Storia delle Religioni
di Manuel Guerra
…La religione è stata spiegata come una messinscena culturale allestita dai potenti e dallo Stato per evitare che le masse dei poveri si ribellassero e far si che sopportassero l’oppressione nell’aldiqua, sotto l’effetto narcotizzante dell’illusione di una felicità piena dell’aldilà.
Solo in questo modo, in quanto strumento politico, l’oppio del popolo, del marxismo, la religione sarebbe ammissibile..
Questa la posizione di Crizia e di Polibio e oggi del marxismo…

Per Mircea Eliade, che formula la sua concezione del mito e della religione, il mito è un atto di creazione autonoma dello spirito, indipendente dalle conduzioni socioeconomiche. Il valore dei miti sta nel loro carattere fondamentale di ierofanie, cioè di rivelazioni del sacro. Secondo Eliade, non vi è religione naturale, poiché la natura non è sacra di per sé ma solo in quanto manifesta un significato soprannaturale. D’altra parte, tale significato è trascendente anche rispetto alla storia, dal momento che quest’ultima aggiunge continuamente significati nuovi ai simbolismi arcaici, ma non può distruggere la struttura originaria del simbolo. Il mondo del mito si muove sempre entro la polarità sacro-profano, in cui la sacralità è riconosciuta come la vera realtà, contrapposta alla profanità in quanto irrealtà. L’unica comprensione corretta del mito è, dunque, quella religiosa, che lo considera come rivelazione del sacro. Per questo motivo una storia delle religioni deve svolgersi come una fenomenologia comparata delle ierofanie più diverse ed eterogenee, volta ad individuare in esse, senza selezioni preventive, la comune modalità del sacro. Il rapporto tra sacro e profano non si risolve, per Eliade in una semplice opposizione, poiché il sacro, che si rivela pur sempre come altro dal profano, si manifesta però nel profano, che come strumento di questa manifestazione viene sacralizzato, diventa simbolo del sacro. Attraverso l’esame delle varie ierofanie è possibile individuare alcune strutture principali, alcuni significati fondamentali della realtà, che acquistano particolare importanza in tutti i sistemi mitici e religiosi: la trascendenza (cielo), la fecondità (terra), il centro del mondo (casa, palazzo, tempio). Eliade sottolinea anche la differenza tra il tempo sacro e quello profano: mentre il secondo è in sé una durata evanescente, che assume un senso solo quando diventa momento di rivelazione del sacro, il primo è un susseguirsi di eternità periodicamente recuperabili durante le feste che costituiscono il calendario sacro: esso si configura perciò come un eterno ritorno. Eliade insiste anche sul valore archetipico del mito, che costituisce il modello e l’esempio per tutte le azioni umane e per tutta la realtà: le vicende cosmiche e storiche hanno quindi significato in quanto ripetono e riattualizzano la realtà sacra del tempo primordiale.
 
Dioniso e i riti dionisiaci
Dioniso è un dio greco, egli è il corrispettivo greco del dio romano Bacco. Dioniso incarna tutto ciò che vi è di istintivo, sensuale, caotico e irrazionale nella vita. Nietzsche fece notare che la vita stessa, come principio che anima i viventi, era istintività, sensualità, caos e irrazionalità e per questo non poté che vedere in Dioniso la perfetta metafora dell'esistenza. Ciò che rende vivo i viventi è infatti un qualcosa di misterioso, qualcosa che sembra riguardare da vicino quell'energia priva di qualsiasi prevedibilità che è la fonte prima a cui attinge ogni cosa animata (è l'energia delle passioni, che fluttuano caotiche nel corpo e nello spirito degli uomini).
I tratti di Dioniso incarnano lo spirito di tutto ciò che vuole vivere: egli è il dio della vegetazione, la cui cieca rigogliosità si spinge ovunque le sia permesso spingersi, nonché della fertilità, il principio per cui dalle cose vive si generano i viventi. Ma non solo, Dioniso è il dio dell'uva e del vino, e quindi è il nume tutelare dell'ebrezza e della perdita della ragione. Dioniso toglieva le inibizioni, riconduceva gli uomini al loro stato primordiale e selvaggio, li faceva ballare, gridare, agitare, cadere nell'esaltazione parossistica che portava all'orgia e alla violenza, la quale era privata del suo significato negativo, in quanto nulla si riteneva giusto o ingiusto in regime di delirio.
Dioniso era l'unico dio che concedeva alle donne e agli schiavi di partecipare ai suoi riti, i quali prevedevano, oltre alla danza sfrenata e liberatoria, la caccia a mani nude di un animale selvatico, sbranato e ingoiato a brandelli ancora caldo e sanguinante: il calore del corpo e il sangue grondante erano cagione di vita da ingollare a piene fauci.
Ecco come si svolgeva il rito dionisiaco: lo scopo del rito era quello di ricordare le vicende di Dioniso, figlio di una relazione adulterina tra Zeus e una mortale e per questo perseguitato fino alla pazzia da Era, consorte legittima di Zeus. Il corteo era composto dalle menadi, donne incoronate con frasche di alloro e indossanti pelli di animali selvatici, e da uomini camuffati da satiri. Le donne erano ammesse ai riti perché impersonavano quella irrazionalità che il mondo greco contrapponeva alla ragione tipicamente maschile. Per permettere loro di ballare il più caoticamente possibile, esse reggevano il tirso, una verga circondata di edera e appesantita a una estremità da alcune pigne, il cui solo scopo era quello di rendere più instabile possibile il corpo della danzatrice. Ebbro di vino, il corteo si abbandonava alla suggestione musicale del ditirambo, una danza ritmica ossessiva scandita da flauti e da tamburi. Lo scopo del rito era quello di raggiungere quello speciale stato di possessione che gli antichi chiamavano entusiasmo: il rito, come già accennato, si chiudeva con la caccia e lo sbranamento di un animale selvatico.
A partire dal IV secolo a.C. questi riti cessarono gradualmente di essere officiati e vennero sostituiti da rappresentazioni simboliche, sia mimiche che musicali, meno cruente. Dall'usanza di sacrificare una bestia, solitamente un capro (tragos in greco), prese nome quella rappresentazione teatrale della vita che è la tragedia greca.
 
Religione Eschimese
La popolazione eschimese, costituita soprattutto da cacciatori e pescatori, abita le zone costiere dell'Asia e dell'America, l'Alaska, la Groenlandia e il Labrador. L'essere supremo, che assomiglia al Mana dei melanesiani, prende il nome di Sila o Silap inua, e con la sua potenza pervade ogni luogo. Inua significa proprio energia animatrice, di fronte a cui si trova l'inuk o essere umano, che riceve da quello la forza o anche più forze. Inoltre gli uomini hanno una vita dopo la morte e gli esquimesi credono nell'esistenza di tre regni: due felici, in cielo e nelle profondità marine, il terzo, sorta di inferno, è situato sotto la terra.
In Groenlandia la divinità suprema prende il nome di Arnaquashaq ovvero «donna maestosa», ed è divinità marina che vive nel fondo degli abissi circondata da pesci e altri animali: da lei dipendono la ricchezza di animali sulla terra o le carestie, momenti determinanti per un popolo di cacciatori. La caccia del resto fa parte anche dei riti religiosi, sia in quanto procura cibo, sia anche come salvaguardia del soffio vitale dello stesso animale. Come sacerdote vi è lo sciamano che svolge con l'aiuto degli spiriti ausiliari (tunarak) la funzione di capo, giudice, oracolo e guaritore.
 
Religioni Tradizionali Africane
Ogni popolazione africana ha sviluppato una sua specifica religione, che è divenuta parte integrante del suo patrimonio culturale. Si può dire che esistono tante religioni tradizionali quante sono le popolazioni africane. Tra le popolazioni non è diffuso il proselitismo, ossia il convertire altri alla propria religione, proprio perché ogni religione è legata all'identità di una popolazione. Non è quindi possibile rintracciare nelle religioni tradizionali africane una origine storica comune, né una unica diffusione geografica che ci permetta di seguirne l'espansione nel continente. Si usa generalmente il termine tradizionale per distinguere quelle che hanno un'origine africana, dalle grandi religioni importate, come l'Islam o il Cristianesimo, che hanno negli anni attratto una larghissima fetta della popolazione. Parlare della religione in Africa significa parlare della organizzazione sociale, e quindi parlare del rapporto tra giovani e anziani, del rapporto con la natura, delle relazioni tra i sessi opposti, della percezione della malattia, della accettazione della morte, e così via. Tutto ciò che riguarda la vita sociale in Africa è regolato dalla religione. Non essendoci un testo scritto, come la Bibbia o il Corano, la tradizione religiosa è custodita dagli anziani e affidata alla trasmissione orale, spesso attraverso racconti e proverbi. A questo proposito è bene ricordare che la terminologia usata dagli studiosi occidentali per classificare la dimensione religiosa africana è imprecisa e ne impoverisce la complessità e varietà.
Princìpi fondamentali
Malgrado le trasformazioni che avvengono continuamente nel mondo religioso africano è possibile riconoscere elementi che accomunano le tradizioni religiose africane tra di loro.
In primo luogo, al centro di tutte le religioni vi è la credenza in un Dio unico, che la Storia delle religioni definisce Essere Supremo. La figura del Dio Creatore è simile in tutte le religioni africane: dopo aver creato il mondo se ne è disinteressato e interferisce raramente con le vicende degli uomini. Pur essendo garante dell'ordine stabilito delle cose, non vi partecipa più e rimane quindi al di fuori della relazione con gli uomini. L'Essere Supremo è oggetto di venerazione e di culto. Ad esempio, il Dio del popolo kikuyu del Kenya, chiamato Ngai, si è ritirato in cima al monte Kenya e non partecipa alle vicissitudini delle sue creature. Tuttavia, i Kikuyu pregano sempre rivolgendo il volto verso la montagna in segno di rispetto.
Il Dio creatore è buono e cattivo: incute timore perché i suoi rari interventi possono essere violenti, ma la gente gli è anche grata per la sua generosità.
La figura dell'Essere Supremo è l'entità più importante di una serie numerosa di esseri spirituali. Essi agiscono da mediatori tra l'Essere Supremo e gli uomini. Nelle religioni africane vari spiriti sono diventati più importanti dell'Essere Supremo, che è sentito come lontano. È a loro che gli uomini si rivolgono per vedere esaudite le loro richieste. Gli spiriti si distinguono in spiriti di origine non umana e spiriti che dopo essere stati degli esseri umani sono diventati spiriti ancestrali.
Gli spiriti di origine non umana sono a volte collegati con determinati luoghi naturali, ad esempio lo spirito del bosco o lo spirito del mare. Tra gli spiriti più attivi e presenti per i luo del Kenya, ad esempio, vi è lo spirito del lago. Ciò si spiega con la vicinanza del lago Vittoria, sulle cui rive i luo vivono da molto tempo. Tra i dogon del Mali, lo spirito dell'acqua, chiamato Nommo, è considerato il progenitore dell'umanità, colui che ha insegnato agli uomini l'arte del fuoco e l'uso degli strumenti.
Gli spiriti della natura spesso non hanno una personalità definita, sono i guardiani del territorio dove vive una popolazione e con la quale instaurano delle relazioni sociali. Altri spiriti invece sono identificati con fenomeni naturali, come lo spirito del tuono, lo spirito del vento, della tempesta, della pioggia e così via. Tutte queste entità spirituali, che alcuni studiosi definiscono anche divinità secondarie, possono essere benefici o malefici o possedere una natura ambivalente. A volte sono amichevoli e ben disposti nei confronti degli uomini, altre volte possono essere ostili. Alcuni intervengono raramente, altri sono sempre presenti nella vita di tutti i giorni, alcuni si spostano facilmente mentre altri sono sedentari. Tutte queste entità spirituali si dispongono lungo una scala gerarchica per ordine di importanza, e la loro posizione codifica i rapporti tra di loro e tra loro e gli uomini. Alcuni di questi spiriti entrano in relazione con gli uomini attraverso la trance o la possessione. A volte esistono delle famiglie di spiriti che periodicamente possiedono una persona e le indicano in che modo agire per il bene del clan o della comunità intera. Si tratta ad esempio degli spiriti Bori tra gli haussa del Niger o dei Bisimba tra gli zela dello Zaire.
Alla categoria degli spiriti ancestrali appartengono invece gli antenati. La morte non trasforma automaticamente un parente in un antenato, ma sono necessari dei rituali accurati che in un certo senso accompagnano la persona deceduta nell'aldilà e gli permettono di acquisire la nuova essenza spirituale. Tra questi rituali ricordiamo il doppio funerale che prevede un periodo di tempo in cui lo spirito del defunto diventa maldisposto nei confronti dei vivi e solo il secondo funerale, che prevede una serie di offerte e di preghiere collettive, lo riappacifica con i suoi parenti.
In tutte le società africane il legame tra i vivi e i morti è forte: i defunti devono essere sempre tenuti in considerazione e appagati con offerte di vario genere. Essi mantengono saldamente le loro posizioni all'interno della struttura familiare e nulla incute maggior timore che il suscitare la loro ira. Gli antenati costituiscono la relazione più immediata con il mondo spirituale, sono in grado di garantire la prosperità, la salute, la fecondità ai loro discendenti. La struttura sociale dei Kikuyu del Kenya si riflette e si sdoppia nell'organizzazione del mondo degli antenati, chiamati Ngoma, tra i quali spiccano gli "antenati immediati" o Ngoma cia aciari. Essi comunicano prevalentemente con il capo famiglia, che deve offrire loro regolarmente offerte di cibi e di bevande.
 
POLITICA E RELIGIONE

Gloria Polo - Miracolo Vivente
www.gloriapolo.info
Il Signore, nostro Dio, colmi tutti noi della sua benedizione e conceda a tutti noi la grazia della conversione personale e salvezza. Mi chiamo Gloria Polo. Sono la donna la quale ha sperimentato il mortale colpo di fulmine. Coloro che hanno dei dubbi sulle effettive circostanze del mio incidente possono leggere nel giornale colombiano "EL ESPECTADOR" dal 8 maggio 1995 un articolo su di me e sul mio incidente. Quegli articoli confermano l'autenticità dell'evento. Se io non fossi convinta che questo evento è un'amorevole chiamata di nostro Signore e Dio al serio ritorno e personale conversione di ognuno di noi, allora non potrei mille volte mille ripetere questa testimonianza di fede come ha predetto il Signore stesso. Ma l'amore di nostro Signore per noi uomini è talmente grande e immenso che ha ammesso affinché io potessi non solo fare questa mistica esperienza, ma bensì condividerla anche con tutti quelli che mi possono e vogliono ascoltare. Ad essere sincera, qualcuno di voi crede davvero che racconterei ovunque la vita, la quale conducevo prima, come se fosse una confessione generale di tutta la vita, se non prendessi sul serio quell'ordine del Signore e non confidassi nella Sua parola? Vi assicuro sinceramente e pubblicamente che nessuno, nessun uomo in questo mondo saprebbe mai qualcosa di me, sulla mia vita spirituale, sui miei sentimenti, sul mio "ego", sul mio comportamento sociale e familiare, altrettanto sul mio personale passato perché mi vergognerei troppo per parlarne pubblicamente. Credo che il mio confessore sarebbe stata l'unica persona che, in questo caso, avesse mai saputo le mie mistiche esperienze. Obbediente a nostro Signore percorro tante parti della terra per condividere con molte altre persone questa mistica esperienza e questo grande dono del Signore. In molti paesi mi hanno accolta con tanto calore e quasi sempre in quei passati dieci anni ho parlato delle mie esperienze nei gruppi di preghiera, nelle parrocchie, nelle comunità monastiche o davanti ad un pubblico interessato perché Dio mi ha dato la grazia di un gran amore per la Chiesa Cattolica. Mi ha dato come dono anche la grazia di obbedienza a Lui e alle autorità di questa nostra Chiesa Cattolica. Voi stessi potete percepire questo dono di Dio, quando osserverete il desiderio di molte anime umili di ascoltare la voce del Signore, prendere sul serio le Sue parole, cambiare vita, convertirsi, trarne le conseguenze, edificare la fede cristiana nella realtà della vita moderna. Per farla breve, aprirGli il cuore in modo che la Sua grazia possa rendere morbidi e "vivaci" i nostri insensibili cuori. Egli ci segue sempre come un importuno mendicante durante tutta la nostra vita, ci sta a fianco sulla strada della vita, ci guarda triste e cerca di incitarci con la Sua dolce voce al ritorno, alla conversione. Grazie alla mia testimonianza di fede si sono convertiti molti uomini in tante parti del mondo e ciò non accade perché io lo faccia, perché io sia tanto buona, sappia parlare così meravigliosamente o sia talmente persuadente. No, tutt'altro. Tutto questo è solo l'opera di Dio, l'effetto della Sua grazia e il frutto della Sua Misericordia.
Commento di Franco Penza
Dopo un'esperienza dell'al di là, un ritorno al di qua e un abbraccio al cattolicesimo. Alcuni santi, dopo esperienze traumatiche, hanno cambiato l'esistenza (S. Francesco). Da un punto di vista scientifico, il miracolo va interpretato: se rientra nell'ordinaria fisiologia non vi è miracolo, ma è solo patologia. Se la medicina non spiega il sopra-naturale, siamo davanti al miracolo! S. Francesco da ricco mercante parte per la guerra, in un combattimento è ferito alla testa, poi si ammala di malaria e dopo la guarigione cambia completamente vita e sposa la povertà. Certo il metro della chiesa è diverso dal metro degli uomini e anche esso va interpretato. Basti pensare che a Lourdes dal 1858 ci sono stati appena 67 miracoli, non spiegabili ordinariamente. La religione è degli uomini. I primi uomini avevano paura del fiume che straripava, del fulmine che uccideva e creavano gli dei. I più forti si ponevano a capo delle comunità e le sottomettevano alla loro volontà. Ma la paura dell'aldilà permise l'invenzione della prostituzione sacra, della stregoneria, le guerre di religione, ma è sempre l'uomo che fa e disfa. Se l'uomo ha bisogno di un capo, è un immaturo, se ha bisogno del mito è un handicappato. L'uomo è un essere incompleto, perciò ha bisogno di sostegno. Ad ognuno il suo commento.

ETIMOLOGIA


Giovanni
Deriva dall’ebraico Yehohanan, composto da Yoh o Yah che è l’abbreviazione di Yahweh o Geova, (è il nome proprio di Dio nella tradizione ebraica, e da hanan che significa “ebbe misericordia”, e vuol dire letteralmente “Dio ha avuto misericordia” o anche “dono del Signore”. Anticamente veniva imposto ad un figlio lungamente atteso e nato quando ormai i genitori avevano perso la speranza di essere rallegrati dalla nascita di un bimbo.

Giuseppe
La forma originaria del nome è l’ebraico Yoseph, derivato da Yosephyah, “Dio aggiunge”.

Aldo
Il nome ha un’origine longobarda in ald “vecchio” ma può anche essere considerato come accorciativo di altri nomi (per es. Teobaldo, Romualdo).

Alessandro
Deriva attraverso il latino, dal greco Aleksandros, protettore degli uomini.

Concetta
Viene dal latino Concepta, concepita.


 

IL CITTADINO E LA COSCIENZA POLITICA

Dopo aver assistito a spettacoli poco edificanti, quali crisi e crisette comunali, è venuta spontanea alla mente la domanda:”Sono gli eletti che sbagliano o siamo noi elettori a non saper scegliere gli uomini idonei a governarci?” Alla nostra Democrazia, il tanto decantato potere di popolo, non si possono in fondo addebitare molte colpe: è un partito giovane ed occorre ancora tempo perché possa dare buoni frutti. Ma non intendiamo parlare di questo; intendiamo accennare alla coscienza politica di ognuno di noi, della quale non ai parla mai ed invece se ne dovrebbe discutere sempre.
Sono comunista perché lavoratore; liberale perché capitalista: queste espressioni dimostrano apertamente la mancanza totale di idee chiare. L’80% dei comunisti non sa neanche lontanamente chi sia Marx o Eghel e su questo non temo smentite. Essi si lasciano trasportare, nient’altro. Ma niente di più errato. Vive ancora nelle servette, donnette, vecchi la paura dei partiti di sinistra. L’Italia avrebbe assolutamente di una dittatura. Non si sceglie il partito di destra sol perché in esso milita un ex collega di banco; quindi non ha ragione di vita la assurda idea del cittadino elettore, che guarda l’uomo amico e non il futuro reggitore della cosa pubblica.
E’ eletto quasi sempre Tizio, il quale non ha risolto mai problemi né per se, né per gli altri, manca di cultura, è taccagno, perciò il suo scopo precipuo è mettere da parte un bel gruzzolo per la vecchiaia; infine ignora tutto ciò che dica diritto amministrativo. Non siamo noi a scegliere; sono essi che scelgono l’elettorato, nel quale vive e vegeta l’ignoranza. Ecco perché assistiamo a ributtanti spettacoli di continuo. Una volta sola ho notato Sempronio e Caio, tradizionalista per eccellenza, rassegnare le dimissioni solo perché il loro partito aveva accettato nelle sue file un voltagabbana, che, militando or nell’uno, or nell’altro, ha sempre osannato a questo e calpestato quello e viceversa, quando il caso richiedeva, ridicolizzandosi senza vergogna e senza decoro.
In piazza si chiacchiera molto, ma si edifica poco; verba volant! E sapendo ciò i suddetti profittano della labile memoria dei cittadini e se ne ridono, propinando a tempo debito la buona dose di veleno.
Come possono non generarsi e rigenerarsi crisi e crisette comunali e nazionali? Come può formarsi una coscienza politica il cittadino, spettatore di arrivismo, nepotismo, clientelismo, di beghe di partito, dividentesi in gruppi, sottogruppi e via dicendo? Siamo troppo giovani per giudicare il passato regime, ma in tempo per dire una parola sul presente! Ripeto: coscienza politica.

Franco Penza 1964 da “Risveglio Sociale”
Quarant’anni fa scrissi queste note sull’onda anomala della disoccupazione italiana e del poco credito che davamo ai candidati dell’epoca, mentre io provai sul palco a cadere in una rete politica..
 


 

GETTO LA SPUGNA
di Franco Penza


Voglio suonare, cantare, camminare, giocare e non parlare più di carità. Per chi non conosce la tragedia, comincio da capo: l’amore del prossimo secondo il concetto cristiano e si manifesta con gli atti del donare. La carità pelosa è carità non vera e spesso simula un interesse proprio. Non riesco più a capire perché la mia chiesa ha dimenticato la sua origine povera. Bisogna cambiare il modo di intenderla: ho la sensazione che i potenti della nostra Regione dimentichino la realtà napoletana e pensino solo al mondo fuori Napoli e recitino la loro parte sul palcoscenico davanti a noi pubblico spettatore impotente. Le chiese affidate agli stranieri sono solo un esempio di presbiopia politica o di oculatezza per visioni di tornaconto. Mi spiego. Guardare il mondo, dimenticando la nostra città, significa o che si è parte integrante di un sistema complesso di politica di bassa lega o che non veda oltre il naso. Ciò non è possibile e dunque siamo in una rete, che serve a non spiegare bene la situazione in cui vive il popolo napoletano. La miseria, il degrado, l’assenza dei politici del vertice sono sotto gli occhi di tutti. Ogni tanto un acuto, poi il silenzio. Di tomba. Mentre la gente soffre nei bassi fatiscenti dei Quartieri spagnoli, della Sanità. E ricordatevi che ogni nazione ha il suo Sud. E noi siamo veri sudisti, purtroppo, per una storia che ha raccontato una serie di falsità. Vagoni di soldi inviati al Sud, tornano al Nord per finire nelle banche comunitarie. Che cosa potevo offrire al Cardinale in cambio di una chiesetta abbandonata, che poteva servire per ospitare poveri e vergognosi senza casa e senza cibo per l’inagibilità dell’Ambulatorio della Carità? Ho fallito, non per colpa mia, ma perché i poveri devono continuare a patire il freddo e la fame! E inchinarsi davanti ai potenti della terra!


 

Il peccato originale -La mela - Il serpente
di Franco Penza

Adamo ed Eva nel Paradiso terrestre, popolarmente si dice, mangiarono una mela proibita. Conviene subito notare che nel racconto non si menziona una mela.

Quest’idea deriva dalla versione latina della Bibbia. In questa lingua mela si traduce malus e male malum. Adamo ed Eva non mangiarono il frutto del male (malum), ma si pensò ad una mela (malus) a causa di un’assonanza tra i due lemmi latini.
 

Oggi che le Bibbie non sono più in latino, ma in lingua volgare, leggiamo che non mangiarono una mela ma un frutto proibito.

Dio non mortificò Adamo ed Eva solo per aver mangiato un frutto.

Il serpente è un simbolo, come il frutto.

 

Dai moderni studi biblici ed archeologici si sa che il serpente era il simbolo della religione Cananea, che gli Israeliti conobbero, entrando nella terra promessa. I cananei avevano come simbolo della divinità il serpente, che aveva fama di conferire l’immortalità per il cambio della pelle, che garantiva il ringiovanimento; che dava fecondità strisciando sulla terra, che per gli orientali rappresenta la dea madre, feconda e donatrice di vita; che trasmetteva saggezza.

Queste tre caratteristiche dettero al serpente il simbolo della saggezza e dell’immortalità, non solo tra i Cananei, ma anche tra gli Egizi, i Sumeri, i Babilonesi.

Il rapporto tra Israele e la religione cananea fu sostanziale. Quando gli Israeliti entrarono nella terra promessa, trovarono una popolazione evoluta e sviluppata. Il loro Dio si chiamava Baal ed era un Dio che concedeva la pioggia, il raccolto abbondante e la fertilità delle campagne. La forma più comune di rappresentanza di Baal era il serpente, simbolo della vita e dell’immortalità. Baal aveva la compagna Ashera, dea dell’amore e della fecondità. Il culto alle divinità era reso dai Cananei mediante la prostituzione sacra. Essendo un popolo eminentemente agricolo, essi pensavano che la fertilità della campagna e l’esito del raccolto dipendessero dall’unione sessuale di Baal con la sua sposa Ashera. Pertanto si dovevano riprodurre sulla terra e non soltanto nel regno degli dei questi rapporti allo scopo di mantenere costante la fecondità. Per questo motivo i Cananei rendevano attuali i rapporti divini con le meretrici sacre, predisponendo piccole camere di fianco al tempio. Gli Ebrei cominciarono a rivolgersi al serpente, simbolo di Baal, sebbene avessero Jahvé come Dio Nazionale. Dopo secoli gli Ebrei si affrancarono dai Cananei, sostituendo i sacrifici di bambini primi nati all’agnello, ricordando il tutto quale peccato originale.

 

 

Sull’Espresso di qualche settimana fa, un articoletto spiega che, recentemente, il Parlamento ha votato all’unanimità e senza astenuti un aumento di stipendio per i parlamentari di circa euro 1.135 al mese. Inoltre la mozione è stata camuffata in modo tale da non risultare nei verbali ufficiali.

Stipendio Euro 19.150- Stipendio base Euro 9.980-Portaborse Euro 4030 (parenti o familiari) – Rimborso spese affitto Euro 2.900 – Indennità di carica tra Euro 335 ed Euro 6455- Tutto esentasse.Gratis telefono cellulare, tessera del cinema, tessera teatro, tessera autobus-metropolitana, francobolli, viaggi aerei nazionali, circolazione su autostrade, piscine e palestre, treni, aereo di Stato, ambasciate, cliniche, assicurazione infortuni, assicurazione decesso, auto blu con autista, ristorante. Hanno diritto alla pensione dopo 35 mesi in Parlamento, mentre obbligano i cittadini a 35 anni di contributi. Circa 103.000 euro li incassano con il rimborso spese elettorali (in violazione alla legge sul finanziamento ai partiti), più i privilegi per coloro che sono stati Presidenti della repubblica, del Senato e della camera (es. la signora Pivetti ha a disposizione e gratis un ufficio, una segreteria, l’auto blu ed una scorta sempre al suo servizio) La classe politica ha causato al paese un danno di 1 miliardo e 255 milioni di euro. La sola Camera dei Deputati costa al cittadino Euro 2215 al minuto!.

Si sta promuovendo un referendum per l’abolizione dei privilegi di tutti i parlamentari. Queste informazioni possono essere lette solo attraverso Internet in quanto quasi tutti i mass media rifiutano di portarle a conoscenza degli italiani.