Narcisa il Diavoletto
di Franco Penza
Per raccontare brevemente la vita di Narcisa, bisogna chiarire al lettore i concetti di libido narcisistica. La libido per Freud è sessuale. Per Jung energia fondamentale degli istinti.. Durante le tre fasi della sessualità infantile l’oggetto d’amore per il bambino è la madre. Alla fase di sviluppo della libido risale il complesso di Narciso, che esprime le tendenze amorose verso la propria persona. La forma di neurosi ricorda il mito di Narciso, che innamorato di se stesso si contempla compiaciuto nello specchio d’acqua e muore nel vano desiderio di possedere la sua immagine. Secondo la tradizione ovidiana, Nemesi lo punì per aver respinto l’amore di Eco. Il narcisismo sarebbe alla base dell’ipocondria e della megalomania.
Dunque, Narcisa venne al mondo in Piemonte da genitori attori napoletani, che l’affidarono alla nonna e alla zia. Coccolata, viziata e innamorata di sé, cercò di esprimere le sue energie, sublimando la carenza di affetti, inventandosi una madre, con cui visse per 75 anni, sorella del padre. Appena diciottenne s’impiegò all’Istituto Nazionale della Previdenza sociale di Napoli. Si trasferì a Roma, cantando nei salotti della Radio vaticana, in Svizzera, in Spagna. La madre nel ’85 finì e lei rimase in balia della sua disperazione.
Si ricordò dei nipoti, telefonò, chiese aiuti. Ma una donna sola, che polverizza una pensione di tre milioni al mese, non è possibile arginarla in nessun modo. Per lei la casa di riposo sarebbe stato l’ideale, ma la soluzione le sembrò popolana. Lei non saprà mai che la sua aspirazione costante era di ritrovare i suoi genitori, che l’abbandonarono appena nata. Da allora un delirio lucido, durato oltre 80 anni, l’ha accompagnata, col veleno in bocca, pronta a distruggere gli altri, surrogando l’esigenza con bambole e pupi di cera, che si scioglie al calore umano.
Dopo averla sradicata dalla Roma dei Papi, condotta a Napoli dalla nipote Nunzia, in una casa di riposo, scappa con una giostraia in un carrozzone per saltimbanchi sul litorale laziale, che le offre minestre calde, ma le pellicce, i vestiti d’alta moda, i golini d’oro e i gatti rappresentano ancora il sogno di una vita inutile.
Ma sono tutte inutili le vite? Mi ostino a non pensarlo, credendo che anche le vittime del Ruanda, della Cecenia e della Bosnia abbiano un significato.
La giostraia, già stanca, vuole mollarla, ma a chi affidarla? Al maresciallo proprietario, a un mendicicomio? Ai Governi centrale e regionale? Allo spilorcio, taccagno baciapile? Alla vedova troglodita del sesso? Alla separata che rispetta la consorte e la casa ospite, alle maritate con figli fiduciose, belle, nevrotiche, ammalianti, seducenti, pazienti?
Alla moglie, che sulla stratosfera, tra rosari e anziani, bisognosi di cure dimentica la terra ferma, in attesa dell’acqua benedetta, che cancelli le colpe? Ma ricordatevi che chi supera il problema sente il diritto di tirare sassi e per non riceverli sul viso, invito ad alzare la guardia.
Dopo pochi mesi Narcisa si invola nei cieli. Dopo aver pagato il salato conto dell’esequie, i nipoti tentano di avere un ricordo della zia, ma gli zingari rifiutano e per evitare la “guerra” i parenti abbandonano il campo, recandosi al cimitero per preparare un giardino intorno alla tomba per illuderci di vivere ancora quaggiù tra foto, fiori e profumi.
Gaeta 1995