno piace compiere, perché non è certo un gesto simpatico.
Ma talvolta scaturisce nostro malgrado, quasi strappato alla mano che prude.
Nel caso di Franco Penza, l’eco di uno schiaffo si ripercosse sulla sua intera esistenza.
Lo schiaffo fu quello che suo padre, quando Franco era appena nato, collocò, forse a ragione, forse a torto, ai posteri la sentenza, sul viso del proprio diretto superiore, quando lavorava presso il Convalescenziario Bottazzi di Torre del Greco.
Eppure fra i due, Giuseppe e il suo superiore, esisteva un’amicizia a prova di bomba, tanto che Giuseppe aveva svolto in favore dell’altro un compito molto delicato, presentando da parte di lui la richiesta di matrimonio alla donna da lui amata.
Poi, lo schiaffo.
La cosa andò così. Giuseppe aveva dato a dei poveri cristi un po’ di carbone, attingendolo alle scorte dell’ospedale, perché potessero cucinare qualcosa e scaldarsi. Fidando nella sua buona fede, non aveva neppure pensato a chiedere il permesso, probabilmente ritenendo che per un’azione caritatevole non c’è bisogno alcuno di permessi.
Ma il superiore non la pensava in questo modo: rimproverò aspramente Giuseppe che non capì la reazione dell’amico; in fondo, lui, quel carbone non lo aveva sottratto per sé. Nonostante tutto, il superiore gli affibbiò una multa. A questo punto Giuseppe non ci vide più e appioppò all’amico un sonoro ceffone.
Abbiamo detto che l’amicizia fra i due era a prova di bomba; non a prova di schiaffo, evidentemente.
Il superiore fece licenziare Giuseppe, che si vide all’improvviso, letteralmente, non metaforicamente, sbattuto in mezzo a una strada.
Ho raccontato la storia così come Franco me l’ha raccontata una sera; anche a lui l’hanno raccontata, perché, l’abbiamo detto, a quel tempo era appena nato: l’episodio faceva ormai parte degli annali della famiglia e, per le sue conseguenze, non poteva essere certo dimenticato.
Fin dal primo momento in cui l’ascoltai, mi sembrò di assistere lo scontro, che in sé, nonostante le modeste dimensioni, ha qualcosa di epico: non parlo solo del fatto che da esso fu condizionata la vita di due generazioni, ma dell’urto di due mentalità, che nella storia continuamente si sono contrapposte, si contrappongono e sempre si contrapporranno: l’una attenta nell’applicare rigidamente le norme della burocrazia e del governo in carica, credendo di “fare il proprio dovere”, l’altra preoccupata di ascoltare la voce della coscienza, che suggerisce qual è il “vero dovere”. Non mi fu difficile comprendere anche le “ragioni” del superiore, che si era sentito tradito nella fiducia accordata a Giuseppe. Questi d’altro canto non poteva capire perché l’amico non approvasse un naturale gesto di umana solidarietà: questo stupore si tradusse in uno schiaffo che, per il superiore, rappresentò un vero e proprio atto di rivolta nei confronti dell’autorità costituita. A questo punto il dissidio era divenuto insanabile: non si dimentichi che l’episodio accadde nella società rigidamente gerarchizzata del Ventennio.
Forse, prendere la decisione di denunciare Giuseppe e farlo mettere alla porta dovette costare non poco anche all’altro, che credeva di “fare il proprio dovere”. È in ogni caso certo che neanche a lui, in seguito, la vita andò bene. Per una sorta di nemesi, qualche tempo dopo, cominciarono anche per lui una serie di problemi che gli rovinarono l’esistenza.
Non mi sembra il caso di distribuire torti e ragioni; ma mi viene naturale una considerazione. Nel corso della storia, tra i sostenitori della coscienza si annoverano dei martiri. Di contro, spesso, tra i sostenitori del dovere e della norma ci sono i persecutori.
IL TEATRO
di Salvatore Flavio Raiola
Franco, figlio di artisti, fu Pulcinella ne Le avventure di Pinocchio nel 1953, a 11 anni. La scuola e il lavoro lo tennero però lontano dal palcoscenico sino ai venti anni. Poi con il Teatro del Popolo nel marzo 1964 ne La Redenzione, con Gianni Pernice regista, fu il sacerdote Gamaliele.
La stampa dell’epoca scrisse :”… Giuda-Borriello, Gamaliele-Penza e Simone-Pernice toccano i vertici della drammaticità”.
Nel Gruppo Comico Dialettale, diretto da Perna e Di Luca, nel 1967 e 1968 ne “O Vicolo” di Viviani e “Na jurnata ‘e guaie” di ignoto, Pericolosamente di Eduardo, ‘O Passero di Oscar di Maio, ne La Cantata dei Pastori, con Elio Polimeno-Belfagor, Gigi Di Luca-S.Giuseppe, Cesi- Ruscellio e Franco-Armenzio attore-scenografo, fu breve sodalizio. Con A San Francisco di Di Giacomo l’esperienza con gruppi filodrammatici ebbe termine.
Ne La Gattabuia Il Maledetto incastro, L’Ospite è sacro e ‘Nu Signore puveriello di Franco, autore, attore e regista con Enrico, Carmela ed Enzo Giglio e Cesi il 4 aprile del 1969
Nacque la compagnia teatrale I Quattro,  che presentò subito …E così sia! Dramma in tre atti di Luigi Cavagnera con D. Alfonso Vandreil-Franco Penza, sagrestano Mike Bozzetti, (In seguito Sarchiapone con Razullo-Penza) Mimmo Borriello, Peppino Micera e poi Alfredo Arrotino nel 1964 novembre.

La Passione di Cristo, libera elaborazione evangelica di Franco-Gesù e Gamaliele-Cesi. Il 9 aprile del 1971 nella pineta della Cappella Carotenuto con Gilda Sorrentino, Cristina Vito, Angela Izzo, Vito Nocera, Raffaele Cirillo, Gino Pinto accadde un evento straordinario, mentre Gesù con la croce sulle spalle, cadde su un cespuglio di rovi, tagliò il sopracciglio a Cristo ecominciò il sanguinamento. La mamma in sala gridò:”Fermate il sangue!”, perché l’cchio si era coperto di sangue.
Il 29 giugno dello stesso anno Una domanda di matrimonio di Cechov, Quale onore di Peppino De Filippo e Il Maledetto incastro di Franco Penza con Enrico, Franco e Cesi.
In ottobre Povero Pate di Tommaso Pironti e La pietra del Miracolo di W.B.Yeats con Franco, Mike Bozzetti, Cesi, Micera.
In quegli anni dal 1968 ci fu contestazione in tutti i campi, dalla letteratura al teatro, dalla pittura alla scultura. C’era bisogno di un cambiamento.
A novembre Tutte surde di A. Petito, Il Maledetto incastro di Franco e Abbasso il forloccone di V. Metz.
Con il teatro sperimentale napoletano si mise da parte Stanislaski e cominciò il teatro d’avanguardia, seguendo gli esperimenti europei con Jonesco, Brecht, Bechet.
Gennaro Vitello, dopo il Teatro Esse, finì nella tradizione con Nino Taranto, Eduardo tolse la muffa ai copioni del padre Scarpetta e riportò sulla scena il dramma napoletano della miseria, della disoccupazione e del tradimento (Napoli Milionaria, Filumena Maturano, Napoletani a Milano).
I QUATTRO, come tutti gli avanguardisti, sembrarono dei folli, ma il tempo ha dato loro ragione: il mondo è cambiato sostanzialmente e culturalmente. Si impone un processo di distruzione del bello e del buono, gestito dai pochi ricconi del mondo a danno dei poveri.
LO SPORT
Il Pugilato
di Guido Cafiero
Ma dove vado senza un soldo! Benché aborrisco la violenza, per difendermi, m’iscrivo ad una palestra di pugilato. La frequento con assiduità e non c’è nessuno che porti il destro più preciso di me sul sacco però, perché sul ring le cose vanno diversamente. Il primo incontro ho davanti un avversario, che non sta fermo un momento e picchia come un forsennato. Alla terza ripresa l’arbitro mi fa:”Vuoi continuare?” Io, che non voglio fare una figuraccia davanti a tanta gente, rispondo che devo continuare, anche a costo di non alzarmi più dal letto l’indomani. L’avversario picchia sempre, il suo pugno è di ferro, io non mi reggo più, ho le gambe di legno, sto per crollare, sanguino abbondantemente, ecco il gong, la liberazione.
Mi ritiro, a casa nessuno dice niente; io senza cenare vado a letto. Al mattino non mi sento di alzare: ho un occhio nero e gonfio, il naso ammaccato ed un cerotto sull’arcata sopraccigliare destra. Non posso continuare,  ma intanto cinquemila lire ogni quindici giorni mi fanno comodo;  posso comprare sigarette, posso portare in casa qualcosa: non preoccupatevi, l’accettano! Ritorno in palestra, il maestro mi tiene in disparte, dice che debbo fare il peso, sto ingrassando a vista d’occhio. Non è vero: il maestro non vuol farmi combattere: sono troppo fragile per uno sport così massacrante. Dopo reiterate preghiere decide di farmi combattere con un forte peso leggero. Io accetto, ma l’alimentazione è scarsissima ed io arrivo sul ring che già mi piego sulle ginocchia. Il mio avversario alza la cresta, drizza il bargiglio: ha davanti un residuo di uomo. In questo sport non c’è umanità, non ci può essere, è assurdo. Bisogna picchiare, picchiare, finché l’avversario è a terra. La vista mi si incomincia ad annebbiare, gli occhi sono gonfi, il naso sanguina. Tra una ripresa e l’altra, seduto nell’angolo, guardo la gente in sala, che beata si gode lo spettacolo. Il maestro mi fa ancora:”Dai, l’avversario è fritto. Non ce la fa più!” Do l’ultimo strattone, mi alzo, sono sull’avversario, finto alla stomaco di sinistro e gli do un diretto al viso: l’antagonista barcolla, mi abbasso, sto per dargli un colpo allo stomaco, ma abbassandomi mi piego sulle ginocchia … E’ finita. Ma il mio avversario è rimasto in piedi per pura scommessa, statene certi. Un velo nero ho davanti agli occhi. Mi sento sollevare. Poi un brivido: sono alla doccia. Frastornato di botte, sento il petto che ansima forte. Mi accompagnano a casa. Bussano alla porta della mia casa:”Beh, cosa c’è? Questo signore, che non sente consigli di nessuno, che me lo portate a fare?” Mi sveglio di soprassalto dal letargo, sento chiare le parole proferite, voglio morire, ma piango soltanto. Singhiozzando mi butto sul letto e vi resto fino al mattino. L’indomani la testa mi duole atrocemente, il petto ansima ancora più forte, ho febbre altissima. La mamma dice:”Portatelo via. Qui non c’è niente da fare”.

Questo pezzo del 1965 è tratto da “Una Vita sbagliata”di Franco Penza.
Nel 1961 ai Campionati Nazionali di pugilato allo stadio Albricci all’Arenaccia debuttò in quella serata il campione d’Europa Elio Cotena tra i piuma. Il peso welter leggero Franco Penza, h m. 1,81, peso 63,500, all’angolo Vincenzo  Malvone e Michele Sorrentino, combattè con grande emozione e non solo, che gli spezzò davvero le gambe. L’avversario rappresentava la vita, in quel momento dura. E fu  sconfitto. Ma non l’avrebbe mai potuta battere, perché non aveva ancora capito che è l’esistenza che prepara mille e mille incontri fuori ring, dove non vi sono sconfitte se l’orgoglio si è temperato e si è in grado di stilare altre e diverse liste di valori.
LA POESIA CON SINTESI-ANALISI
di Franco Penza
La poesia qui espressa parte dagli ideali dell’ermetismo per volare sui nostri lidi. Sono nato il 3 maggio del 1942. Ho frequentato le Università di Salerno e di Napoli (Lettere e Filosofia e Medicina e Chirurgia). Ho scritto lavori teatrali, di cui sono stato attore-autore-regista e poesie. Dirigo dal 1964 il periodico mensile L’Infinito e partecipo alla vita artistica nazionale con rassegne personali e collettive dal 1962. Collaboro in qualità di critico d’arte a riviste specializzate dal 1963. Mi realizzo con, per e nell’arte. Maggio 1975

LE STAGIONI
Culla/giovinezza/Senilità/bara/ rivolo travolgente

MAK P 100
Cento i giorni di Napoleone/ Cento per il gran cimento/ Cento gli aneliti del cuore/

LA CADUTA
Pennellata/sogno/Petalo appassito/ Raccolta nel cestino

SOGNARE
Un verdeggiar di monti/Una valle/ Una mente Un ruscello/ Un uccello/Un fruscio di fronde

PARENTESI
La giovinezza vola/La senilità posa

DIMENTICARE
Per un attimo/Scorda le miserie Ed accogli/La felicità

L’AMORE
Un usignolo cinguettante In verdi zolle

OFFERTA
Il profumo di un fiore/Accetta con avidità

LA VITA
Luci tremolanti/Gioie illusioni Elegante satira

LA FELICITA’
Lembo di cielo/Di primavera

DETTATO
La vita/La vita è/ La vita è la morte

MONOTONIA
Nascere/Crescere/Morire Crescere/Nascere/Morire

L’ESISTENZA
Alberi/Foglie/Speranze/Palpiti

L’UNIVERSO
Cielo/Mare/Terra/Paura

PASQUA
Campane /Cristo /Ramoscello d’olivo Nel cuore

NATALE
Presepio/Abete/Amore/Speranza.

PITTURA
Nel 1953 Franco vinse il premio Jollj a Milano. La foto del disegno Napoli e il Vesuvio fu pubblicata sul Corriere dei Piccoli ed egli ebbe per premio una penna a sei colori.
Dal 1962, dopo il lavoro, frequentò l’Istituto d’Arte e l’Accademia di Belle Arti e cominciò ad esporre le proprie opere.
Morandi lo colpì per la semplicità e le sue prime tele subirono l’influenza del pittore bolognese.
Le lezioni dei maestri dell’arte figurativa Antonio Bresciani e dell’arte astratta Renato Barisani gli permisero una meditazione: l’arte ha i suoi tempi e la sua storia e la forma e i contenuti subiscono una trasformazione. La Pop Art rese l’Arte popolare, con espressioni chiare e fruibili da tutti. Per noi la ricerca oggi a Napoli ha imboccato un vicolo cieco: su un tessuto malato, prima di intervenire, occorre una diagnosi e poi una terapia, non un lenzuolo bianco, che copre la piaga e non cura. Franco decise, dopo un’esperienza di tipo post-impressionistico, di imboccare una strada, che non accantonasse del tutto la figurazione pittorica, ed essendo un romantico, egli si rivolge alla natura, perché i fiori ancora oggi rallegrano il cuore e la vita.


Bianchina

Ludovico e Sarchiapone
   

Totò e il Serpente

Totò e Dik

Totò e le Auto
VOCI NUOVE – COMMENTO – INTERVISTE – FLASH
di Franco Penza
Vasta eco per il Festival Voci Nuove, svoltosi a Torre del Greco, al Teatro Politeama Corallo nei giorni 8.9.10 novembre 1973, sotto l’egida della Casa Discografica Olgen di S. Giorgio a Cremano. Hanno diretto l’orchestra i maestri Vinci e Panza, presentatore Gino Daniel, che si è alternato con Mariolina Cannuli e Jula de Palma. Alberto Lupo e il Mago Silvan hanno concluso la prima serata con numeri straordinari. Giovanna è stata l’applaudita interprete anche di melodie napoletane. E i “circuì 2000” con Silvana ci hanno immersi nella musica psichedelica. Ha vinto Sara Amoroso, seguita da Ciro Siringano e Tony Tiziano. I partecipanti, a prescindere da ogni classificazione di sorta, sono tutti bravi e meritano il plauso, che li spronerà verso un radioso avvenire. Impeccabile l’organizzazione imperniata su Gennaro Oliviero. Servizio fotografico curato dai fotoreporter Biagio De Felice di Monte San Biagio, da foto Chic Generoso di Portici e da Gennaro De Felice. Graziose le vallette Graziella Cannavacciuolo e Elena Rocco.
Un’ovazione accoglie Alberto Lupo. Daniel gli cede il microfono e il bravo Alberto, voce calda e teatrale, dedica liriche indimenticabili di Prevert.

‘NU SIGNORE PUVERIELLO
Compendio dell’atto unico di Franco Penza
Scena: Interno di una casetta
Personaggi: Don Ciccio, Donna Concetta, due ufficiali giudiziari, un agente, commensali.

DON CICCIO ‘Na casarella, ca è ‘na reggia pe’ mme, ‘nu lettino ‘e lignammo, ‘nu quadro, ca ricorda ‘o miracolo ‘e san Gennaro; sott’a’n’angulo ‘e muro, ‘na seggia sfunnata, ‘nu tavulino a tre piedi, ‘nu bucale ‘e rose e ‘nu poco ‘e sole, ‘nu felillo quanno vo’ trasì.
DONNA CONCETTA Don Cì, dovreste darmi la pigione, ma so che non l’avete e la padrona di casa ha deciso di rimandare la richiesta, come al solito. Nuie sapimmo ca vuie site ‘nu signore di animo, di cuore. Adesso vi trovate in disastrose condizioni economiche. Domani passerete a miglior vita, sicuramente.
DON CICCIO ‘O signore nun so io: è tutto stu popolo ca vo bene pur’e pprete d’’a terra. Ma intanto accussì nun se po’ campà. E o sto dicenno ‘a mezzo secolo. Per avere ‘nu sorso di cafè dint’o bar, me bevo ‘a sculatura d’’a tazza. Pe ‘na fumata: ”Don Vincenzino, me facite fa doie botte?” Russo p’’o scuorno, ringrazio e me ne vaco.. M’arretiro dint’a sta casarella, sarrà chello ca sarrà ma è ‘na pace pe’ mme. (Bussano alla porta) Accomodatevi.
UFFICIALE GIUDIZIARIO Siamo due ufficiali giudiziari e dobbiamo mettere all’asta la vostra roba per una cambiale insoluta e protestata.
DON CICCIO Pignorate, pignorate! Chist’è tutto ‘o patrimonio mio! Anzi, si vulite fa buono, faciteme fumà.
UFFICIALE GIUDIZIARIO Iammuncenne ca ccà ‘a miseria arravoglia pure a nnuie. Lassace ddoie sigarette (rivolto al collega) e va via.
DON CICCIO Grazie, grazie. E ‘nce scappellammo sempe. (Poi, dopo una pausa, chiede in sposa la signora), Donna Cuncè, dobbiamo festeggiare; accetto il primo dei tanti compromessi che la vita offre su un piatto dorato. Siete una donna straordinaria. Vurria ca ‘n’angelo ‘e bontà venisse ad allietare questa casa.
DONNA CONCETTA ‘A verità, don Cì, siete un uomo molto simpatico. Fino adesso non mi ha annusata un cane. E’ una cosa eccezionale.
DON CICCIO Mo preparo ‘na bicchierata (s’affaccia alla finestra). Gente, salite! (Dopo che sono entrate le signore brindano).
VOCI Alla salute di don Gennaro, detto Ciccio. Salute a donna Concetta ‘a colabrodo! Don Cì, ma dint’ò vino ‘nce sta solo acqua? Me pare ‘o vino d’’e Funtanelle.
DON CICCIO Con un quarto ne ho fatto ‘na damigiana (Bussano alla porta). Come, alla mia porta si bussa? Va a vedè, Cuncè! (Esce e rientra).
DONNA CONCETTA C’è un carabiniere.
DON CICCIO ‘Nu carabiniere! Ccà arrestano pure chi soffre, pecchè, dicono loro, è un bene: o storto, o morto, ‘a zuppa ‘e pane si ha e si te mandano a lavorà, ti danno marche e pensione.
DONNA CUNCETTA E che d’è, l’albergo ‘e ll’allegria: mangià, bere e scialà?
DON CICCIO Forse ‘o canteniere m’ha denunziato p’’o quarto ‘e vino che non ho pagato? Forse ‘o bar p’’a tazza ‘e cafè? Ah, ‘o padrone ‘e case. Signori, vado a villeggià, ammanettate.
BRIGADIERE Ma a chi ammanettà. Le manette servono per i trasgressori delle leggi. Ascoltatemi senza interrompermi…Salute a noi, è morta una vostra zia d’America secolare. V’ha lasciato un patrimonio, ‘na femmina e ‘nu criaturo ‘e l’Annunziata.
DON CICCIO Finalmente, mo pozzo murì.

CALA LA TELA
Teatro immediato. Non più la analisi dettagliata del sociale, ma la sintesi del problema: la fascia di povertà, che aumenta sempre di più. Le Fontanelle sono un rione del Quartiere Stella di Napoli, dove, forse, nell’Ottocento v’erano fontane pubbliche. Nell’Annunziata era la ruota, su cui si lasciavano bambini appena nati da relazioni illecite. Le suore giravano la ruota verso l’interno, prendevano i bimbi e la rimettevano al suo posto.
IL PECCATO ORIGINALE - LA MELA - IL SERPENTE
di Franco Penza
Adamo ed Eva nel Paradiso terrestre, popolarmente si dice, mangiarono una mela proibita. Conviene subito notare che nel racconto non si menziona una mela.
Quest’idea deriva dalla versione latina della Bibbia. In questa lingua mela si traduce malus e male malum. Adamo ed Eva non mangiarono il frutto del male (malum), ma si pensò ad una mela (malus) a causa di un’assonanza tra i due lemmi latini.

Oggi che le Bibbie non sono più in latino, ma in lingua volgare, leggiamo che non mangiarono una mela ma un frutto proibito.
Dio non mortificò Adamo ed Eva solo per aver mangiato un frutto.
Il serpente è un simbolo, come il frutto.

Dai moderni studi biblici ed archeologici si sa che il serpente era il simbolo della religione Cananea, che gli Israeliti conobbero, entrando nella terra promessa. I cananei avevano come simbolo della divinità il serpente, che aveva fama di conferire l’immortalità per il cambio della pelle, che garantiva il ringiovanimento; che dava fecondità strisciando sulla terra, che per gli orientali rappresenta la dea madre, feconda e donatrice di vita; che trasmetteva saggezza.
Queste tre caratteristiche dettero al serpente il simbolo della saggezza e dell’immortalità, non solo tra i Cananei, ma anche tra gli Egizi, i Sumeri, i Babilonesi.
Il rapporto tra Israele e la religione cananea fu sostanziale. Quando gli Israeliti entrarono nella terra promessa, trovarono una popolazione evoluta e sviluppata. Il loro Dio si chiamava Baal ed era un Dio che concedeva la pioggia, il raccolto abbondante e la fertilità delle campagne. La forma più comune di rappresentanza di Baal era il serpente, simbolo della vita e dell’immortalità. Baal aveva la compagna Ashera, dea dell’amore e della fecondità. Il culto alle divinità era reso dai Cananei mediante la prostituzione sacra. Essendo un popolo eminentemente agricolo, essi pensavano che la fertilità della campagna e l’esito del raccolto dipendessero dall’unione sessuale di Baal con la sua sposa Ashera. Pertanto si dovevano riprodurre sulla terra e non soltanto nel regno degli dei questi rapporti allo scopo di mantenere costante la fecondità. Per questo motivo i Cananei rendevano attuali i rapporti divini con le meretrici sacre, predisponendo piccole camere di fianco al tempio. Gli Ebrei cominciarono a rivolgersi al serpente, simbolo di Baal, sebbene avessero Jahvé come Dio Nazionale. Dopo secoli gli Ebrei si affrancarono dai Cananei, sostituendo i sacrifici di bambini primi nati all’agnello, ricordando il tutto quale peccato originale.
La Casa dello Scugnizzo Muore?
La Casa dello Scugnizzo è nata nel 1950 a Materdei sulle macerie della chiesa a Piazzetta S. Gennaro, per opera del sacerdote Mario Borrelli, napoletano del 1922, quartiere Pendino, tra lavoratori in metalli preziosi.
Il padre e un fratello doratori; un altro orafo. Le donne di casa esperte in brunitura dei metalli. Egli il penultimo di cinque fratelli. Per la precaria situazione finanziaria accettarono in casa uno zio e un cugino, forniti di mezzi di sostentamento. A otto anni in una bottega di barbiere, galoppino, ritirava il caffè al bar per i clienti. Qui conobbe Don Nobilione, un prete, al quale confessò la sua vocazione religiosa. Questi decise di pagare le spese dell’istruzione. Pagò però solo il primo anno, perché rimase privo di mezzi. La madre, convinta della sua fermezza ed applicazione nello studio, si adoperò per trovare il denaro, Furono anni difficili, di pene e di sacrifici.Nel 1940, a 18 anni, fu ammesso al Seminario Maggiore di Capodimonte, dove trascorse sette anni. Durante la guerra viaggiò da Napoli ad Eboli, in provincia di Salerno, per ricongiungersi con la sua famiglia, sfollata lì a causa dei bombardamenti, che avevano distrutto la loro abitazione. Rimase con loro per circa un mese. Durante il periodo del seminario, si legò con Ciccio, poi Don Spada, che sarebbe in seguito entrato nella sua vita esterna. Nel 1946 uscì dal Seminario ed assunse tre mansioni: nel Comitato dell’anno Santo, insegnante e, una cappella ambulante trasformata in una autoambulanza inglese in cappella, con la quale si recava in periferia per amministrare i sacramenti e celebrare la messa con gli operai delle fabbriche. L’incontro con Ciccio una mattina in tram dà il via al progetto di aiutare gli scugnizzi di Napoli, che prevede di fornire loro vitto ed alloggio e iniziarli ad attività lavorativa. Terminata la guerra, Napoli si andava trasformando per la ricostruzione. Vi era un problema giovanile: molti minori, dediti al furto, spesso autori di forme d'aggressività. Padre Bordelli si rese conto di ciò, così come notò che queste bande erano strutturate in modo che il ragazzino rubava, mentre gli adulti organizzavano. Gli scugnizzi erano o ragazzi senza famiglia, perché figli di genitori morti sotto i bombardamenti o figli di prostitute od orfani abbandonati nella ruota dell’Annunziata. A questi si affiancavano giovanotti, che volendo una dimensione diversa di sopravvivenza andavano via da casa per le situazioni in famiglia non sempre delle migliori. La teoria di Borrelli era che lo scugnizzo non è un delinquente. Il ragazzo, che vive per strada, ruba per sopravvivere. Pertanto, se è sfamato, non ha più interesse a rubare per vivere. Borrelli pensò che se fosse entrato nel gruppo, avrebbe avuto molte notizie utili per capire la problematica. Dopo non poche manovre di diplomazia, Don Mario riuscì ad avere il permesso dal Cardinale di vestirsi da scugnizzo ed infiltrarsi tra loro. Al suo amico Ciccio il superiore nego’ il consenso. Don Mario si trovò nell’avventura, solo con l’amico Salvatore, che girovagava di notte per le strade di Napoli, fotografando la vita notturna. Da questo momento ha inizio la doppia vita di Borrelli: prete ed insegnante di giorno e scugnizzo di notte. Ovviamente ciò gli procurò non pochi problemi, tanto vero che spesso gli capitò di addormentarsi sulla cattedra, nonché di non avere nulla da raccontare agli altri della banda su come aveva trascorso la giornata e su come si era procurato il bottino. Non fu facile essere accettato da una banda. Infatti, per giungere a ciò dovette dimostrare di possedere capacità di lottatore. Ad ogni modo fu accettato e divenne ufficialmente uno scugnizzo. Individuò il capo della banda, uno che sapeva usare bene il coltello, arrivava alle mani, metteva tutti in riga. Quando Borrelli fu in grado di potersi difendere e di dimostrarlo, frequentò la palestra di pugilato, creata nell'angolo della chiesa, litigò con il capo della banda e, battendolo, lo sostituì. Da quel momento cominciò a vivere, agire e pensare come uno di loro, scoprendo un mondo in cui questi ragazzi inventavano di tutto per vivere: dal furto alla raccolta di cicche, al piccolo imbroglio. Intanto riuscì ad avere tutta la chiesa di S. Gennaro a Materdei, sconsacrata nel periodo post bellico, che i tedeschi avevano usata come deposito di armi, e, con l’aiuto di volenterosi del quartiere, incominciò a trasformare in centro di accoglienza. Gli si affiancò il prete Pasquale. Da questo momento, con stratagemmi, attirò gli scugnizzi a Materdei con la promessa di cibo e letti. I primi furono i componenti della sua banda.
Nel frattempo Don Mario acquistò un carretto a mano che serviva a recuperare rottami di ferro da rivendere a più alto prezzo. In seguito il carretto divenne un biroccio e poi un camion che si occupava di rottami, d'abiti, calzature usate e altro da rivendere per fornire un’entrata alla Casa. In breve la Casa dello Scugnizzo fu conosciuta e la gente tese una mano. Don Mario decise che era venuto il momento di farsi conoscere per quello che era e con l’aiuto del suo amico fotografo, che l’aveva fotografato insieme agli scugnizzi, si presentò con l’abito talare. Quando Borrelli si dichiarò, i ragazzi ebbero uno shock. I bambini reagirono con allegria. Dei più grandi ci fu un gruppo che offeso andò via ma poi ritornò a distanza di tempo, mentre un’altra parte sparì. Borrelli si rese conto che la sua condizione di sacerdote gli impediva il rapporto con l’utenza laica. Quindi in Inghilterra frequenta un corso di assistente sociale. Colleghi, studenti, insegnanti gli davano spazio per organizzare i suoi lavori di ricerca e lo aiutavano anche economicamente. Così incominciarono a sorgere i comitati esteri, dove si raccoglievano i soldi, che erano dati a Borrelli affinché una volta a Napoli, potesse risolvere problemi immediati. Con i soldi Borrelli, avuto il beneplacito della Curia di abbattere la chiesa, dà il via alla costruzione dell’edificio attuale. Costruita la struttura, la Curia voleva impossessarsi dell’istituto, chiedendo a Borrelli sacerdote di esserne il direttore con stipendio. Borrelli, che non aveva accettato, cambiò Ordine religioso e diventò gerolomino dell’Oratorio S. Filippo Neri, ordine che non dipende dalla Curia. Nel 1967 buttò alle ortiche la tonaca, ma continuò in questa sua opera fino al 1996, anno in cui si ritirò. Di quegli scugnizzi molti furono addestrati in diversi mestieri, altri frequentarono varie scuole, alcuni emigrarono in Inghilterra, Svizzera, America ed Argentina, mentre altri trovarono un impiego in Italia. Anche gli insuccessi non mancarono; mentre alcuni arrivavano, altri scomparivano per tornare alla vita randagia cui erano assuefatti da anni.

SPAZIO MINORI, SPAZIO DONNACENTRO DIURNO, SPAZIO ANZIANI, CONSULTORIO MEDICO GERIATRICO (dott. F. Penza) LABORATORIO DI CERAMICA, Ginnastica Dolce, ANIMAZIONE rappresentano le attività di base della Fondazione, che intenderebbe continuare a favore della povera gente, degli emarginati, di tutti quelli che hanno bisogno di aiuto.
LA CARITA’ E’ INUTILE SE E’ PURA ESIBIZIONE
di Franco Penza
L’AMBULATORIO DELLA CARITA’
Anime buone, L’ambulatorio della Carita’ il movimento spontaneo, sorto anni fa, nonostante tutto, distribuisce indumenti, farmaci, cibo, agli extracomunitari, ai barboni, ai poveri, un’utenza non allineata nei grandi contesti napoletani. Trattandosi di una chiesa abbandonata, ho chiesto d’intervenire alle autorità, ma mi è stato risposto che i diseredati vanno inseriti in programmi di recupero da organizzazioni preposte.
Attendo fiducioso risposta.
Dott. Francesco Penza - S. M. La Nova, 15 - Napoli

Egregio dott. Penza,
ho apprezzato molto il suo desiderio di mettere a disposizione dei poveri le sue competenze professionali e quelle dell’Associazione Culturale L’Infinito, che ella presiede. Attesa, tuttavia, l’indisponibilità di luoghi da poter destinare specificatamente ad ambulatorio medico, La invito a concordare con i responsabili della Caritas diocesana tutte le possibili forme di qualificata collaborazione attraverso le strutture di volontariato già operanti nell’Arcidiocesi di Napoli.
Grato per la generosa disponibilità, La benedico di cuore.
Crescenzio card. Sepe Arcivescovo di Napoli

Gentile dott. Penza,
Sua Eminenza ha letto la Sua lettera di richiesta, che segue altre già pervenute alle quali abbiamo già risposto tempo fa, anche tramite la nostra Caritas Diocesana. Le assicuro che ci siamo interessati al suo caso, tuttavia siamo spiacenti comunicaLe che per il momento non disponiamo di cappelle o chiese chiuse agibili che potrebbero essere adibite ad uso di ambulatorio. Speriamo in seguito di poterLe fornire indicazioni utili.
La saluto con ossequio,
Don Sebastiano Pepe Segretario Arcivescovo
La Pensione di Sodoma
Appendice a "Una Vita Sbagliata"
di Franco Penza
Il Paese è in difficoltà economica e morale e in Europa ci trattano da barboni. L’Italia funziona solo dopo le guerre civili. Oggi siamo in una guerra civile parodistica. Un incrocio Berlusca tra Mao e Mussolini e l’opposizione da avanspettacolo. L’Italia è nelle mani della massoneria, della mafia, della camorra. Nonostante abbiano denaro a palate, i borghesi mangiano ancora nel tinello, nella palude sociale. Dunque, i poveri e i pensionati devono succhiarsi i politici, ottantenni e veline usate. E TV demenziale.
Si cancella con un colpo di spugna un periodo nero della vita, nel tetro corridoio senza finestra della Assistenza Sanitaria Napoletana, reietto e male apostrofato. In via della falsità. Non si avvertono vuoti esistenziali, anzi libero dagli orari catenacci. A casa, si sistemano gli scritti de L’Infinito dal 1965.
Nessun pentimento per non essersi espresso nella burocrazia sanitaria. In verità, non si dà permesso di esprimere pienamente la professionalità di medico nella Regione Campania, dopo aver vinto un concorso. La programmazione è svolta da sprovveduti, per doppioni istituzionali. Alla Sanità dirigono i non medici. Il ruolo tecnico è necessario per evitare gli esterni obbligati dal regime in Campania. I tempi sono duri, il lavoro in generale è precario ed ognuno s’adatta al collega mediocre, criticando aspramente, in alto e in basso, ma recandosi al bar per sorbire un velenoso caffè. Alla fine la sopportazione di uno stipendio di fame aiuta a continuare. E si ringrazia il cielo che non si ascoltano i millantatori-pappagalli. L’umanità e la classificazione degli uomini parte dal basso. In alto i compromessi sono una montagna. Purtroppo si versa la pigione al proprietario dell’appartamento, pari alla pensione, per vivere in una casa di un altro. Ma la proprietà non era un furto? diceva qualcuno.
Per tutta la vita non si sopporta il capo, pur lavorando alla dipendenza per 40 anni, compresi periodi assicurativi non coperti. L’esempio del padre, che pagò caramente per aver schiaffeggiato il suo economo del convalescenziario per giustizia sociale, costringe a subire il comando. Molti spettatori, pochi gli attori su questo mondo.
Purtroppo chi non sa creare soldi, accetta il compromesso di un lavoro lontano dal suo ideale di libertà . Ma grazie a Dio e all’arte, dopo esperienze gratificanti di tredici anni di Università di medicina e di filosofia, di mezzo secolo di giornalismo, di teatro, di pittura, di pugilato, di medicina volontaria presso l’Ambulatorio della Carità e la Casa dello Scugnizzo e sognando con Minnie, Iula, Elena, Bruna, Anna x e y, Giuseppa, Ina, Lella, Pina, Lucia, Rossana, Maria x, y, z, Rita, Immacolata, Elvira, Carolina, Nannina, Adriana, Teresa, si respira aria pura… .
Un saluto ai burattini e ai burattinai, per coerenza per la incoerenza umana. Un addio con spumante non avete realizzato per limiti morali e materiali. Si pensa di ritornare alla Università della strada per imparare a vivere con l’inganno e la falsità, anche tardi. Se siamo in condizioni sociali deplorevoli in uno stupido sultanato, la colpa è di tutti i poveri di spirito e di dignità. Non siamo capaci di rivoluzioni. Dunque, Sodoma è rediviva?
 
Montesano e Franco Penza Elena Pellegrino e Franco Penza Franco Penza
     
Franco Penza e Mita Medici Alberto Lupo e Franco Penza Franco Penza
     
Jula De Palma e Franco Penza Mita Medici e Franco Penza Franco e Giovanna (1973-74)