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Suor Angelica
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Lungo la corsia di un ospedale si udiva assillante il rombo dei cannoni e si distingueva per il suo zelo una buona creatura: Suor Angelica. Solo lei capiva il dolore, il gemito, e, instancabile nel suo dovere, meditava il SS Rosario. A sera tutti i combattenti le s’adunavano attorno e, malgrado l’affannoso lavoro che avesse da svolgere, ella trovava sempre modo e tempo di raccontare qualcosa di brioso, di divertente; e il suo dolce favellar leniva molto quei cuori affranti, reduci di grandi battaglie, in cui avevano sparso il loro sangue per gli alti destini della Patria. Fuori dell’ospedale i poveri attendevano l’ora del pranzo per avere la razione che lei ben lieta offriva. Ma un giorno, triste per tutti, giunse un ordine di trasferimento: la suora fu destinata là, dove spietato era il nemico, dove i soldati a prezzo della vita combattevano per la grandezza d’Italia. Accettò senza esitazione il compito affidatole, ma i suoi occhi si velarono di pianto. Il giorno seguente un baroccio sostò nel piazzale dell’ospedale;: tutti piangevano e, mentre lei montava sul veicolo, io, a nome di tutti, le porsi un mazzolino di viole: segno della nostra riconoscenza. Addio, suor Angelica! Gridavano i soldati. Addio, rispondeva la suora, singhiozzando: addio, mie margheritine! Addio, colli dorati; addio a tutti! Lungo il sentiero roccioso che menava a valle il baroccio s’avviò, dileguandosi tra il verde della pianura. Questa scena di un meriggio d’autunno, quando le foglie appassite cadono dagli alberi come cadevano lagrime, è sempre impressa nella mia memoria, riabbellita ancor di più dal passar degli anni. Il veicolo raggiunse la stazione: la suora ne discese, salì sul treno e si trovò tra soldati, pigiati, partenti per il fronte, i quali pochi attimi prima avevano salutato le mamme, le spose, i figli. Essi partivano per un dovere sacro; forse partivano e non ritornavano…La guerra annienta, distrugge gli affetti più cari: è un implacabile travolgere di cose. La buona suora raggiunto il fronte, s’avviò all’ospedaletto da campo, ove un sanitario e pochi infermieri dirigevano quel caos. Ed anche là ella si distinse per il suo coraggio e per le sue impareggiabili virtù. Dopo anni di strazio, la guerra finì. Tornai a casa, mi recai al distretto militare e domandai di Suor Angelica. Mi fu risposto che la corona degli eroi era sul suo capo. Era là, dove aspettava meritatamente il grande premio. Piansi a dirotto, e chi non avrebbe pianto! Nelle sere stellate guardo l’infinito cielo e, scrutando, noto un astro che brilla sempre più, un astro che insegna ad amare e ad aiutare chi soffre: è la stella della bontà, a nome Suor Angelica: esempio di eroismo, di abnegazione, di sacrificio. L’ospedale era in Africa, in Abissinia, dove ero militare richiamato. Dopo anni, lavorando al cinema Corallo, porsi un fascio di fiori all’attrice drammatica Emma Grammatica e per il gesto che ripetevo ricordai suor Angelica, mio custode nel terreno peregrinare.
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Lettore, che hai la pazienza di leggere questi scritti messi insieme alla rinfusa, ti saluto e ti ringrazio.
Peppino Penza (1915-1998)
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