Miei buoni amici, il racconto si svolge in un paese di montagna. Lassù vivevano poche anime, un buon curato ed un signorotto. Due famiglie commerciavano bestiame, una era composta dal padre, dalla madre e dall’unica figlia Rosa, triste e pensierosa: nei suoi occhi si leggeva l’angoscia, l’altra da un padre dedito al bere, dalla madre religiosissima e da due fratelli, Massimo e Carlo, giovanotti che litigavano sempre.
Il curato visitava spesso i suoi filiali, aveva una chiesetta con un campanile stile gotico, la domenica celebrava la messa. Specie quando imperava la tramontana implacabile l’unico rifugio era la chiesetta.
Tutto sembrava regnare nella quiete, eccetto quel signorotto che era solito andare in città col calesse e fare prepotenza su tutti.
La tensione incominciò ad accendersi quando morì il padre di Rosa, avevano perso tutto il sostegno, quel signorotto ne profittò per circuire quella gente di buona morale, abituata a vivere con la virtù dei veri cristiani.
Rosa era solita portare al lontano cimitero i fiori sulla tomba del padre, un giorno incontrò quel Tizio lungo la strada.
Avido di piacere, a vedere Rosa s’accese nel suo animo una violenta passione, ma trovò in Rosa un baluardo degno di una eroica vergine, che si allontanò a rapidi passi e corse dalla mamma piangente.
Dobbiamo subito dire che si erano accesi di pura passione anche i due fratelli, dopo che avevano partecipato al rito funebre del padre di Rosa con dolore. Ma i disegni della Provvidenza non si sapevano, si sapeva solo che Rosa era solita recarsi in chiesa e aveva fatto promessa al Signore di consacrarsi a Lui per tutta la vita, era decisa nella sua ferrea volontà.
Quando ecco un giorno dal vento gelido Rosa, avvolta nel suo mantello, andò a raccogliere legna, incontrò Massimo, il quale pur volendole bene non profittò mai della castità, erano cresciuti insieme e anche lei nutriva per la sua famiglia una grande simpatia; l’accompagnò a casa e la madre ne ebbe piacere vederli assieme, offrirono un buon bicchiere di vino, la vecchietta sperava prima della sua morte dare in sposa Rosa a Massimo, ma non sapeva niente della consacrazione. Un giorno la madre glielo disse, lei non rispose, scappò in chiesa esclamando:”Buon Dio, fa che non venga meno alla mia promessa!”
Incominciò lo scatenarsi della tempesta di anime, fratello contro fratello, non si guardò più allo stesso sangue, nulla valse il buon curato a richiamare le famiglie.
Rosa nascondeva dietro il suo bel viso la mestizia del suo animo.
Ma intanto l’indomito signorotto macchinava di far rapire Rosa e con l’aiuto di altri come lui ci riuscì. La mamma di Rosa si rivolse al curato, ma allora erano tempi in cui la legge poco si rispettava. E a nulla valse la preghiera.
La fanciulla fu rinchiusa in una camera e fatta segno prima di amorose cure e poi di violenza, ma Rosa aveva fra le mani la corona, l’arma dei forti e a nulla valse la prepotenza di quel signorotto, che rimase sconfitto.
Non stupisca l’accostamento del racconto accaduto oggi con quello manzoniano del sedicesimo secolo. E chiedo scusa dell’irriverente ed apparente accostamento. Ma simili avvenimenti ancora oggi sono d’attualità. Forse peggio.
Dicevo, a nulla valse la prepotenza di quel signorotto che rimase sconfitto.
Intanto nella contrada si sparse la voce, il curato suonò la campana in segno d’allarme, Massimo e Carlo, che da tempo si guardavano in cagnesco, si fissarono finalmente in volto e si misero alla ricerca; più svelto Massimo che con l’aiuto di un cane scovò il delinquente scavalcando un muro di cinta alto cinque o sei metri circa, penetrò in quel castello, il manigoldo stava tentando l’ultima carta, ma alla vista di Massimo restò sorpreso.”Vigliacco! Non hai coscienza! Prepotente! Non conosci l’onestà!” Gridava il giovane. “Calunniatore!” Ebbe il tempo di profferire, poi iniziò una lotta furibonda, il farabutto impugnò un’arma e sparò, per fortuna Massimo si ferì leggermente, ma spinto dal dolore s’avventò come una belva e lo annientò. Svenuta Rosa tra le braccia di Massimo, adagiata su un calesse fatto venire da Carlo, la portarono a casa.
La povera mamma affranta dal dolore piangeva a dirotto.
Quel signorotto scappò per le campagne, ma era turbato e aveva nei suoi occhi l’immagine di Rosa, della sua castità, della corona che aveva fra le mani, pianse come un bambino, si pentì amaramente e chiese perdono al Signore. Da allora non si vide più. In un’atmosfera veramente mistica nella chiesetta allestita per il gran momento, Rosa si consacrò a Dio!
Uno scampanio richiamò l’attenzione di tutta la contrada, anche Massimo e Carlo accorsero sorridendosi a vicenda, seppero subito quello che stava avvenendo nel tempio, non ebbero la forza di resistere ad un pianto convulso.
La fanciulla su un calesse accompagnata dal curato e dalla mamma s’incamminò tra ripidi colli, tra una campagna verdeggiante, nel suo cuore si leggeva la profonda commozione. Addio a tutti.
Un saluto al cimitero e poi verso l’eternità.
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