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Al Museo Madre Bruce Neuman e nella
Chiesa di Secondigliano Franco Penza
Intervista al
medico pittore di Alessandro Migliaccio
Nella chiesa di Secondigliano mostra di
Franco Penza
D. Che cos’è la pittura
moderna?
R. La pittura moderna è
stata svuotata dai contenuti politici e sociali, che prevedevano
l’annullamento della persona umana, nella massificazione globale.
D. Parliamo di operazione
culturale?
R: E’ in atto una
diseducazione culturale, che ha inficiato tutti i campi, ignorando la
storia dell’arte.
Le espressioni, che si sono
viste in giro per Napoli, sono arenate alla Pop Art.
E’ un triste ritorno, solo
che costa troppo al popolo.
D. Come ti poni davanti
all’arte oggi?
R. L’arte oggi è
un’identificazione dell’uomo, vuoto e senza pensiero ideologico,
sottoposto a frenestesia per il beneficio di pochi. La netta divisione dei
ricchissimi e dei poverissimi diventa una immensa debolezza umana. Il
Darfur deve soffrire la fame, i barboni devono dormire sulle panchine
della villa comunale, la delinquenza deve guidare il mondo. Noi romantici
sogniamo ancora un Ambulatorio della Carità, una mensa per i poveri,
un’uguaglianza: io vorrei un mondo senza ricchezza e senza povertà.
E’ il mio sogno, che non si
potrà realizzare ed è la massima della mia letteratura, della mia pittura,
della mia medicina.
D. Che cosa pensi del TOTOISMO,
movimento in onore di Totò?
R: Su uno sfondo di
lichtensteana memoria e di recupero di immagine, con opere di grafica e di
acquerello, ho interpretato e letto le poesie di Totò. Per colore ed
equilibrio formale la poesia "Ludovico e Sarchiapone" mi ha colpito di più
per l’umanità degli animali a dispetto degli umani.
MASSONERIA
MAFIA POLITICA
ASSOCIAZIONI SEGRETE
di
Franco Penza
Garibaldi, Mazzini, Cavour erano
Massoni? Il regno d’Italia e la repubblica sono stati attuati dalla
Massoneria?
Il fenomeno
nasce lontano da una esigenza di fondo: non poche imprese, che al
singolo risultano impossibili da realizzare, da uomini uniti possono
essere condotte a termine.
Non va
sottovalutato il fenomeno delle associazioni segrete, molto ramificato
per varietà e per vastità. Non a caso la storia italiana del dopoguerra
è cosparsa di stragi e di omicidi eccellenti, di scandali che si
dissolvono nel silenzio: un reticolo di eventi negativi spesso collegati
e attribuiti a regie associative occulte. Le vicende sono avvolte ancora
nel più fitto mistero: sintomo della presenza di occulti meccanismi
immunitari, che rendono improduttive le indagini, inquinate e deviate da
interferenze e depistazioni, provenienti anche da personaggi che
rivestono alte cariche pubbliche e che sarebbe ingenuo attribuire a
volontà isolate. Il fenomeno si inserisce nel contesto di crisi politica
ed incostituzionale, che costituisce il suo terreno naturale e che lo
genera, nonostante si voglia credere il contrario. Segreta era la
disciolta loggia Propaganda 2, che, secondo quanto dichiarato, consentì
di acquisire solo una parte delle liste degli iscritti, (ne mancavano
1600), per cui non si sa quanti piduisti siano ancora in circolazione,
oltre i noti, molti dei quali rivestono alti incarichi
nell’amministrazione dello Stato, o posizioni di potere. Oltre la metà
dei piduisti apparteneva alla pubblica Amministrazione. Non sarebbe
azzardato ritenere che tramite i piduisti o altri adepti, tuttora
ignoti, la loggia P2 abbia proseguito l’attività e si sia rinnovata.
Obiettivi i partiti politici, la stampa, i sindacati, il governo, la
magistratura, il Parlamento.
Le attività
massoniche esistono, ma si ignora o si finge di ignorare dove e da chi
siano composte, come ad esempio, la Gran Loggia degli Alam, di cui non
fu trovato l’elenco degli affiliati.
Secondo
l’attuale legislazione, le Obbedienze ignote e le relative Logge sono
segrete e fino a prova contraria lecite.
Le
organizzazioni mafiose, inteso come termine in senso estensivo, sono di
per sé delle associazioni segrete, delle quali però sono noti
l’esistenza, gli associati, gli interessi e soprattutto gli effetti
della loro incombenza; salvo a sussurrarne i nomi ed a negarne gli
effetti, per la forza intimidatrice che da essi promana. Data la natura
di tali organizzazioni rispetto a quelle massoniche deviate, apparirebbe
a prima vista poco compatibile un collegamento reciproco; ma ciò
avviene, ove si considerino entrambe secondo il loro assetto originario,
quello della mafia tradizionale, dedita ai taglieggiamenti ed ai reati
contro il patrimonio, e quello della massoneria in senso non
affaristico.
Attualmente
la mafia si è inserita in tutta l’attività produttiva, impadronendosi
dell’economia nazionale, interessandosi di quella internazionale ed
inserendosi pienamente nei lavori pubblici e nell’attività
politico-amministrativa; dal canto suo, la massoneria deviata ha
analoghi interessi, e non si conta il numero degli appartenenti ad essa
inquisiti per reati contro la Pubblica Amministrazione o coinvolti in
vicende di illecita natura.Tale convergenza di interessi e di attività
crea dei punti di contatto, di scambio, di collegamento, ma, normalmente
non si verifica una diretta adesione del mafioso alla
massoneria. I
collegamenti sono assicurati da appartenenti alla massoneria, che sono
anelli di congiunzione o cardini tra l’una e l’altra organizzazione.
Così le interferenze ad alto livello, per determinate fasce di pubblici
poteri o di potentati economici avvengono attraverso i collegamenti
massonici, mentre le comunanze di interessi si traducono in
consociazioni di attività imprenditoriali. Non va tralasciato che nei
rapporti tra mafia e politica si è creato un circuito chiuso.
Secondo
alcuni, Cosa Nostra non è sola, ma aiutata dalla massoneria, che sarebbe
un punto d’incontro per tutti. Molti uomini d’onore appartengono alla
massoneria, perché nella Massoneria si possono avere i contatti totali
con gli imprenditori, con le istituzioni, con gli uomini che
amministrano il potere diverso da quello punitivo di Cosa Nostra. Uomini
politici e mafiosi in Sicilia hanno in comune gli appalti e la
massoneria. Che è il punto d’incontro per tutti: anche alcuni uomini
della sua Famiglia erano massoni. Non v’è dubbio che anche i servizi
deviati rientrano nel novero delle società segrete, sui rapporti con
mafia e massoneria.
Per finire,
la società italiana è nelle mani di gruppi occulti di potere e di
consociazioni e congregazioni e che solo di rado, ed unicamente in
occasione di vicende clamorose, finga di rendersene conto. Per
dimenticarsene immediatamente dopo, spesso perché l’attenzione è
distolta o sviata da vicende o controvicende analoghe: come attualmente
e liberamente avviene nel nostro Paese, in cui la memoria è corta e non
si va oltre l’episodio contingente.
Garibaldi fu
un massone eccellente!
Una vita sbagliata
di
Franco Penza
Davvero
siamo davanti a Una vita sbagliata? per non annoiarsi in una vita incolore
di cibo, sesso e sonno, ha vissuto le sue esperienze, nascendo nel convento
degli Zoccolanti durante la guerra, con il teatro dentro di sé, quindi non
ha difficoltà ad inserirsi, perché figlio d’arte, pugile per imparare la
vita intrisa di violenza, poeta per il mondo offertogli dal Creatore,
pittore malinconico per la contemplazione del paesaggio della sua anima,
giornalista per conoscere meglio la gente sul trespolo e per permettere a
tutti di esprimersi, da medico nella Casa degli ex Scugnizzi e
nell’Ambulatorio della Carità dà una mano agli anziani, ai senza tetto, agli
extracomunitari abbandonati al loro destino da una politica dissennata.
Un invito alla meditazione. F.P.
UN’ESPLOSIONE DI UMILTA’
Salvatore Flavio
Raiola nasce il 20 agosto del 1935 a Torre del Greco. L’infanzia trascorre
nella zona di Santa Maria di Costantinopoli, zona popolare della città.
Nello stesso palazzo, e compagno di giochi, abita Mimmo Liguoro, oggi
giornalista RAI.
I primi contatti
con l’arte nella città del corallo sono prolifici: da un lato la festa dei
Quattro Altari con le opere di Nicola Ascione, dall’altro il circolo
Morelli che vantava la presenza di De Corsi e Mennella.
Il giovane
Salvatore frequenta assiduamente la sede del Circolo con il padre Raimir,
autore di canzoni napoletane e amico di Ernesto Tagliaferro, un big della
canzone.
Dopo la guerra,
Raiola scopre il teatro. Per la pittura segue con entusiasmo le lezioni
tenute da Barisani, suo primo maestro. L’Accademia rappresenta un momento
di svolta nel 1954. Giovanni Pisani, Carmine di Ruggiero, Carlo Alfano,
Luca Monaco, Lorenzo Scolavino, Lucio Del Pezzo sono i colleghi
dell’avanguardia napoletana, ma Salvatore segue i suoi schemi e le sue
folgorazioni, tipo la pittura pompeiana. Poi nel 1960 la sua produzione
s’incentra sulla figura umana. Da educatore è stato insegnante nella
scuola media e Presidente della Loreto Starace, associazione cattolica
Oggi il Maestro
ha realizzato pannelli su Federico Fellini.
Franco Penza, su
L’INFINITO, delineando il suo profilo umano più che pittorico, scrisse di
Salvatore Flavio Raiola che: “La sua pittura è una esplosione di umiltà,
che tenta di annullare la megalomania dilagante”.
Nei cinquant’anni
di pittura dal 1954/2005 ha tenuto personali e collettive in tutt’Italia,
a Parigi ed in Spagna.
19/10/2007
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II Leader
di
Franco Penza
II leader deve
essere un narcisista e paranoico in omaggio a Jung, secondo cui le nevrosi non
guarite, possono essere utilizzate.
Il leader crea una
società di massa.
Se la massa
desidera un leader, rivela la condizione infantile del bambino, che senza il
padre non sa vivere.
Il leader era in
auge nella società umanistica, che si è conclusa con la Seconda Guerra
Mondiale, dove si riteneva che un uomo potesse risolvere i problemi di un
Paese.
Questo spiega
perché in Occidente un Hitler, un Mussolini, uno Stalin non possono più
affermarsi: nelle società complesse, come quelle di oggi, le dinamiche sono
troppo
II Leader
complicate, perché
un singolo uomo possa tenerne il controllo.
Nell'America il
presidente degli Stati Uniti è un leader costruito.
In realtà è un
rappresentante della composizione di interessi che stanno alle sue spalle.
E così, anche nel
campo del lavoro, la figura del leader è sparita: abbiamo i capiuffi-cio, dove
la dimensione del mansionario e della procedura prevale sulla personalità di
chi comanda.
Troviamo invece
dimensioni di leader in forme sociali primitive come la mafia, dove la
personalità del singolo è decisiva per l'organizzazione.
Il leader riesce a
muovere le paure e le fascinazioni dei suoi subordinati., se opera su fattori
irrazionali.
Leader ad esempio
sono i capi religiosi di qualsiasi religione, ma si sa che le religioni
affondano le loro radici nella parte irrazionale di ciascuno di noi, giocando
sulle nostre paure, sulle nostre ansie, sul nostro desiderio di reperire un
senso.
Dove c'è un leader,
si ha la regressione infantile di un popolo a massa.
Leggere in
proposito il saggio di Freud sulla psicologia delle masse.
28/07/2007
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L
' i n f i n i t o
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Addio,
farfalle del pianeta!
di
Franco Penza
In un mondo di pazzi, credere d'essere immune dalla
pazzia, significa essere doppiamente pazzo! Diceva Giorgio Bernard Show.
Da dove deriva
l’idiosincrasia e le origini vediamo qui di seguito. Un esempio a
volte vale tutte le esperienze.
In una campagna
vesuviana incontrai la coltivatrice di garofani, ragazza imbevuta d'idee
di una madre, rimasta nelle caverne.
Per un anno fidanzati,
poi, dopo il tentativo d’inserire fratelli e sorelle, in un progetto
folle, l’abbandono. Dopo venti anni rincontro da sposati ed avviliti
per una vita, svolta male. Lei separata con figli e una valigia di
pregiudizi. E lui ammogliato.
Estate in Romagna. Poi
la selvaggia decide di studiare, si diploma con raccomandazione e
insegna, sognando per lei e per i figli la felicità da laureati.
Complesso d’inferiorità lanciato sulla prole.
Da tutte le mamme del
mondo, la richiesta attraverso i figli: il godimento e la gioia di un
posto al sole. Ma le intelligenze e i tempi sono diversi. Ed il
risultato negativo falsa la libertà dell’individuo, che anche se non
ha le capacità, deve necessariamente subire. I giovani oggi non
ascoltano e agiscono con soluzioni proprie da impreparati.
Napoli è una parentesi
a sé. Ma come si governa nelle altre regioni d’Italia? Qui la
delinquenza ha condizionato la vita pubblica, creando guappi e guappetti
di quartiere, bruciando l’esistenza dei giovanissimi. Senza Stato non
vale più la pena di ripetere le stesse lamentele. Meglio le elezioni
anticipate di una situazione involutiva. Una situazione che condiziona
donne e uomini del pianeta.
Dunque, la separata
sfrutta le amicizie e poi s’inventa scuse per l’eclissi. E non ci
sono endecasillabi sciolti o legati, che la possano fermare.
Un mondo falso,
alienante. Se in alto si danno direttive sbagliate,
in basso c’è il disastro. I Governanti
del pianeta sono ignoranti, ma ricchi ed il gioco del ricco e del
povero regge sempre ed influisce in negativo su tutti.
La bionda e la bruna
temono il giudizio del prete,
la diabetica beve acqua
zuccherata per i cali di glicemia, l’amante tenta di sposare
l’ingenuo, il sensale consegna una donna nelle mani di un troglodita,
il professore con figli s’innamora e sposa la giovane allieva, il
docente chiede alla cognata di sposarlo dopo la morte della moglie, la
separata in casa corteggia asfissiantemente, la storta fallisce la
presa, la mamma prima s’appanna e poi si sveglia, la schizoide crede
di rivivere più esistenze, la suorina prega continuamente, la maestra
intellettualizza il sesso, la bizzoca soffre per il prelato, la sdentata
accusa d’impotenza il richiedente, la spennata sopporta l’americano
a suon di dollari, la divorziata ama le tecniche, la solitaria si isola
sempre di più, la porticese teme il giudizio della folla e tira e molla
la preda, stancando l’avversario e meritandosi un :”Va’ a quel
paese!”.
Meglio non ricordare e
lasciare al cuore la memoria consolatrice.
Nelle famiglie, nelle
strade, nelle chiese, negli stadi,
buona notte, farfalle del pianeta! |
LA PAPESSA GIOVANNA
Claudio Rendina : I PAPI Storia e
Segreti-Newton & Compton Editori
…E a questo punto è interessante notare come una leggenda abbia inserito
nell’elenco dei papi, dopo la morte di Leone IV e prima di Benedetto III,
una donna, la papessa Giovanna. Di questa leggenda, che è stata oggetto di
numerose redazioni, letterarie e storiche, dal Boccaccio al Platina e a
Lawrence Durrell, mi sembra superfluo rinnovare qui un’ennesima stesura; è
significativo e sufficiente riportare il sonetto del Belli intitolato
appunto La papessa Giovanna:
Fu proprio
donna. Buttò ‘r zinale.
Prima de
tutto s’ingaggiò sordato;
Doppo se
fece prete, poi prelato,
Eppoi
vescovo ,e arfine cardinale
.E quanno
er Papa maschio siede male,
E morze ,
c è chi dice, avvelenato ,
Fu ffatto
Papa lei, e straportato
A san
Giuvanni su in zedia papale.
Ma qua sse
sciorze er nodo a la commedia
Che
ssanbruto je preseno le doje,
E sficò un
pupo li ssopra la ssedia.
D’allora,
st’antra ssedia ce fu messa
Pe ttastà
ssotto ar zito de le voje
Si er
Pontecife sii Papa o Papessa .
E’ importante stabilire perché sorse questa leggenda; la spiegazione la
offre Cesare D’Onofrio, nel suo volume la Papessa Giovanna. Delle
motivazioni sue che interessa segnalare è che la leggenda ha un diretto
collegamento con il concetto della Mater Ecclesia “inserito e
rappresentato “nella liturgia della elezione papale utilizzando due
imperiali sedie da parto “in genere dette “di porfido “ma in realtà di
marmo rosso “sulle quali il neo eletto, all’atto dell’investitura mediante
la consegna delle evangeliche chiavi, deve assumere la posizione di una
partoriente, cerimoniale che si svolgeva nel palazzo del Laterano e restò
in uso dagli inizi del X secolo fino al 1566; fu “proprio la strana
liturgia dell’elezione mediante le due sedie forate a dare al maligno
spunto di un papa-donna”.
Questa leggenda fu inventata posteriormente all’affermazione del concetto
della Mater Ecclesia e proprio per smitizzarlo; circa l’epoca in cui la
leggenda possa essere nata, il D’Onofrio propende per il “fosco periodo
dei primi decenni del X secolo allorché Roma ed i papi furono
completamente alla mercé di donne prive di scrupoli, come Teodora e
soprattutto di sua figlia Marozia “prostitute senza pudori”: atmosfera
pertanto delle più favorevoli quale terreno di coltura per una leggenda
d’una femmina-papa”.
In ultima analisi la leggenda popolare è chiaramente di stampo
anticlericale nell’invenzione dell’infamante pratica di mettere una mano
sotto una delle sedie di porfido, come ricorda il Belli, per sentire se il
papa sia veramente maschio, essa tenta di screditare il primato del
pontefice che non può essere appunto altro che “maschio, nel significato
vero e proprio di potenza.
Ma la leggenda non riesce a raggiungere il suo scopo; il potere papale non
crollerà e Urbano VIII penserà a farlo eternare dal Bernini nelle sculture
dei quattro basamenti marmorei del baldacchino bronzeo di S. Pietro. Una
serie di sei volti di donna nelle varie fasi del parto rappresenterà il
concetto di Mater Ecclesia e il pupo della papessa si riscatterà nel
neonato sorridente; esempio unico di arte come espressione gaudiosa
appunto del volto del potere, secondo Sabatino Moscati.
6/10/2007

MARIO GINELLI, EDUCATORE INFATICABILE
Mario Ginelli è stato per molti anni uno dei pilastri
dell'Associazione Cattolica "LORETO STARACE" di Torre del Greco.
E' stato per anni un ottimo educatore e trascinatore in diversi
settori della vita associativa. E' figlio di un autentico
gentiluomo di nome Peppino, che lavorava quale dipendente SME
ora ENEL con cassa in Via S. Noto.
Molto probabilmente Mario nacque nel 1932 la data esatta non la
ricordo, certamente, però mi sono avvicinato con molta cautela.
Prima d'approdare alla Loreto Starace "A bbascio Sant'Anna"
aveva fatto attività presso la chiesa di Santa Maria delle
Grazie.

Nella foto sopra: Il sottoscritto con Mario ginelli
Già allora organizzava un po' tutte le attività ludiche di
quella chiesa facendo le varie Kermesses nei locali del vicino
Monastero degli Zoccolanti, ove conobbe la famiglia Penza. Una
famiglia di artisti di stile antico, fatta di gente seria e
culturalmente preparata. In quel contesto conobbe Franco, figlio
di Giuseppe che divenne "compariello" del buon Mario. Quando
arrivò alla Starace, trovò terreno fertile, perchè c'era già un
bel gruppo di attivisti di vero valore, come Michele Cacace,
Giovanni Cutolo, Giovanni Schioppa, i fratelli Frendo, i Russo e
Gianni Rossiello. Tutti ben preparati intellettualmente
predisposti a lavorare per i giovani. Tra questi uomini illustri
ancora giovanissimo c’ero anch’io. Dopo la costruzione della
Casa del Fanciullo, Mons. Giuseppe Liguoro, Parroco di S. Maria
del Principio pensò di fare allestire un bel teatro, con
palcoscenico a regola d’arte, per allestire delle
rappresentazioni, coinvolgendo tutti gli iscritti. Mario Ginelli
fu il primo ad impegnarsi per tale evento e unitamente a
Giovanni Tutolo, Raffaele Di Maio ed al sottoscritto allestimmo
un bel palcoscenico.

Nella foto a lato: Il sottoscritto con Mario Ginelli al centro.
Io ero l’ultima ruota del carro. Mario sapeva fare tutto: il
falegname, l’idraulico, l’elettricista e perfino ‘o
solachianiello!
La prima rappresentazione nel 1950 fu “ALBORI DI FEDE NELLA RADA
DI CALASTRO”, una commedia sacra scritta da Mons. Giuseppe
Liguoro. Il nostro assistente spirituale era don Salvatore
Maglione, uomo di grande ingegno e aperto a tutte le istanze
della vita moderna. La nostra Associazione organizzò la sua
prima rappresentazione con un cast misto, formato da maschi e
femmine. Per quei tempi un avvenimento eccezionale! Nacquero i
primi amori tra alcuni soci che dopo anni di attesa divennero
marito e moglie.Si fidanzarono,appunto, tra gli altri il nostro
Mario Ginelli con Eleonora Suarato, che ebbero la benedizione
del Parroco e di Don Salvatore, unitamente a Gennaro Di Lauro e
Maria Scognamiglio, che reciteranno sempre con noi. Dopo il
trionfo della prima rappresentazione, pensammo di allestire “LA
CANTATA DEI PASTORI” di Ugone. Il regista era Giovanni Cutolo,
allora presidente della STARACE, che aveva una bella voce di
baritono. Non potè fare carriera per mancanza di fondi, ma suo
figlio Paolo, seguendo le orme del padre, ha studiato ed ora è
tra l’organico del Massimo di Palermo, così ne ho notizia. Suo
figlio Franco è scenografo e buon regista ed è a contatto con i
migliori artisti napoletani.
Nella cantata dei pastori Mario interpretava SARCHIAPONE. Per me
è stato il più grande Sarchiapone della storia, forse, solo
Antonio Bigliardi gli poteva fare da controaltare, ma per
invenzioni sceniche era impareggiabile ed insuperato. Una volta
durante uno sketch, che era sempre con Raffaele Di Maio (Razullo)
se ne uscì sopra un carruocciolo, che per lui era un carro
armato, imbottito di tricche tracche. L’ingresso in palcoscenico
fu trionfale. Poi all’improvviso accese i tricche tracche,
Rafele non sapeva dove fuggire e la gente impazziva per le
risate! La sala divenne un “fumoir” piena di fumo, ma la gente
rideva.
Dopo la Cantata dei Pastori, allestimmo una MORTE E PASSIONE
scritta da un carrissimo amico fraterno mio il Dott. STEFANO
FERRARO. Una volta, nella scena della crocifissione, quando Gesù
esclamò - Ho sete! - nu fetentone prese una spugna, la legò ad
una canna, ci urinò sopra e - Bevi, sporco Ebreo! - Ah
dimenticavo di scrivere che Gesù lo interpretava Mario Ginelli,
che era un pezzo d’uomo e pareva proprio Gesù. Che successe, non
lo posso descrivere!
Io facevo S. Giovanni e stavo sotto la croce, Nunzia Paravazzini
faceva la Maddalena e mi stava vicino… Tutti gli sputi di Mario,
finirono per fortuna, sulla mia parrucca, ma certamente anche
sulla Maddalena, che piangeva… piangeva! Quando divenni io
Presidente della Starace, incominciammo ad organizzare
spettacoli ad un certo livello, scovando tra le commedie di
Peppino, Eduardo Scarpetta, Calvino, Thomas ecc.ecc. Poi io
scrissi una rivista - Sprazzi di Piedigrotta - e Mario fu sempre
tra i protagonisti. In questa rivista feci esibire Renato Roma,
che allora aveva solo 6 anni. Attualmente è un attore di grandi
risorse espressive.

Nella foto sopra: Le commedie che si rappresentavano alla
"Loreto Starace".
Con Mario Ginelli, unitamente ad Alfonso Liguori, che era un
giornalista sportivo e scriveva sul Mattino e Sport Sud,
organizzammo allo Stadio A. LIGUORI la Settimana dell'Atletica
con numerose squadre partecipanti. Una settimana intera dedicata
alla regina delle Olimpiadi. Eravamo nel 1958 Contemporaneamente
organizzammop IL TROFEO DELFINI (a livello nazionale) vinto da
Giosuè Basso, un nuotatore eccezionale, che, successivamente,
andò a giocare nel LECCE, unitamente al grande Causio. Sempre
con Mario mettemmo su una bella squadra di Calcio, ma veramente
eccezionale, sudammo a fare le finali interregionali a Roma allo
stadio Flaminio. Avevamo una rosa eccezionale: Pizza, Balzano,
Guastaferro, Paolillo, Poeti, Avvinto, i Fratelli Pennino,
Osservanza e tanti altri. Avevamo un portiere, che esteticamente
non era bello, ma faceva parate eccezionali. Lo chiamavamo:
Mortenzen! All'inizio giocava anche Mario come terzino destro,
una delle poche cose che non doveva fare!
In una partita di calcio, durante una mischia furiosa un
avversario stava per togliermi la palla. Allora Mario mi urlò -
Tatò, lascialo venire! - Lasciò la palla. Il portiere non si
aspettava che lasciasse e la palla... fu in rete!
A quei tempi andavamo a giocare al Campo Fienga, in Via
Nazionale nei pressi di S. Gennariello. Quando si rompevano le
scarpe Mario con passione e competenza le aggiustava. TENEVA LE
MANI D'ORO! E noi, in mezzo a tutti noi, avevamo un tesoro
"chiamato Mario" e non lo sapevamo...
Salvatore Flavio Raiola
Agosto 2007
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Linfinito
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ELUCUBRAZIONI SU RAGIONAMENTI
D’AMORE DI NEO STILNOVISTA
Ciao, pensatore, mio piccolo grande amico! E’ vero: ho paura. Perché
chiamare i sentimenti per nome, definirli, incanalarli in argini ben
precisi, mi ha fatto toccare con mano, realizzare precisamente quello che
sta avvenendo. Rifiuto di modificare. Voglio vivere nel sogno, nel
fantasticare, nel mondo dell’impossibile, che è poi il mio rifugio. Che
cosa mi ha attratto in te? Il modo bonario, a volte ironico, comprensivo
di tutto il possibile, come in un grande abbraccio, che mi potesse
afferrare nella totalità della mia persona in tutte le sfaccettature di
normalità, aspirazione, passato, presente, futuro. Ho sentito che la tua
comprensione mi poteva riunire ed in un certo senso senza pretese. Ed
allora pensi ad altri modi, ad altri canali per comunicare, per
comprendere, per non essere soli. Non cerco l’amore particolare e non lo
possiedo. Ma nell’ansia che mi pervade sono spinta all’amore da sempre
senza nome. Cos’è un delirio? Ho problemi, tu mi hai offerto aiuto, non
cambiare le carte adesso, se è possibile. Amabilità
Amabilità, in fondo non hai paura, ma la consapevolezza dell’avvenimento
più importante del creato, che si sta realizzando. La paura è solo nel
sociale. Tutto qui. I sentimenti vanno rispettati, incanalati e non
distrutti. Come? La difficoltà nasce nel momento che ognuno di noi afferma
che in nome degli altri annulla se stessi, sublimando le proprie richieste
con manifestazioni nevrotiche, rifugiandosi nelle cose più impensate.
Rifiuto di modificare la mia realtà, dici: quale realtà, la cogitans o la
extensa? Un rifugio è sempre una fuga. E a che vale fuggire se il problema
è senza soluzione. Che cosa mi ha attratto verso di te? L’eritrofobia di
una bambina alla ricerca di se stessa, che ha accolto gli eventi
passivamente E adesso che li ha trovati affannosamente tentenna. Un grande
abbraccio, chiedi? Totalità, riunione. Senza pretese. Ma dimentichi che
l’amore è donazione. I canali di comunicazione per non essere soli
convergono in unica direzione, che conosci bene. Inutile cercare rifugio
che è poi l’ansia. L’amore senza nome è quello universale. Non deliri,
dici la sacrosanta verità. Gli occhi di malinconica dolcezza mi seguono
ovunque. E’ straordinario. I tuoi problemi sono i miei. Il mio aiuto sta
nell’insistere di specchiarmi nel tuo tormento e metterlo fuori. Stasera
ho scritto pensieri sentiti. E’ il nostro un sentimento genuino, solamente
tuo e mio.
Volta pagina se vuoi, sperando che sia almeno un buon ricordo. Un angelo
però ci sarà sempre dentro di me: un rifugio sicuro salutare per tirare
avanti il gioco sociale e mi terrà compagnia nella mia oceanica
solitudine.
Come stai? Mi sono preoccupato del tuo stato di salute, ma ad un tempo mi
sono tranquillizzato, perché ho pensato: ”E’ un comune mal d’amore”. Mi
sta bene il tuo pensiero fisso, il volo sulle nuvole, la trepidante
attesa. Ma non voglio che tutto diventi patologico. Cerchiamo una via di
mezzo. Il sogno è realtà, la realtà non è un sogno? La volontà come
rappresentazione. Ma perché lamentarsi se la vita ti serba simili gioie
quando non te le aspetti? Perché lamentarsi del poco se il molto deve
ancora venire? Spero che tu goda ottima salute. Ti saluto, ricordandoti
che ti voglio bene.
Voglio esporti due meditazioni. Un colombo aveva deposto le uova nel mio
balcone, e, dopo averle covate per più giorni, è nato un colombino. Di che
cosa sono capaci gli animali senza la nostra sovrastruttura sociale: la
mamma mette al mondo i piccoli ed ognuno prende la sua strada.
L’altra meditazione sulla donna angelicata. E’ possibile la realtà
cosiddetta platonica con la donna dello schermo di stilnovista memoria? E’
possibile quando l’amore è epidermico, sotto pelle, struggente, che ti
toglie il respiro e ti fa male, ti dà dolore, malinconia, pena? E quando
c’è il punto che in medicina si definisce di “non ritorno”. Amabilità,
adorata, ti stringo forte tra le mie braccia a dispetto del mondo.
“Come farò ad aspettare sino a domani? Tutti i momenti con te mi regalano
qualcosa, senza di te è sempre un’attesa”. Le tue frasi sono lapidarie! E
meritano successo. Ed io ti applaudo, bimba smarrita nell’oceano della
vita sociale. Stamattina non ho voluto crearti altro affanno. Ho pranzato
da solo, dopo ti ho scritto con furore, adesso riposo pochi minuti, poi
esco. Rientrerò ed andrò a letto, dopo aver cenato per essere vicino a te
e per guardarti intensamente negli occhi, aspettando il pallido rossore
che ti apparirà sulle guance.
Amabilità, stamani ho trascorso momenti felici alternati ad attimi di
smarrimento. Il mezzo meccanico teneva sospeso e una dolce carezza il viso
lambiva…L’abbandono e poi il risveglio! O melodia, perché mi hai estasiato
e poi ti sei involata nei cieli tempestosi? Il profumo della tua persona
m’inebria e sento il bisogno di toccarti, di sfiorarti, di parlarti. Non
ti crucciare. Se sono entrato nella tua vita, significa che avevi lasciato
la porta aperta per donare l’essenza della vita stessa a chi ti scrive.
Non mi sbattere la porta sul viso, perché non hai il lucchetto per
chiudere. Anche se per me il sociale è marginale nelle questioni d’amore,
sappi che ho rispetto per le persone che vivono con noi, ma esse non danno
la trasmissione elettrica del pensiero, dell’azione, della donazione.
Lasciami un po’ di spazio, te ne prego. Mi domando se vale la pena
bloccare il pensiero per le cose belle, che possono essere utopistiche.
Vale la pena un milione di volte. In fondo:”Vocatus, aut non vocatus, Deus
adest!” E Dio è amore. Amore nella sua circolarità, totalità, donazione.
Amore che regge il creato, che sogna, che palpita, che vola. Vogliamo
volare? E voliamo. Un volo dolce. Un volo di gabbiano. Una sospensione dal
terreno, lontano lontano, dove afferrare l’attimo fuggente e ricominciare
a volare cullandoci con l’ebbrezza di un alito di vento ruffiano ovvero
paraninfo delle eterne nozze.
Amabilità, perché mi fai penare? Ti diverti a giocare con me? O sei in
collera per aver violato le regole? Lascio tutto nelle tue mani. Ti
prometto il sancta sanctorum, luogo il cui accesso è riservato solo a noi
due e custodito gelosamente per tenerci cose molto personali. Non passare
dalle nuvole al bel tempo e viceversa. Mi crei agitazione. Ti cingo la
vita, affettuosamente.
Come stai? Credo bene. Angelo mio, amica mia carissima, pensiero mio,
attimo fuggente mio, amore mio, irrazionalità mia, trascendenza mia,
sospiro mio, pianto mio, guaio
mio, tumulto mio, inferno mio, fuoco mio, ira mia, applauso mio,
espiazione mia, purgatorio mio, peccato mio, lacrima mia, polemica mia,
scontro mio, confusione mia, segreto mio, fortuna mia, consiglio mio,
gradimento mio, fede mia, occhio mio, male mio, crollo mio, crisi mia,
fugare mio, vitalità mia, contraddizione mia, marasma mio, bolgia mia,
bontà mia, dammi un attimo di requie per amarti in paradiso. Il mio bacio,
la tua bocca, un campo di neve, le mani, il tuo corpo, le campane a festa,
l’azzurro del cielo, del mare, i miei “Ti voglio bene”, i sogni, il mio
dolore, la luna, il crocifisso, la nebbia, le lacrime, l’usignolo, l’erba,
il salice piangente, il prato, l’uragano di parole hanno intristito i
minuti della giornata. Ti chiedo perché mi torturi e ti torturi.
Ascoltando “Questo amore” e chiedendoti l’antibiotico per la mia malattia,
il profumo della tua pelle, la voce rotta dall’emozione, lo sguardo
assente al presente, ma presente per una forma riveduta e corretta, la
musica del cuore, il palpito, la ricerca di qualcosa che è tuo, che ti
appartiene, ma non ti appartiene, perché è di un’altra, perché è di un
altro; la sostituzione di un’immagine, la fissazione di un viso che ti
accompagna dovunque, la voce che ti squarcia, che ti commuove, che tu vuoi
distruggere, come chi sta annegando e cerca di mettere fuori la testa
dall’acqua per ritrovare il respiro, la vita che si sente perdere; la
condanna dell’innamoramento, l’amore che sprizza dai pori, la gelosia
dell’assenza, l’ansia dell’attesa spasmodica, l’inutile polemica come
baluardo per una stupida difesa, mi lasciano l’amaro in bocca, perché
vorrei coprirti di baci, di carezze, dai piedi sino al nasino e poi volare
con te sempre più su sino a toccare le alte sfere della felicità. Che fai?
Amabilità, sempre più cara, mi respingi? Ma respingi la melodia del
creato, uccellino con il capino bagnato e le ali spezzate. O dolce
creatura dei miei sogni, continuerò ad amarti sino al delirio.
Amabilità, mi servo di un foglio rigato, perché temo che lo scritto su
foglio bianco segua direzioni diverse secondo lo stato emotivo che mi
pervade.
Ci stiamo nascondendo dietro un dito. E’ possibile? Deve essere possibile,
dici tu. A tutti i costi! Quali costi, quelli che ci fanno male? So che io
chiedo la luna per te, Ma è proprio la luna che io chiedo? In fondo non ho
chiesto nulla forma, forse nella sostanza si. Ti chiedo solo un cantuccio,
che tu già mi hai riservato, come io già l’ho riservato a te. Come mi
sembra lontano il giorno che apparentemente ti ho visto la prima volta!
Apparentemente perché ti aspettavo da sempre per colmare il vuoto dentro
di me. Che cosa voglio da te? E’ semplice: l’amore con la maiuscola al di
là di ogni aspettativa. E’ poco ed è molto ad un tempo. Il timore nasce
laddove questo amore dovesse dilatarsi e chiedere spazi infiniti. A questo
punto che cosa succede? Il tutto che ci circonda che fine fa’ “Ma basta
attrezzarsi e dare la giusta collocazione a tutto e a tutti”. Sono parole
tue. Non negarlo. E se il pensiero va continuamente all’amore; e se il
pensiero diventa asfissiante; e se la richiesta è pressante, che fai, ti
neghi? E dici al cuore:”Taci!” E sino a quando potrai falsare la realtà?
Se tu riesci in questo, sei un’ipocrita o non hai mai palpitato. Non è
possibile, altrimenti non hai vissuto. Che diritto hai di entrare nella
mia vita? Se ti dico:” Esci!” Tu puoi uscire dalla porta, ma rientri dalla
finestra. Se ti dico :”Entri!” è inutile perché in un modo o nell’altro
sei già entrata. Sono eresie? No, non sono un eretico, anche se tutto
lascia supporre di esserlo.
Mia estate, mio inverno, mio autunno, mia primavera, mia bella, mia vita,
mio singhiozzo, mia morte, mia resurrezione, mio rapimento, mio allarme,
mia isola, mia fonte, mia passionalità, mia timidezza, mia generosità, mia
civetteria, mia musica, mio concerto, mio ritrovo, mia droga, mio
labirinto, mia coscienza, mia custode, mio controllo, mio divieto, mia
madrina, mia domenica, mia signor, mio veleno, mia festa, mio sorriso, mia
febbre, mia vittoria, mia sconfitta, mia leggenda, mio bersaglio, mia
polvere, mio altare, mia colomba, mia fantasia, mio tormento, mia
elemosina, mio sussulto, mio insulto, mia vacanza, mio brivido, mio bacio,
mia tentazione, mio mare, mio vento, mio ingorgo, mio silenzio, mio
sequestro, mio sentimento, mia proprietà, mio piacere, mia tortura, mio
desiderio, mia ossessione, mio carnefice, mio sospiro, mio preludio, mio
gemito, mio grido, mio rantolo, mia ebbrezza, mia stella, mia malizia, mia
amabilità, ospitami nel tuo giardino delle delizie e fammi rinascere.
Ti supplico: lasciami il tuo pensiero, non voglio altro. Non pensare al
domani. Non ti chiedo il sole, la luna e l’universo: ti chiedo solo ciò
che già mi dai: il pensiero costante. Il pensiero di un abbraccio “nella
totalità della mia persona, in tutte le sfaccettature”. Amore cerebrale.
“La tua comprensione mi può riunire senza pretese”. Non ci sono pretese.
Il tuo sogno è il mio sogno: è un rifugio di cui faccio parte. Le cose che
sento sono tue, ispirate da te e scritte per te soltanto. I tuoi pensieri
, il tuo sentire “posso scrivere all’infinito le cose che voglio da te, ma
penso sempre a qualcosa che sia solamente tuo e sia solo per me”. Amore
senza nome. Uomo senza nome… Donna senza nome…Dove collocarmi? Ma dammi un
angolino del tuo grande appartamento. Relegami in soffitta, in cucina,
nell’abbaino del tuo cuore, ma non mettermi nella pattumiera degli
affetti. Questo amore/così violento/così fragile/cosi’ tenero/così
disperato/. Ah, Prevert! Tutti gli aggettivi del poeta francese dedico a
te: Bella, cattiva, vera, felice, gaia, beffarda, tranquilla, soleggiata,
nuova, calda, testarda, crudele, sciocca, fredda, gelida, passionale,
palpitante, viva.
Bambina buona, eterea, sensazione unica, che fai quando una tegola d’amore
ti cade sulla testa? La difficoltà sta nel trovare lo spazio per inserire
il tassello per completare il puzzle. Ma innanzitutto c’è la necessità di
vedere dentro di noi. Inizialmente volevo conoscere la tua costruzione
sociale, un’organizzazione quasi perfetta, poi d’improvviso tu con
chiarezza d’intenti, mi hai reso partecipe dell’ubriacatura che definisci
fantasticherie e non amore solo per non uscire dalla razionalità sociale e
dall’esercito dei regolari. I tuoi occhi malinconici aspettavano i miei
per vedere lontano, di là dalle convenzioni sociali, del quotidiano.
Adesso voliamo sull’ippogrifo. Vuoi tornare sulla terra? Così distruggi un
sentimento vero, sincero, da coltivare. E poi quale diritto hai di
calpestare le cose vere in nome del sociale che anziché costruire
distrugge? Hai mosso le acque del convenzionale, che è statico, mentre
l’amore è attività primaria del pensiero.
Tu sei l’alba e il tramonto, la gioia e il pianto, il silenzio ed il
fragore, il mistero e il manifesto, la quiete e la tempesta, la passione e
il conforto, la vita e la morte, il palpito e il petalo, il frinire di
cicale, il canto d’usignoli, il profumo senza nome, il fruscio di fronde,
il mormorio d’onda, il fiore smarrito, la poesia d’infinito, il
trasparente sorriso, il volto luminoso, la malinconica dolcezza, la lieve
carezza, la preghiera e la speranza, la vorticosa danza, il volo di
gabbiano.
Ebbrezza mia, malgrado molti tentativi di dimenticare un amore, non ho
resistito a scrivere per dire che il mio pensiero è ancora lì, sulla
spiaggia bollente, col sole cocente, con il vento ruffiano, mentre ti
carezzo dai piedi al nasino e alla schiena, sentendo i brividi del corpo,
il quale esile, trasparente, diafano si staglia all’orizzonte ed io
l’afferro per un istante interminabile.
Non è possibile che un amore o l’amore nasca e muoia. Mi son detto molte
volte: ”Ecco, l’ho preso, poi mi sono accorto che non era lui, perché
subito è diventato pallido, e bisogna voltare pagina per dar posto alle
ombre sociali con spasimi e dolori. Ma da qui nasce la patologia della
negazione, che somatizza con le algie. Nel bailamme della vita di ogni
giorno, vivaddio, l’eterno femminino, regna ancora incontrastato.
Amabilità, ti lascio nei sogni della tua esistenza avviluppata nei
tentacoli del nucleo familiare. Ma siamo lì, in un angolo del cuore,
sempre pronti a riprendere il volo del gabbiano su una spiaggia deserta,
sotto il sole cocente, con la carezzevole brezza. Sinfonia, permettimi un
ultimo abbraccio.
La chiusura di queste brevi note, benché saggiamente preparata, è comunque
dolorosa. E’ necessaria, ma egualmente triste. Ancora una volta,
nonostante tutto, ha vinto l’amore nella sua essenza universale, nella sua
circolarità, nella sua totalità. E’ vero che ognuno resta al suo posto, ma
qualcosa dentro di noi muta: l’approccio col prossimo, con la famiglia,
con i colleghi. Ti senti morire, ti si stringe lo stomaco, respiri a
fatica, poi mano mano riprendi a vivere, rimetti piede sulla terra e
ricominci a camminare, balbettando. Che strano: credi che la tecnologia
abbia distrutto tutto e invece ti ricredi e t’accorgi che il sentimento è
là eterno ed immutabile ed ha nome Amabilità.
Franco Penza 1991
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Linfinito
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« Pulcinella: latrine
biologiche »
Ricordo di
pulcinella inviato speciale al campionato del mondo di calcio negli stati
uniti impresario di latrine biologiche negli stadi Americani 1996
“Mi hanno inviato in America, per assistere al
Campionato del mondo di calcio, su una nave, che non finiva mai. Appena
sbarcato, mi sono trovato davanti a palazzi che gli americani chiamano
grattacieli, tanto che sono alti. Io sono nato e vissuto nel Napoletano e
precisamente ad Acerra: lì le cose sono uguali da sempre.
Sono entrato nello stadio, che io credevo una misura greca, invece pare un
paese che contiene migliaia e migliaia di persone.
Al centro un rettangolo verde nel quale undici giocatori con la maglia
azzurra e undici con la maglia gialla si disputano la finale per
l’assegnazione del titolo mondiale con un uomo che dirige il traffico di
una palla che deve essere messa in una rete di qua o di là.
Un signore, vedendo che io mi meraviglio, mi ha chiamato e detto:
”Pulcinè, io ti conosco. Sono pure io napoletano di Torre del Greco. Vivo
a Brookljn da molti anni; i miei figli e mia moglie sono americani. Non ti
devi meravigliare di niente. Io ti ricordo nel baraccone, quando tu ti
esibivi nella Villa Comunale davanti ad un pubblico ingenuo e credulone.
Tutti sapevamo che dopo Torre del Greco e la sua capitale il mondo fosse
finito. Io pensavo che i tre comuni, dove erano le fermate del treno della
Circumvesuviana, Ercolano, Torre del Greco e Torre Annunziata, fossero i
limiti del mondo. Scoprii che per arrivare qua il piroscafo impiegò circa
un mese.
Qua è tutto “business”. E tu credi che al campionato di calcio tutto vada
liscio come l’olio? Una squadra come l’Italia, che ha le stampelle dalla
prima partita, con giocatori acciaccati, perché deve arrivare alla finale
in America? Perché allo stadio vengono tutti gli emigranti.
Alla fine decide il calcio di rigore dopo i tempi supplementari. Chi
avrebbe litigato con gli scommettitori di tutto il mondo?
Business. Soltanto business.
Tu scrivi che è è stata una bella partita,
che l’Italia ha perso ai calci di rigore, perché due giocatori erano con
le grucce e tutto è stato affidato alla fortuna.
Salviamo la faccia e non diciamo che l’allenatore è fesso e perché ce l’ha
con alcuni giocatori e che la formazione la compongono in alto. I giochi
sono stabiliti in alto.
Pulcinè, torna a Napoli, non è per te l’America. Là per preparare il
tappeto delle scarpe dell’economia mondiale, i G 7 più i russi G 8, ci
sono voluti 55 miliardi.
Tutto è da rifare. Tante guerre nel mondo per tornare al punto di
partenza: capo e sotto. Il mondo va avanti sempre così. Gli italiani hanno
voluto cambiare gli imprenditori al Governo centrale. Subito questi hanno
fregato noi con un decreto legge apri carcere ai tangentisti. Che vuoi
più.
E le armi per i poli in guerra chi le commercia? Tu hai chiesto la
pensione d’invalidità da venti anni e non te la concederanno per le due
gobbe, per la cirrosi epatica e per la tua ernia inguinale, ma solo se
farai un business. Ste scamorze in campo sai quanti miliardi costano? Non
ne parliamo.
E un cantante un attore, un presentatore, un prete? Lasciamo stare. E il
mondo a guardare, a litigare, a vivere solo per una partita di pallone. Mi
chiedo solo quale sia la spinta di mettere un pupazzo al centro e tutti
intorno ad applaudire sia che dica sciocchezze che problemi seri.
Ma il gioco è nato con l’uomo per distrarsi dal pensare l’inutilità della
sua vita. Solo che i furbi ne hanno ricavato un affare colossale.
Torna dalla tua Colombina e non pensarci più. Il pezzo lascialo redigere
da altri. Il ricco è troppo povero e il povero è troppo povero.
L’equilibrio è un sogno nel mondo.”
Pulcinella, dopo aver ascoltato attentamente con il viso tra le mani
piangendo di rabbia e di dolore, dice:
“Allora io sto fuori dal mondo. E che ci campo a fare.” Smette la
maschera, il pantalone e la casacca, ne fa un rotolo e lo butta nell’acqua
del ponte. E con la sua voce nasale si lascia assorbire dal mondo, che è
tutta tecnologia e soldi e diventa l’impresario delle latrine biologiche
negli stadi americani e con un sigaro in bocca è un business-man.
Mormora tra sé:”Io non ho capito il piacere che si prova a stare nella
platea, abituato ad essere sempre primo attore. Nel mio baraccone. Che è
poi la mia città. E’ una patologia d’identificazione? Allora siamo tutti
scemi, se applaudiamo e retribuiamo chi propone ancora le guerre, la
povertà, e l’inutilità.
Povera umanità.” Signori, buone vacanze.
Franco Penza
V Premio Villaricca Sergio Bruni
La canzone napoletana nelle scuole
Sergio Bruni, nome d’arte di Guglielmo Chianese, nasce a Villaricca (ex
Panecuocolo) il 15 settembre 1921 da Gennaro e Michela Percacciuolo. La sua è
una famiglia povera e Guglielmo lascia la scuola alla terza elementare, perché
non ha i libri e perde una scarpa del paio, unico in suo possesso. A nove anni
si iscrive a una scuola serale di musica, che forma la banda del paese.
Suonatore di clarinetto a undici anni. Nel 1938 si trasferisce con la sua
famiglia a Chiaiano, dove comincia a lavorare come falegname. Nel settembre del
1943 a casa per convalescenza, dal 91° reggimento di fanteria di Torino, viene
ferito gravemente e trasportato su una carretta in ospedale, dove salva la vita
per miracolo. Comincia a frequentare la scuola del maestro Gaetano Lama e del
cantante Vittorio Parisi. Il 14 maggio del 1944 debutta come cantante al Teatro
Reale di Napoli ed ottiene un buon successo. Comincia a frequentare la
“Galleria” in cerca di una scrittura. L’anno dopo entra ufficialmente nel mondo
della canzone, vincendo un concorso per voci nuove bandito dai RAI., al teatro
delle Palme di Napoli il 21 ottobre 1945. Si classifica primo. La vittoria gli
frutta il premio di un contratto con Radio Napoli. Comincia a cantare in
trasmissioni radiofoniche, seguitissime, che vanno in onda dopo lunghe prove,
sotto la guida del Maestro Gino Campese, che dirige la l’orchestra stabile della
Radio di Napoli. Lo stesso Campese gli suggerisce il nome d’arte Sergio Bruni
per evitare la confusione con il cantante Vittorio Chianese. Studia prima con
l’aiuto di un insegnante e poi da autodidatta. Il 1948 è un anno cruciale. 1l 14
febbraio sposa Maria Cerulli, che sarà la compagna della vita, che gli darà
quattro figlie. Incide per La voce del Padrone. Nel 1949 partecipa alla prima
Piedigrotta con la canzone “Vocca ‘e rose”. Negli anni seguenti ottiene successi
popolari con “A rossa”, “A luciana”, “Vienetenne a Positano”. Dal 1952 partecipa
ai Festival della Canzone Napoletana con “O ritratto ‘e Nanninella”, “Suonno a
Marechiaro”, e “Vieneme ‘nsuonno”. Primo nel 1962 con “Marechiaro, Marechiaro” e
nel 1966 con “Bella”. Avrebbe vinto anche il festival del 1960, ma si ritirò per
un alterco con Claudio Villa. Egli non amava i Festival e quando nel 1971 la RAI
ritirò le telecamere impedendone l’ultima edizione, stappò una bottiglia di
champagne. Nel 1957 è protagonista del film “Serenata a Maria” per la regia di
Luigi Capuano. Poi con Billy Wilder nel 1972 e Vittorio De Sica. Dal 1960 al
1970 si appassiona alla pittura e tiene alcune mostre a Roma e a Napoli. Nel
1996 al Maschio Angioino.
Elvira
Coda Notari (1875-1946):

la
Dora film tra artigianato e arte
Pioniera, prima e più
prolifica filmmaker del cinema italiano, o forse sarebbe meglio dire
napoletano (Napoli, seconda in Italia solo a Torino, era una delle
capitali del cinema europeo).
Autrice di circa 60
lungometraggi ed oltre un centinaio tra cortometraggi e documentari,
amatissima a Napoli e nelle Americhe ma altrettanto cordialmente
detestata dalla critica e cultura ufficiali.
Regista, sceneggiatrice
e curatrice del montaggio, pur non disdegnando qualche parte di attrice,
è l’ instancabile organizzatrice e direttrice di fatto della "Dora Film"
casa di produzione di tutti i suoi film. Per circa 25 anni lavora nel
cinema con una forte impronta artigianale e popolare, con tutta la sua
famiglia: Nicola, il marito, già ex-pittore e fotografo, è alla macchina
da presa, il figlio Edoardo, fa l’attore fin da neonato (inizia infatti
a comparire nei primi Augurali) e sarà l’onnipresente
Gennariello, la figlia Dora si occupa dell’amministrazione. Fonda
inoltre una Scuola d’Arte Cinematografica, per la cura della recitazione
a cui tiene molto.
Nata il 10 febbraio 1875
a Salerno, ha frequentato le Scuole Normali (attuali magistrali) e non è
escluso che abbia esercitato la professione di insegnante elementare
coltivando l’hobby della danza.
Si trasferisce a Napoli
dove nel 1902 sposa Nicola Notari, fotografo e disegnatore di pellicole
con cui inizia dal 1905 l’avventura del cinema trasformando il
laboratorio fotografico nella casa di produzione cinematografica "Film
Dora" con cui producono Arrivederci ed Augurali
(cortometraggi da 10 o 20 m., colorati a mano fotogramma per
fotogramma) e documentari su avvenimenti di attualità, cinegiornali, in
appalto anche per Eclair, Gaumont, Pathè, che trovavano conveniente
affidare a case minori la produzione di alcune cineattualità.
Nel 1915 la casa si
trasforma in "Dora Film" una delle più prestigiose produzioni del
cinema italiano delle origini, o forse sarebbe meglio dire napoletano
(l’inizio del cinema in Italia, infatti, è legato a forti
caratterizzazioni di ambiente regionale fino alle campagne di
nazionalizzazione del fascismo). La Dora Film produce diversi generi:
documentari di tipo Pittoresco ed altri di tipo
Caratteristico, film da Grandi romanzi popolari e
Drammi di vita Vissuta. Predilige con l’andare del tempo la
"grande" letteratura del realismo meridionale, oltre alla sua da sempre
amata Carolina Invernizio. Alla casa di produzione si affiancano inoltre
il laboratorio di stampa ed il teatro di posa, che a volte viene
affittato anche ad altre produzioni. Importanti sono anche i rapporti
tra la Dora Film e altre imprese culturali: editoria, pubblicità,
edizioni musicali (con le "Piedigrotta" stipula una convenzione per
l’utilizzo delle sue produzioni)
Elvira e le altre, tra
artigianato e arte. La Dora Film, come la maggior parte delle prime
produzioni cinematografiche, aveva un preciso carattere artigianale. E’
noto che il primo cinema muto non fu "industria culturale" quanto
piuttosto "manifattura della cultura", a Napoli come a Torino e Firenze,
in Francia come in America. E’ notevole la presenza delle donne nel
cinema delle origini, con diversi ruoli e molto spesso di tipo creativo,
prima che nella produzione cinematografica si imponesse l’organizzazione
strettamente industriale con il suo forte portato di specializzazione,
standardizzazione, centralizzazione ed esclusione.
Molte donne, anche nel
cinema italiano delle origini, scrissero e diressero film muti, alcune
fondarono loro compagnie di produzione, molte diressero scuole di
recitazione. (E c’è anche Ester Gentili, camerawoman!). Moltissime donne
facevano il lavoro di colorare a mano le pellicole, fotogramma per
fotogramma; molte altre furono addette al montaggio. Ricordiamo la russa
Esfir Sub che inventò il film di compilazione a partire dal suo lavoro
di montatrice: nel 1927 pensò di mettere insieme vari spezzoni di
documenti, e nacque il primo documentario storico La caduta della
Dinastia dei Romanov.
La Notari è passata dal
lavoro di colorare pellicole all’attività di produzione e regia,
lavorando con tutta la famiglia, con amici ed in casa, nella Napoli
"popular" che è la scena di (quasi) tutti i suoi films. Il figlio
Edoardo recita da quando era ancora neonato e col nome di "Gennariello"
è l’attore principale di tutti i lungometraggi; Michele di Giacomo
(fratello del più famoso Salvatore) recita spesso nel ruolo del signore
dai buoni sentimenti sebbene il suo primo lavoro sia di distributore e
presidente degli operatori di cabina, Rosè Angione (indimenticabile
piccerella), nella vita insegnava matematica ed entra in contatto
con la Dora Film quando Edoardo diventa suo alunno. Elvira apre anche
una Scuola d’Arte Cinematografica in cui vige il clima dell’amicizia;
qui insegna la "veridicità" nell’arte di recitare contro l’eccesso di
teatralità e di posa.
Racconta Armando
Notari "Mia zia Elvira era severissima, addirittura
pignola. Pretendeva che gli attoti, in un’epoca in cui l’enfasi
mimica era quasi di rigore, agissero in modo spontaneo e lineare.
Mia zia Elvira, per esempio, non sopportava che gli attori, per
girare scene di dolore si inumidissero le ciglia con la glicerina;
esigeva lacrime vere...era venuta a conoscenza, per esempio che un
attore era orfano?, ebbene, lei gli parlava del padre! Appena vedeva
che quello piangeva, dava ordine di azionare la macchina da
presa...
Dora Film of America, a
New York, è una delle sedi di distribuzione della Dora Film, che
nell’arco di pochi anni diventa una delle produzioni più seguite
dall’emigrazione e dove alcuni film vengono proiettati con
"interessanti" procedure per aggirare i problemi posti dal visto di
censura, quando ormai il fascismo considerava i film della Notari poco
edificanti per l’immagine della nazione (è il caso per esempio di
‘Nfama, poco edificante immagine di virtù femminile, o di "Le
geste del Brigante Musolino" the famous italian bandit,
prima proiezione: Washington 20 agosto
1931).
Racconta Edoardo
Notari " con la censura abbiamo avuto molti problemi
soprattutto per le scene considerate troppo crude: infatti la
censura del regime ammetteva la rappresentazione della povertà e
degli aspetti più popolari sempre che venisse vista in maniera
festosa, allegra, ottimistica; anche le storie d’amore dove ci
scappava il delitto passionale non erano ben
viste..."
La Dora Film
chiude le sue attività nel 1930. Il numero dei film realizzati può
essere documentato per 60 lungometraggi (firmati da Elvira)
numerosissimi vari cortometraggi (Augurali e Arrivederci o Documentari).
Per diretta testimonianza di Edoardo Notari l’ostracismo del regime
fascista fu una delle cause principali della chiusura della Dora Film.
Dopo il ’30 Elvira si
ritira a Cava dei Tirreni dove muore il 17 dicembre1946 (mentre il
marito continua l’attività di distribuzione e importazione e il figlio
emigra in Inghilterra per la sua carriera
d’attore).
Racconta Eduardo Notari "Mia
madre, contrariamente a quanto risulta da fonti storiche del tutto
disinformate, diresse tutti i films della nostra produzione, dal
primo all’ultimo, compresi gli oltre sessanta lungometraggi. Non
solo, era anche l’autrice dei soggetti originali e degli
adattamenti; in genere si trattava di storie che si ispiravano a
canzoni napoletane in voga allora, ma era sempre lei la vera autrice
della trama. I titoli delle popolari canzoni contribuivano ad
attirare il pubblico. I soggetti originali scritti da mia madre
erano densi di vicissitudini drammatiche, di intrecci di destini
tragici. Il pubblico si identificava con i personaggi al puntoche il
cinema Vittoria di Napoli divenne proverbiale per uno spettatore che
sparò alcuni colpi di pistola sullo schermo, per uccidere il
‘cattivo’. Sin da bambino lavoravo come attore in quasi tutti i film
e mia madre mi creava il ruolo a seconda della mia età, ma il mio
personaggio aveva sempre il nome di "Gennariello" che divenne il mio
pseudonimo....
I tempi di lavorazione,
fino alla copia finale, non superavano mai le cinque settimane. Il
successo dei film di Elvira Notari era enorme; il caso più vistoso
fu ‘A Legge (o ‘Nfama) che al cinema Vittoria di
Napoli resse per 32 giorni con punte di oltre 6000 presenze
giornaliere: non c’è da stupirsi se si pensa che le programmazioni
cominciavano dalle 9 della mattina e proseguivano fino a notte
inoltrata; inoltre c’è da dire che la stessa copia del film passava
attraverso due proiettori che la proiettavano in due sale attigue,
così da rendere possibile l’accompagnamento musicale del film e le
canzoni dal vivo in tutte e due le sale contemporaneamente
(naturalmente c’era un certo sfasamento del sincrono nel secondo
schermo)... (da Kinomata. La donna nel cinema. A cura di Annabella
Miscuglio e Rony Daopulo. Dedalo)
Per ulteriori
informazioni, si può vedere:
(a cura di)
Annabella Miscuglio e Rony Daopulo. Kinomata. La donna nello
schermo. Dedalo, Bari, 80
Enza
Troianelli. Elvira Notari, pioniera del cinema napoletano.
EURoma-La Goliardica 89
Giuliana
Bruno. Rovine con vista. Alla ricerca del cinema perduto di Elvira
Notari. Tartaruga 95
(Streetwalking on
a Ruined Map. Cultural Theory and the City Films of Elvira
Notari.
Princeton University Press. 93)
Laura Modini
. L’occhio delle donne. Le registe e i loro film. 1896-1996. Ass.
L.Marinelli, Mi
96
LA SCENEGGIATA
NAPOLETANA
di Concetta Penza
Nel 1919 una legge impone una tassa del 2% in più
sugli spettacoli che si basavano sulle canzoni ed Enzo Lucio Murolo
(Napoli 5.4.98 –24.2.75) pensò di creare intorno alle canzoni una trama.
In questo modo lo spettacolo non veniva più classificato varietà ma
commedia e l’impresario risparmiava il 2% in più. Il primo esperimento
du “Surriento Gentile”. Prova generale a Palermo e nel novembre 1919 al
Moderno di Torre Annunziata e a Napoli. Prima della sceneggiata la
canzone di giacca esprime desideri di libertà di carcerati,
atteggiamenti guappeschi, sfociante quasi sempre in un’azione violenta.
Prima ancora la Zarzuela, che deriva da zarza, operetta seria e giocosa
di musica, prosa e danza d’ambiente spagnolo. Il nome derivava da una
Casa de ricreo (ricreazione) il Real Sitio de la zarzuela. La storia
della sceneggiata è la storia della compagnia Cafiero-Fumo, poi dei
maggio sino a Merola.
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Resurrezione - F. Penza 1974 |
La Cantata dei Pastori - Penza, Buzzetti 1973 |
Giuda - F. Penza, V. Nocera, L. Pinto 1970 |
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La Redenzione - F. Penza, L. Pinto 1970 |
Resurrezione - P. Manzo e Raimir 1958 |
La Cantata dei Pastori - Penza, Buzzetti 1973 |
LA CANTATA DEI PASTORI
Negli anni ’60 nel Napoletano a Natale si teneva e si tiene ancora La Cantata
dei Pastori. Ricordo le rappresentazioni nel teatro di Leopardi sempre
affollato. Mio fratello Francesco, che interpretava Razzullo e Armenzio, mi
accompagnava in prima fila e se ne andava sul palco a cominciare la recita. Dopo
l’apparizione di Sarchiapone uno spettatore lanciò un mozzicone di sigaretta
ancora acceso nell’occhio di Bozzetti, che, poverino, a sipario aperto emise un
urlo di dolore. Nell’atto seguente Mike, senza copione, perché di solito il
personaggio glielo permetteva, vomitò parole amare sul filodrammatico, che aveva
compiuto il gesto insulso e incivile. Poi Belfagor-Polimeno, spalancando gli
abissi, incuteva paura con la sua voce baritonale, ma già le catene gli erano
state tolte. Era attore cinematografico, ma l’ombra del grande diavolo, che da
bambina non faceva dormire la notte dopo aver visto lo spettacolo. Da Ricordare
i Razzullo Pierino Vitello, Peppino D’Istria, Raffaele Di Maio; Armenzio
Salvatore Flavio Raiola, i Sarchiapone Mario Ginelli, Bigliardi. Non vedevo
l’ora che arrivasse il Natale, per assistere alla Cantata dei pastori.
S’incominciava verso la metà di dicembre fino alla befana. Ed io non mi perdevo
una recita. Andavamo in tutti i teatri della città, chiese, sale parrocchiali e
ospizi. Imparavo a memoria le parti dei vari interpreti. Quante volte ho pensato
che da grande avrei fatto l’attrice, ma poi con il tempo passa l’entusiasmo.
Quando la sala dell’Oratorio si affollava e c’era un incasso, almeno per le
spese dei costumi e delle scene, per premio si andava a mangiare la pizza ed io
tra gli attori felice.
Eravamo quasi alla Befana, per una ennesima rappresentazione a S.M.La Bruna nel
teatro della chiesa. Tutto pronto per cominciare, quando venne un signore a dire
che l’unica spettatrice ero io. Ricordo ancora quei volti delusi dei ragazzi.
E COSI’ SIA
Il dramma di Cavagnera era la storia di un curato di campagna in epoca fascista.
Il prete Don Alfonso era mio fratello Francesco, che non imparava mai la parte a
memoria, aspettando l’imbeccata del suggeritore, ma riusciva a non farsene
accorgere con mezze frasi, coerenti al discorso. Il commissario Armando,
arrabbiato, gli dà un ceffone, il prete cade, gli spara. Dietro
l’inginocchiatoio era pronto del colore rosso, che Don Alfonso prima di morire
tocca, alzando il braccio sporco di sangue. La sequenza fu così veloce, che
parve reale, tanto che dissi a mia madre e a mia zia Concettina:”Hanno ucciso
mio fratello!” E solo dopo che apparve per l’applauso finale respirai con
tranquillità. Lo raccontai a mio padre ed anche a lui era capitata la stessa
emozione vedendo il padre recitare al S. Ferdinando. La compagnia teatrale “I
quattro” aveva vinto il concorso, per le filodrammatiche locali, ma da sempre se
non si hanno santi protettori in paradiso non si entra.
DE FILIPPO-SCARPETTA
Si diceva, si sapeva, ma non si era mai documentato. Peppino De Filippo con “Una
famiglia difficile” scrisse sulle origini adulterine e pose fine ai si dice.
Eduardo, Titina e Peppino erano figli naturali di Scarpetta, che li aveva avuti
dalla nipote Luisa De Filippo.
TOTO’
Come si diceva, si sapeva di Totò, che era figlio illegittimo di una donna, che
viveva nella massima indigenza alla Sanità in via S.M. Antesaecula. I primi anni
li trascorse nel “serraglio”, collegio che era nel Palazzo Fuga a Piazza Carlo
III e lì ebbe il pugno, che gli fratturò la mandibola, ma gli procurò il
successo senza dimenticare però Gustavo De Marco dal quale apprese lo snodarsi
delle giunture articolari. Nella sceneggiata lavorò anche Totò (Antonio, Maria,
Giuseppe, De Curtis, Gagliardi, Griffo, Focas e Clemente) sulla cui nascita sono
sorte leggende. Qualcuno scrisse che Antonio De Curtis nacque ad Avezzano in
Abruzzo. La verità è che il comico napoletano venne registrato all’anagrafe come
Antonio Clemente, figlio di Anna Clemente, sicuramente di Avezzano, la quale
sposò il principe Giuseppe de Curtis, molto tempo dopo, che dichiarò figlio
naturale il giovane Antonio. Nel 1933 il marchese Francesco Maria Gagliardi
adottò Totò e gli trasmise i titoli gentilizi. Da qui iniziarono i processi di
Totò per essere riconosciuto principe. Ma un Antonio Clemente venne al mondo a
Napoli in via S.M. Antesaecula, 109, il 15 febbraio 1898.
LA MIA INFANZIA
Concetta Penza
Sono l’ultima di quattro figli. Sono nata nel Golfo di Napoli. Ricordo la mia
infanzia molto bella, perché coccolata da tutti. Specialmente da mio fratello il
maggiore. D’estate, quando andavamo al mare, mio fratello mi caricava sulle
spalle e camminavamo sotto il sole. Quando si arrivava sul posto, avevamo fretta
di tuffarci. Ma là era il problema, perché io non sapevo nuotare. E qui
cominciava la bravura di mio fratello che tentava di insegnarmi a nuotare. Ma
invano, perché io ho ancora paura del mare. Verso l’una tornavamo a casa. Con il
sole che scottava dovevamo fare una lunga passeggiata e una dura salita. Io con
capriccio non volevo camminare e così mio fratello mi riprendeva sulle spalle.
Nella stagione invernale quando era molto freddo, con i temporali, mio padre ci
riuniva per recitare il rosario. Oggi ci riunisce la televisione con i suoi
inutili programmi giornalieri.
IL TRENO DEL SOLE
Leggendo “Il treno del sole” ho ricordato l’infanzia, la semplicità dell’epoca.
Si racconta nel libro di una ragazza che accompagnava i genitori in campagna e
lavorava duramente.
All’ora del pranzo andava a raccogliere due o tre melanzane. Portava sempre con
sé un barattolo di latta, che usava come tegame. Accendeva un fuoco con poca
legna, su cui poneva il barattolo e cucinava le melanzane con uno spicchio
d’aglio e un pomodoro e versava sulla verdura un po’ d’olio. Tutta la famiglia
era felice. Al tramonto, tornava a casa. La strada era ornata di oleandri e da
lontano si vedevano i templi. La ragazza incantata si godeva il panorama. Quella
terra era la sua vita.
IL PUGILATO
Nel 1960, a nove anni, andavo in palestra e aspettavo mio fratello, che insieme
ai pugili della S.S. Audace si preparava al campionato nazionale novizi allo
Stadio Albricci, ex Ascarelli di Napoli.
Peppino Pignalosa ci guidava dalla pasticciera che corteggiava senza esito. Ci
offriva dolce e vermut.
Una mattina di primavera Peppino, credendo che l’ascensore fosse al piano del
Mulino Marzoli forzò la porta e finì giù dal sesto piano, maciullandosi.
Da allora non andai più in palestra e neanche in piazzetta a mangiare il dolce.
IL MONDO DI OGGI
Non è quello di quando ero ragazza. Si sentono e si vedono cose molto strane e
brutte. La gente è distaccata, pensa solo ai fatti suoi: un mondo d’egoismo. Non
parliamo della delinquenza, della droga
In tutte le città. Si teme per il futuro dei giovani, per il lavoro che non c’è.
In tutte le città si registra una cifra spaventosa di disoccupati, specialmente
al Sud. Il Parlamento e i governanti discutono sempre e non vanno mai d’accordo.
E impongono tasse su tasse. Alcuni religiosi dicevano che nel Duemila qualcosa
sarebbe cambiato in meglio, perché finisce un’era e ne inizia un’altra. Invece
le nubi nere, le guerre, la fame , la miseria, purtroppo, sono ancora minacciose
sul mondo, nelle nazioni. Gli uomini dovrebbero migliorare con la storia, ma
ripetono gli stessi errori.
L
' i n f i n i t o
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Vorrei
il mondo senza ricchezza e senza povertà!

Nella foto a lato: una testimonianza del nostro egoismo.
Ammiro tutti gli intellettuali, che dedicano l’esistenza alla
cultura, in particolare gli autodidatti, formatisi alla scuola di se
stessi. Affettuosamente ti invitavo alla lettura delle recenti
interpretazioni bibliche della Scuola di Gerusalemme. Tutto qui.
Voglio solo ribadire che io dalla Chiesa di Roma sono distante duecento
chilometri, sia fisicamente che moralmente. E permettimi uno sfogo. Io ho
il difetto di amare i miei nemici. Per l’amor del cielo, non sono Gesù
Cristo. Tutti sanno dell’ostracismo del Cardinale Sepe, il quale ignora
che esiste in precarie condizioni fisiche l’Ambulatorio della Carità in
Piazza Santa Maria La Nova a Napoli, che serve migliaia di extracomunitari
non in regola, barboni che dormono sulle panchine della Villa Comunale e i
poveri napoletani. (E quanti sono, un esercito?). Ed avrebbe bisogno di
restauro o di aggiusto o di sostituzione.

Nella foto a lato: Ancora una testimonianza del nostro egoismo.
Essi, i capi del popolo smarrito, si esibiscono e dicono un cofano di
sciocchezze. Se ammettono la sua esistenza, (l’Ambulatorio), dicono
apertamente che sono degli sconfitti! Ma questo non lo affermeranno mai. E
dove andrebbe a finire la demagogia…
Scusami per il mio sfogo sociale, perché alla fine il Darfur deve morire,
le guerre nel mondo devono permettere l’arricchimento del potere
commerciale, a dispetto dei G8, che sono un grande spettacolo di spreco di
denaro pubblico. Basterebbero le loro spese per risolvere i problemi di
mezzo mondo.
Ti abbraccio, caro Vito. E scrivimi. Il tuo scritto mi incoraggia a
proseguire nelle mie sconfitte, sempre alla maniera del poeta greco
Archiloco, (al quale mi accostava nei miei anni giovanili il prof.
Coscia), che si vantava delle sue sconfitte, ovvero aveva il coraggio di
parlare delle sue sconfitte. Ed io nasco sconfitto, perché auspico un
mondo equilibrato, senza differenze di classi, senza ricchezza e senza
povertà. Evidentemente ho sognato per tutta la mia vita, da quando sotto
i bombardamenti in braccio a mio padre speravo che finisse la guerra. Ma
è poi finita?

dott. Franco Penza
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Buon Natale e Felice Anno Nuovo
di Franco Penza
Buon Natale agli invidiosi, ai gelosi, ai guerrafondai, agli imprenditori, agli
ipocriti, ai bassi, agli alti, ai mendicanti, ai poveri, agli extracomunitari clandestini, ai preti, ai bigotti, ai
rompiscatole, alle femmine, alle donne, agli handicappati, ai traumatizzati, ai
vecchi, ai giovani, ai grafomani, ai buffoni, ai dittatori, agli innamorati, ai
capi, ai sotto, ai buoni, ai cattivi, ai sindaci delle città piccole e grandi,
ai ricchi, ai condomini, agli inquilini, ai pensionati, a tutto il mondo, con la
speranza che cambi il popolo, che si è imbarcato su una nave senza ritorno,
carica di presunzione di vanità, megalomania, di malattia, di nulla. Un augurio
particolare agli extracomunitari, che chiedono le coperte per l'inverno, da cui
difendersi, dal freddo della notte. Oggi, purtroppo, se non si suona negli stadi
o si canta in TV non
si ha il battesimo del successo. Bisogna pur affermare che il programma dei
contenuti demenziali in tutte le categorie d'arte è globalizzazione. Il ricco ha
addormentato le platee. L'opera dei pupi, delle guarattelle comincia in TV,
continua al cinema, nelle strade, nelle case. I risultati sono la pazzia
dell'uomo, che crede nella sua onnipotenza "Sic transit gloria mundi". Un
pensiero agli artisti, i cui valori sono calpestati. La suora sacrificata dal
suo abito sarebbe potuta esplodere quale musicista ad alto livello, oggi, in
tempi bui per l'arte. Ma tant'è! E' andata così. Ornella Saltarelli, introversa,
timida, francescana, vive a Gragnano in un convento, produce musica sacra a
fiumi, degna dei creativi del '800.
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Emergenza Rifiuti in Campania
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Inceneritori: La paralisi campana e l´impianto ecologico veneto
Rifiuti, se Napoli copiasse Venezia
In laguna realizzato un grande impianto modello, al Sud è sempre emergenza
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Riuscirà Babbo Natale a raggiungere tutti i bambini facendosi largo con la slitta tra montagne di spazzatura? Ecco il dubbio di tanti piccoli napoletani. I quali, oltre al gran freddo che il buon Gesù ha mandato loro a rendere meno fetida l´aria, avrebbero diritto ad avere in dono un po´ meno di ipocrisia. Cosa ci hanno raccontato, per anni e anni? Che il pattume partenopeo, ammucchiato senza uno straccio di raccolta differenziata così com´è («tale quale», in gergo) non può essere trattato, ripulito, riciclato, trasformato in combustibile e bruciato.
Falso. Succede già. A Venezia. Dove lo stesso tipo di immondizia viene smaltito senza problemi dal più grande impianto europeo di Cdr (Combustibile Derivato dai Rifiuti) che manda in discarica solo il 6% di quello che arriva coi camion e lechiatte. E dov´è l´inceneritore? Dov´è questo mostro orrendo le cui fiamme fanno inorridire i campani che da anni, dipingendosi già avvolti dai fumi neri della morte, si ribellano all´idea di ospitarne qualcuno? A tre chilometri dalle bancarelle del mercato di Marghera. A cinque da Mestre. A otto dal campanile di San Marco. Senza che nessuno, neppure il gruppuscolo ambientalista più duro e puro e amante delle farfalle, abbia mai fatto una manifestazione, un corteo, una marcetta, un cartellone di protesta. Prova provata, se ancora ce ne fosse bisogno, che sotto il Vesuvio sono troppi a giocare sporco.
Pare una clinica, l´impianto in riva alla laguna, ai margini di Marghera. La bolzanina «Ladurner» l´ha costruito (dal primo scavo nel terreno al fissaggio degli interruttori elettrici) in dodici mesi. Contro i millenni necessari, non per l´indolenza delle persone quanto per la rete di veti e ricatti, nella sventurata Campania che, stando ai dati Apat, rappresenta da sola il 43% del territorio italiano inquinato dallo smaltimento scriteriato, o addirittura criminale, della «munnezza». Impianto pulito. Silenzioso. Efficiente. Apparentemente quasi deserto. «Quanti dipendenti? Meno di un centinaio. Al Cdr, su tutto il ciclo, 28 persone», spiega Fiorenzo Garda, dell´azienda altoatesina. Sei in meno di quanti bivaccano al call-center napoletano del Pan (Protezione ambiente e natura) dove, stando al rapporto della commissione parlamentare, ogni centralinista riceve mediamente una telefonata a testa alla settimana.
Ventotto persone che, scivolando tra capannoni, rampe e officine, ricevono ogni giorno i rifiuti urbani di Venezia (comprese Mestre, Marghera, le isole), Chioggia e larga parte della Riviera del Brenta per un totale di 300mila persone. Meglio: per un totale equivalente a una popolazione di 300mila abitanti. La Serenissima è infatti una città speciale per almeno due motivi. Il primo è che, scesa nei decenni a 50mila residenti, accoglie ogni anno quasi 20 milioni di turisti (meglio: 20 milioni di presenze giornaliere, per una media di circa 55mila abitanti supplementari al giorno con punte di 150mila) ai quali è praticamente impossibile imporre la raccolta differenziata. Il secondo è che un conto è portar via la campana della carta e del vetro coi camion in terraferma (dove la «differenziata» sta mediamente al 45%) e un altro con le barche nei canali.
Risultato: le «scoasse» veneziane sono uguali alla «munnezza» napoletana. Con più nero di seppia e meno pummarola, ma uguali. E infatti, caricate sulle barche a da lì trasbordate su enormi chiatte alle spalle della Giudecca, quando arrivano alle banchine di Marghera potrebbero essere perfettamente confuse con quelle che vengono scaricate dai camion nelle fosse dantesche degli impianti partenopei. È lì che i destini si dividono.
I rifiuti campani, in attesa dei termovalorizzatori (quello di Acerra che doveva essere acceso a ottobre, dopo 14 anni dalla prima dichiarazione di emergenza, è bloccato dall´inchiesta dei giudici e i lavori per quello di Santa Maria La Fossa devono ancora cominciare) vengono imballati alla meno peggio e ammassati in gigantesche piramidi su terreni comprati a prezzi sempre più folli, con misteriosi rincari anche del 500% in dodici ore. Piramidi che ormai stoccano sette milioni di tonnellate di «ecoballe» (che «eco» non sono) le quali potrebbero, se allineate, coprire la distanza che c´è da Parigi a New York. Una situazione esplosiva. Che costringe da anni i commissari via via nominati a recuperare nuove discariche (l´ultima è a Serre, a 102 chilometri dal capoluogo campano e per farla hanno buttato giù centinaia di querce) o a riaprirne di chiuse sfidando la collera degli abitanti. Collera spesso accesa dalla camorra, che vede a rischio i suoi affari. Che si nutrono proprio dell´emergenza campana. Costata fino ad oggi almeno un miliardo e duecento milioni di euro. I rifiuti veneziani no, quelli i soldi, agli azionisti pubblici, li fanno guadagnare. Dice Gianni Teardo, responsabile tecnico degli impianti, che quest´anno il complesso di Marghera, costato 95 milioni di euro (un dodicesimo dei soldi spesi in Campania) va in attivo. Spiegare come la spazzatura venga «bollita» per una settimana in enormi cassoni («biocelle »), asciugata, sminuzzata, passata al setaccio per separare quello che può essere riciclato tra i metalli, la plastica o la carta, sarebbe lungo. Basti sapere che, mettendo insieme questo lavoro con quello a monte della raccolta differenziata e poi una seconda e una terza operazione di filtraggio, l´impianto veneziano si vanta di mandare in discarica nell´entroterra di Chioggia solo il 6% del pattume trattato. Che dovrebbe essere ridotto entro un paio di anni al 3%. «Anche se puntiamo a ridurlo ancora, fino ad azzerare il ricorso alla discarica ».
Ferri, plastiche e carta vengono venduti sul mercato. La metà del Cdr prodotto e compattato in «brichette » simili a corti bastoncini è ceduto all´Enel che lo brucia al posto del carbone per fare energia. Tutto ciò che può essere usato allo scopo diventa «compost» per fecondare i terreni troppo sfruttati e in fase di desertificazione. E quel che resta, infine, viene bruciato.
Direte: oddio, vicino a Venezia!
Esatto: in faccia a Venezia. Senza una protesta. Sotto il controllo dell´Arpav. Con un rapporto giornaliero sui fumi emessi. E sapete cosa salta fuori, a vedere i dati certificati dalle autorità sanitarie? Che un inceneritore di ultima generazione come quello veneziano, tra filtri e controfiltri, sta molto al di sotto dei limiti fissati, che sono da cinque a quindici volte più rigidi rispetto a quelli delle centrali termoelettriche o dei cementifici. Ma c´è di più. Fatti i conti, quel camino che smaltisce ciò che resta dei rifiuti di 300mila abitanti butta nell´aria ogni ora circa 60mila milligrammi di polveri. Pari a quanti ne escono, stando alle tabelle Ue, dai tubi di scappamento di quindici automobili di tipo Euro2. Per non dire di quelle più vecchie, che inquinano infinitamente di più.
Direte: e se queste polveri fossero più aggressive?
Massì, esageriamo: ogni camino come quello di Marghera inquina come una cinquantina di auto Euro2. E sapete quante ce ne sono, in Campania, di auto così o più vecchie e inquinanti? Oltre 2 milioni e 200mila. Pari a 44mila inceneritori come quello di Marghera.
GIAN ANTONIO STELLA
22 dicembre 2007
Finalmente una tv nazionale La7, ha avuto il coraggio di dedicare una trasmissione in prima serata sui RIFIUTI TOSSICI in Campania ed abbiamo ascoltato quanto detto dai medici del Pascale, in primis il Prof. Marfella, e da alcuni magistrati , che da alcuni anni denunciano vanamente questa drammatica situazione ai nostri politici che continuano a fingere di non vedere.
E' uno dei più grandi disastri ambientali che sta avvenendo nella nostra regione principalmente nelle province di Napoli e Caserta a causa dei rifiuti tossici.Non ci si venga dire che è solo allarmismo di alcuni medici perchè è la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità a dare queto allarme.
Questi medici hanno gridato in tv che i liquami infetti che penetrano nelle falde acquifere avvelenano verdura,frutta e legumi e di conseguenza le PATOLOGIE TUMORALI ED ABORTI PER ANOMALIE CONGENITE sono in forte aumento.
La nostra Sindaca Iervolino solo oggi dice di provare qualche imbarazzo, altri politici sia di maggioranza che di opposizione in questi 15 anni dov'erano e dove sono ?.
I nostri governanti ci dicono di portare la differenziata dal 10 % almeno al 40 -50% . Ma loro cosa stanno facendo per incentivarla?. Allora, visto che mentre loro studiano le persone continuano a morire di tumori, visto che con una differenziata al 70-80 % non sarebbero necessari neanche gli inceneritori , invito tutti i cittadini della Campania a portare ad altissime percentuali la raccolta della differenziata e dare uno schiaffo morale a tutti i nostri politici.
Sabino Genovese
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I figli della strada
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di Franco Penza
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1957. In un misero vicolo della periferia di una delle tante città di questo mondo vivono i figli della strada rimasti senza il consiglio paterno e l’abbraccio materno; vale a dire senza quelle guide che servono ad ognuno di noi per poter divenire uomini adatti alla società. Un giorno, uno dei tanti trascorsi nella monotonia, mentre giocano, appare un uomo, vestito lussuosamente. Il gioco è fermo, tutti gli sono attorno. Egli desidera che qualcuno vada a lavorare nei suoi stabilimenti di tessitura. Diomede ed Egisto seguono il richiedente. Gli altri s’avviano alla stamberga. Tutti a dormire, eccetto il bigotto, che resta sulla soglia, testa tra le mani, meditazione su meditazione. A sera già è pronto il piano per compiere il misfatto ai danni del benefattore. Geronzio esorta loro ad evitare di rubare. Deve accettare parolacce senza reazione altrimenti botte da orbi. Rimane ad aspettare. Vedendo in quello stato il ragazzo, un vecchietto, trovandosi di passaggio, si avvicina e dice:”Cos’è che ti tormenta, ragazzo mio? Sei solo forse al mondo? Se vuoi venire a casa mia, la porta è aperta”. Ilo bigotto abbraccia l’uomo e lo segue, piangendo. Mentre s’allontana, sente le sirene della polizia, che insegue i prevaricatori in fuga. Ansanti, ritornano alla stamberga e s’accorgono della mancanza del loro amico; prima lo cercano invano, poi, dopo poco, hanno già dimenticato che tra loro sia stato il bigotto. A sera riunione generale: hanno saputo dove egli si trova e vogliono disturbarlo a tutti i costi. Geronzio, munito di canna ed esca, si reca al fiume. Lo zingaro lo ha visto avviarsi ed avvisa gli altri, che si tengono pronti. Un pesce sta per abboccare all’amo, ma uno spintone gli procura un bagno non previsto. Pazientemente, egli esce dall’acqua, mette ad asciugare gli indumenti e fa finta di niente. Un giorno mette in un tovagliolo ogni ben di Dio e si reca dai suoi amici. Ma appena entra un pugno lo stramazza. Il tovagliolo s’apre e per terra si distribuisce il cibo. Tutti a mangiare, dimentichi del bigotto, il quale riavutosi salda il conto con l’antagonista. Tra i due si scatena una lotta violenta. Ma ad un tratto Egisto ha dei ripensamenti e, messosi tra i due, li divide. Il capo lascia Geronzio, comincia a picchiare l’altro. Intanto il bigotto sanguinante riesce a fuggire, ma ancora in cuor suo spera nella sua opera di salvazione. Era quella sempre umanità! Vengono inseguiti dalla polizia. Propongono a Geronzio di tenerli nascosti. Il bigotto non si rifiuta. Ma anche qui i suoi colleghi organizzano un complotto ai suoi danni. Durante la notte l’immobilizzano, chiedendogli i beni della casa. Egli indica il cassettone con un cenno del capo e tutti vi si dirigono. Approfitta egli di ciò per afferrare una sedia ed incominciare a scagliarsi contro i presenti. Ma un coltello, partito dalle mani di qualcuno, lo ferisce gravemente alla spalla sinistra, lesionandogli un polmone. Accorre il “padre”, che lascia partire alcuni colpi, che non si vede, per l’oscurità, chi hanno raggiunto. Intanto corre verso il “figlio”, lo solleva, lo pone sul letto e chiama subito un medico, il quale ordina il ricovero in ospedale per grave ferita da punta e taglio. La polizia è sulla strada dei responsabili. Li arresta e li pone nella galera, dove hanno il tempo di riflettere sulle loro malefatte. I minori si rivolgono a Geronzio per essere ospitati nell’orfanotrofio da questi fondato per gli orfani. Ora di certo non ricordate più i figli della strada…e qui stavo proprio per indicare il paese…Essi sono in cucina, in giardino, ad insegnare…
Ma quanto giovani finiscono dietro le sbarre per sempre?
P.S. Questo mio scritto di quindicenne è il riporto fotografico di situazioni che in quegli anni si subiva per convivenze forzate in ambienti insalubri, e si sperava nella redenzione. Ed oggi? Dov’è finita la speranza?
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Stefano Borriello
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Al Museo Minimalia di Fuorigrotta dall’8 al 30 aprile
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Nasce a Torre del Greco nel 1940, dove risiede. Frequenta la Scuola d’arte locale e si diploma all’Istituto d’Arte di Napoli. Negli anni giovanili sperimenta tecniche, con riferimenti al Novecento (Morandi), e poi si svincola dalle varie esperienze.
Nel 1957 partecipa alla collettiva al Circolo D. Morelli di Torre del Greco, nel 1961 organizza la sua prima personale, seguita da una seconda nel 1963 e una terza nel 1965. Insegna disegno e storia dell’arte.
Nel 1968 personale a Cagliari. Nel 1975 al Centro d’arte Cava dei Tirreni. Nel 1976 è presente con Del Pezzo, Di Bello, Tatafiore, Barisani alla Mostra proposta Museo laboratorio delle arti visive a Napoli alla Mostra d’Oltremare. A Napoli nel 1978 installa opere tridimensionali sulle pareti del Centro Ricerche Artigianato e Design “L’Ellisse”. Personale nel 1986 alla Galleria La Vela di Torre del Greco.
“Attualmente la sua ricerca è indirizzata verso l’analisi della percezione dell’immagine, la cui forma precostituita, geometricamente e cromaticamente definita sulla superficie dell’opera, viene gradatamente destrutturata e quasi totalmente cancellata da progressivi interventi di accumulo e sottrazione di materiali (pittura, collage, assemblaggi, immagini computerizzate)”.
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Etimologie della provincia di Napoli
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AFRAGOLA Ad fragorem - rumore dell’acquedotto.
ARZANO dal nome del proprietario Artius o arco (acer
sano, luogo sano).
ACERRA dalla cassetta dell’incenso per i Romani o da acer - acro.
AGEROLA da ager - campo. Area, spiazzo, terrazza- campi
a terrazza.
ANACAPRI da ano sopra Capri - Kapros cinghiale.
BACOLI da Bauli o buoi.
BAIA da Baios compagno di Ulisse fondatore.
BARANO Podere di Varo o bagno.
BOSCOREALE Nemus Schyfati Regalis - Bosco riserva di caccia.
BOSCOTRECASE-Sylva mala. Bosco donato a tre case religiose.
BRUSCIANO dalla famiglia Brutia o dalle bisce.
CICCIANO Castro medioevale o da Citius colono.
CASAVATORE da Casa e vetus - antica casa.
CASORIA Casa Aurea o casaurion casa di tolleranza.
CAIVANO praedium Calavianum o Calvianum della gens Calavia.
CARDITO da carduus cardo - carciofo carduetum carciofaia.
CAPRI osco Kaprum greco Kapros cinghiale.
CRISPANO della gens Crispia.
CERCOLA dal latino Quercea - Quercia.
CASAMICCIOLA Casa di Nizzola - Casanizzola.
CASTELLAMMARE DI STABIA Castello a mare.
CASALNUOVO Casale, insieme di case nuove.
CIMITILE Cimiterium-Basiliche paleocristiane.
CAMPOSANO Campus Jani - Tempio dedicato a Giano.
CASTELLO DI CISTERNA Cisterne di acqua per i cavalli - Castrum.
CALVIZZANO da Calvicianus - Calvicius - antroponimica.
CASANDRINO Casa Andrena - Luogo chiuso da mura.
CASOLA DI NAPOLI Casae solis-Tempio dedicato al Sole - Casula taverna.
CARBONARA DI NOLA Attività di carbone - legname.
CASAMARCIANO Presidio di Marciano della Campania Felix.
COMIZIANO da oliva cominia - cumignano - famiglia Cominia.
ERCOLANO da Ercole- ex Resina da Rectina.
FORIO D’ISCHIA da zona fiorita.
FRATTAMINORE bosco per l’industria tessile.
FRATTAMAGGIORE da Major bosco.
FONTANA dai suoi fonti d’acqua.
GIUGLIANO IN CAMPANIA o da Julius o da Lilium.
GRAGNANO da Granius, della gens Grania.
GRUMO NEVANO Grumus collinetta Nevano Novus o da Gens Noevia.
ISCHIA Inanime - Pitecusa - Enaria - Isola.
LACCO AMENO Lakkos pietra amena.
LETTERE dai monti Lattari o Lettere di Lucio Silla.
LIVERI da Liber riferito a schiavi.
MARIGLIANO E MARIGLIANELLA da una famiglia Marianum villa.
MASSA DI SOMMA Ammasso terriero.
META DI SORRENTO Planum vicino Sorrento.
MASSALUBRENSE Delubrum tempio sacro.
MUGNANO da Munnius o Munius nome di persona.
MARANO DI NAPOLI da Marius proprietario.
MELITO dalla Pianta Malus-Malitum.
MONTE DI PROCIDA Mons Cumanus, poi Mons Terrae firmae - Cuma ebraico cima.
NOLA da Nuvla città nuova.
OTTAVIANO Castello della Gens Octavia.
POZZUOLI Dicearchia-Puteoli.
POLLENA TROCCHIA Pullula - villaggio piccolo Torculum torchio Trocla e poi Trocchia.
POMIGLIANO D’ARCO da Pompilius e dall’arco dell’acquedotto Claudio.
POGGIOMARINO Taverna Penta - Podio Marino - Podium Poggio.
PROCIDA da Prochyte - Scagliata via.
PORTICI da Quinto Porzio Aquilo – Villa.
POMPEI numero italico pompe, lat. Quinque, greco pente cinque, sanscrito panca (pancia).
PALMA CAMPANIA Fondo della famiglia Palma.
PIANO DI SORRENTO Planum Sorrento dal latino carottum cavotto per le cave di tufo.
PIMONTE Locus qui apud montes. Ai piedi del monte S. Angelo.
QUARTO Quarto miglio o nome latino Quartus.
QUALIANO Quaelius o Aquiliuscon o longobardo wald ossia bosco - Guardiano o Qualiano - Città sorta nel bosco.
ROCCARAINOLA Altura dei Rainola.
SCISCIANO da Sittius proprietario poi Sicciano.
S.VITALIANO ex Palmola - Dedicata al Santo Patrono.
S. PAOLO BELSITO Dedicata a S. Paolino.
S. ANTONIO ABATE Venerazione del santo protettore degli animali.
SERRARA FONTANA Chiuso dai monti o granaio di Cerere.
S.AGNELLO Pianoro di Sorrento dedicata al Santo.
SAVIANO della Gens Sabia.
S.GIORGIO A CREMANO da Cremano.cremata bruciata. Crambano villaggio o proprietario Cambarus.
S.M.LA CARITA’ comune staccato da Castellammare.
SORRENTO Sirene.
S.ANASTASIA Culto ad Anastasia o Nastasio di soldati il lirici.
S.GIUSEPPE VESUVIANO Culto del Santo nella posizione geografica.
S.SEBASTIANO AL VESUVIO Culto del Santo.
STRIANO da Histrius nome latino di persona.
SOMMA VESUVIANA Summa dal Monte Somma.
S.ANTIMO Devozione al Santo.
S.GENNARO VESUVIANO ex Palma Nolana - Dedicata al Santo.
TORRE ANNUNZIATA Campanile e cappella dedicate alla Vergine.
TORRE DEL GRECO Turris Octava – 8 miglia da Napoli o dal vino greco o da un greco fondatore.
TERZIGNO Terra ignis - terra del fuoco - terra justa ignis - bruciata o numero cardinale, terzo paese.
TRECASE staccato da Boscotrecase.
TUFINO Ager tofus cava di tufo.
VICO EQUENSE Borgo Aequana centro gotico.
VOLLA bolla-acquedotto.
VILLARICCA ex Panicocoli - panis pane coquere cuocere.
VISCIANO da biscia o dal nome latino Vesius o Vescinus.
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La nota del medico o salumiere?
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Quo vadis, medico di base?
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di Franco Penza
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La tecnologia ha complicato la vita umana. La
burocrazia, creata dal non addetto ai lavori, ha
completato il discorso, dando più importanza alle carte.
Il medico di base distribuisce farmaci ed incarichi agli
specialisti: il paziente esigente, con la personale
richiesta, non permette di visitarlo, perché sa tutto di
se e degli altri!
Da qui la difficoltà del medico di base, che, seduto,
offre ricette e farmaci come un salumiere. Il numero dei
pazienti per i massimalisti è enorme (da 1500 a 2000):
potrebbero lavorare tre medici…
Non dico di cambiare immediatamente, ma, come si
stabiliscono le regole in alto, in basso dire all’utenza
che bisogna tornare all’antico per non vanificare
l’intervento di medicina.
Il paziente bussa, entra con il braccio scoperto e
chiede la misurazione della pressione arteriosa, che già
ha controllato dal farmacista più volte nella giornata.
Si tira a campare sonnacchiosamente, dimenticando che
stiamo parlando della salute dell’uomo. Nella
managerialità dell’azienda sanitaria nel discorso
prevale la logica dei costi a danno della salute.
Il problema resta la progressiva trasformazione della
medicina in industria della salute, dove il mercato
diventa sempre più dominante.
Occorre un nuovo codice della professione capace di
rispondere alla domanda etica della società, che è a
rotoli o all’avanguardia del progresso, dipende da quale
punto di vista ci poniamo. L’industria bellica dona
soltanto morte o risorsa monetaria?
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Sandro Filipepi, detto Botticelli |
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di Alessandro Aldi
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Botticelli pittore di storie sacre e profane.
Nasce a Firenze nel 1445 nel quartiere Ognissanti. Muore nel maggio 1510 e viene sepolto nella chiesa d'Ognissanti.
Nel luglio I478 Botticelli viene chiamato da Lorenzo dei Medici il magnifico per gli affreschi degli impiccati che presero parte alla cospirazione promossa dalla famiglia dei Pazzi il 26 aprile dello stesso anno, contro i Medici Lorenzo e Giuliano, avvenuta nel Duomo di Firenze durante la messa; dove Lorenzo riesce a fuggire e salvarsi mentre Giuliano muore. I congiurati arrestati, sono poi condannati a morte per impiccagione; da cui gli affreschi degli impiccati raffigurati, all'esterno del palazzo, andati distrutti nel 1494 dopo la cacciata dei Medici. Di questi affreschi rimane un disegno di Filippino Lippi ora al Louvre.
Una delle opere più famose del Botticelli é la nascita di Venere I484-05. Secondo la mitologia, da Gaia e Urano nasce Crono, che taglia il pene del padre ancora in erezione e lo getta in mare; dall'unione del pene e del mare dalle onde nasce Afrosidide, ovvero Venere dea dell'amore; che su una grade conchiglia spinta dal soffio di Zefiro approda sull'isola di Cipro.
Tra le tante opere realizzate da Sandro Botticelli c'è anche la visualizzazione della Divina Commedia di Dante Alighieri. Opera realizzata per Lorenzo di Pierfrancesco dei Medici, é commentata dal Landino. Nel I481 la prima edizione a stampa. II racconto fantastico della Divina Commedia narrato da uno dei maggiori pittori del rinascimento. Nell'autunno del 2000 nelle scuderie del museo Vaticano, per la prima volta viene mostrato al pubblico l'intero ciclo delle novantuno pergamene sulle quali Sandro Botticelli ha illustrato i canti della Divina Commedia. Un insieme straordinario di
disegni, sconosciuto al grande pubblico. Così per opera di Lorenzo di Pierfrancesco dei Medici committente dei disegni per il manoscritto Dantesco il Botticelli
poté essere presentato nella Firenze del suo tempo, accanto ad alcuni personaggi che hanno fatto la storia come, Lorenzo dei Medici il magnifico e il frate eretico Girolamo Savonarola.
Il Savonarola fu impiccato insieme a due confratelli e poi bruciati, per cospirazione contro la chiesa, al cospetto del popolo nella piazza dei Signori il 23 maggio I498. Bruciato fino alle più piccole parti del suo corpo, le ceneri furono poi raccolte e disperse nell'Arno. Quel sacrificio immortalato su tavola, ancora oggi é esposto nella cella appartenuta al frate, nel convento di San Marco a Firenze.
DIVINA COMMEDIA Inferno, dove Dante ha collocato gli ignavi e i vili.
Tre fiere impediscono a Dante di salire sul colle spingendolo verso la selva.
La Lonza o Leopardo, simbolo della lussuria.
Il Leone, simbolo della superbia.
La Lupa, simbolo dell'avarizia e la cupidigia.
Qui gli appare Virgilio che lo invita ad attraversare i tre regni dell'oltretomba, mentre Dante gli espone i suoi dubbi sul viaggio voluto dalle tre donne benedette: la Vergine, S. Lucia e Beatrice. Giungono alle porte dell'inferno: lasciate ogni speranza o voi che entrate. Dove il fiume infernale Flegetonte il lago gelato e Acheronte cinge il regno dei morti, e il nocchiero Caronte traghetta le anime.
Ravenna 13/03/2008
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Itinerari Napoletani
Il Tribunale della Camorra
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Al Cimitero delle Fontanelle, in fondo all’omonima strada del quartiere Stella, detto della Sanità, si accede attraverso la sacrestia della chiesa S. Maria del Carmine in grotte naturali, comunicanti tra loro. Lungo i lati delle gallerie sono disseminati scheletri in fila e sopra i teschi adagiati, alcuni lucidi dai continui toccamenti. Inutile chiedersi chi siano questi morti, anche se non mancano individuazioni come il Conte e la Contessa Carafa, che sono i pochi ad essere interi e ad avere una bara di legno decorato. Tra i due, oggetto di culto è soprattutto la contessa Margherita, che i fedeli chiamano la principessa, forse per la coroncina di fiori di seta.
La principessa è qui dal ’34, da quando fu ritrovata nei sotterranei del Maschio Angioino nel corso di lavori di rifacimento. Come lei, altri resti umani, scoperti in varie chiese, sono stati portati alle Fontanelle accanto ai primi cristiani morti durante le persecuzioni di Diocleziano. Le grotte erano catacombe, dove non solo ci si rifugiava, ma si seppellivano anche i defunti.
Questi martiri hanno un posto d’onore: in fondo alla galleria centrale, dove un gran numero di teschi forma una sorta di montagnola chiamata Calvario e sul quale sono fissate tre croci.
Qui il capitano, forse un centurione romano, di cui è rimasta solo la testa, viene consultato come un oracolo. A lui vecchi e giovani si rivolgono con fede e speranza. Ma c’è chi preferisce Concetta e Maria, poco lontane nella galleria a destra. Si racconta che una coppia di fidanzati poco prima del sì, visitarono il cimitero e si soffermarono presso il capitano e poco riverenzialmente con tono di sfida lo invitarono al matrimonio. Il giorno delle nozze, nel mezzo della festa, si presentò un personaggio strano, che, porgendo gli auguri agli sposi disse:”Sono il capitano, mi avete invitato!” La coppia trasalì, sbiancò e si abbattè fulminata da infarto.
Accanto alla galleria centrale un richiamo a eventi esclusivamente terreni: ossa e teschi, disposti in forma semicircolare, ricordano l’aula di un tribunale: qui la camorra, sulla fine del secolo scorso, procedeva ai suoi riti. L’affiliazione con il marchio di sangue, le sentenze di morte e l’organizzazione della famiglia venivano decise nelle grotte, dove nel corso degli anni sono stati affastellati morti senza un nome, che qui hanno trovato una loro identità nella pietà dei fedeli; compresi quelli spazzati via dalla peste e dal colera che, dopo essere stati frettolosamente cancellati, per paura del contagio, alle Fontanelle hanno recuperato la dignità di uomini. Qualcuno dice che anche Giacomo Leopardi riposi insieme a tutti gli altri.
Le Fontanelle non rappresentano soltanto un culto che a Napoli ha radici profonde; in un certo senso è la parabola della vita che viene evidenziata; non a caso le grotte cominciano con una cappella, dove sul lato sinistro c’è un presepe con pastori a grandezza naturale, che simboleggia l’inizio della vita e poi a mano a mano che ci si inoltra nelle gallerie si approda al Calvario, la fine.
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Leggi:
"San Gennaro" e
"Famosi e Malati"
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Festeggiato all'Hotel Panorama di Chianciano
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Armando Paparella - Compleanno 83esimo
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Armando Paparella, dannunziano,
e la bella Pasqualina festeggiano
il matrimonio e il compleanno.
Il tre maggio di quest'anno
sposalizio in un mare di felicità
con cigolio di letto in quantità.
Un cinquantenne mi ha chiesto:
"La firma per gli ottanta mettereste?"
"I disegni dell'al di là non conosco
ma io non firmo, perchè Gesù Cristo
mi ha permesso di lodare i novantenni!"
Dopo una breve malattia, un ottantenne
scrive molti inni alla vita,
perchè Dio lo ha ricreato.
Franco Penza
Chianciano, 16/7/08
Due serate dedicate al festeggiato con poesie e canti di Franco Penza, di Giovanna, la conduttrice e dei due proprietari. Gli ospiti di tutta Italia hanno gradito.
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La tragedia napoletana: Gli Inetti
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da "Primo Amore" di Franco Penza
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Il dolore ritrova la poesia. Quella poesia tutta napoletana: schietta, sincera passionale. E’ facile vedere, osservare, riprodurre. Ma vivere in un ambiente visto, osservato, riprodotto significa scendere nell’inferno. E’ facile, con pennellate larghe e guizzi geniali, mettere su un’opera di arte letteraria o figurativa. Ma viverci è impossibile. Eppure viviamo! Case, che sono stamberghe. Case, che mancano di servizi igienici: che hanno un puzzo di muffa o di carogna. Case nelle quali ti infastidisce l’alitare, il respirare altrui, ma sei costretto ad accettare quello stato di cose, perché non hai né la forza, né il coraggio di sfuggire da quella tragica realtà. Case, nelle quali è resa pesante dai volti tristi, capaci solo di sognare per un’intera esistenza! E’ facile, sin troppo facile discutere. Ma viverci è impossibile. Eppure ci viviamo! All’improvviso l’apparente tranquillità vien rotta da improperi, invettive, grida di fame, di disperazione. E ti prende la malinconia, mista alla speranza. La speranza di un domani migliore, che trovi solo con la rassegnazione, che è la morte dell’uomo o il suicidio dello spirito. E’ facile affacciarsi, guardare ed esclamare: Povera gente! Triste cosa la commiserazione di un altro essere umano. La vecchietta piange sui gradini della chiesa la perduta verginità della nipotina, un bimbo gioca con le sue feci, la sirena dell’autoambulanza suona sinistra nell’aria, un uomo canticchia ‘O sole mio: è il quadretto di sempre del popolo napoletano, che dopo la grande paura (leggi: colera) comincia a rimangiare i frutti di mare, l’impepata, le cozze con la spremuta di limone…
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SOGNO LA DEMOCRAZIA
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La civiltà della morte
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Non superando la fase edipica, l’umanità dalla notte dei tempi ha sempre cercato un padre religioso, celeste, biologico, politico, che è poi diventato un ostacolo sociale.
Ieri si credeva che bisognava prepararsi per inserirsi in società; oggi i titoli accademici non producono nessun effetto per un appiattimento culturale. Per anni si cerca se stessi, scavando nella memoria per trovare la soluzione dei problemi esistenziali.
Sempre credendo che ci sia il merito riconosciuto, ai poveri si vietano il seminario, il liceo, il cibo, il vestito. Si deve soffrire per vivere. La ricerca del senso della vita passa attraverso il corpo della donna. Un edipico non risolve il problema, ma sposa una donna, che ha più problemi di lui. Dramma completo.
Oggi le persone capovolgono il complesso d’inferiorità e tentano di annullare l’altro. Avendo inventato le pseudoscuole di teatro, di cinema, di politica, l’uomo si tuffa in un’avventura di vita impreparato e improvvisato. Prodotti scadenti per accontentare tutti.
Se il soggetto che ti sta davanti è forte, o lo subisci o leggi la sua psicologia capovolta e lo assolvi, anche se prevarica. In realtà è faticoso metaforicamente distruggere sempre gli altri, che diventano avversari nel momento che contrastano le opinioni. Siamo in una foresta mentale, che stravolge la logica del sociale per la civiltà della morte.
Nel momento che non si è disposti a subire, ecco l’isolamento, difficile in un contesto lavorativo o familiare; cosicchè nascono la passeggiata, la prostituta, il giornale di destra o di sinistra, la raccolta dei calciatori, il vino buono, la macchina veloce, la moglie, la TV digitale, il computer all’ultima moda, il pettegolezzo, le fantasie verbali di lauree inesistenti, l’esibizione cercata, i buffoni di corte. Una corte dei miracoli. Secondo il regime vigente, la cultura deve essere annullata. Infatti, in alto i personaggi frenano
Le aspirazioni del popolo, distribuendo mediocrità e, con grande imprenditorialità, vendono l’uomo, togliendogli il pensiero.
E l’uomo torna nelle caverne. Abisso tra ricchi e poveri, collusione tra Stato e delinquenza.
Per ragioni professionali, dovrei compilare cartelle cliniche per giustificare complessati, traumatizzati, ignoranti. Invece, tutti, per onnipotenza, per impotenza, compilano cartelle ed emanano sentenze vitali per autossigenarsi.
La conquista sociale è dura e chi vuole affermarsi deve lavorare sodo; non essere lanciato ai vertici per intrallazzi.
I politici tendono unicamente ad arricchirsi.. Quindi solo commercianti di carne umana, che poi si rivendono al migliore offerente.
A Napoli siamo avanguardisti nell’arte e in retroguardia nel sociale. Incoerenza civile. “Saran potenti i papi, saran potenti i re, ma quando qua siedono sono tutti come me” Belli.
La verità è che il papa resta papa anche dopo, il re re e il povero povero, che guarda lo sfarzo dei privilegiati.
In conclusione, chiedo la modifica della legge elettorale, che oggi mi fa segnare solo il simbolo del partito e lascia alle segreterie di partito la scelta degli eletti. Temo un presidenzialismo esasperato, con la Carfagna, Brunetta e compagni figuranti.
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Note in Libertà
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Chiedo scusa, se non stimo gli uomini politici, che mi governano.
Chiedo scusa ai pupari, che dirigono la TV, che ho spento, e ai guitti, che eseguono gli ordini per recitare senza tecnica, senza idee, senza nulla.
Chiedo scusa, se non ammiro gli imbroglioni, perché prevaricatori.
Chiedo scusa, se amo le mogli fedeli, perché non piace l’usato.
Chiedo scusa, se non allieta una partita di calcio, perché non gioco.
Chiedo scusa, se rifiuto i saccenti e i parassiti, perché mi stancano.
Chiedo scusa, se non interessano i ricchi, perché diseredato.
Chiedo scusa, se odio i calciatori ignoranti, a cui darei uno stipendio da impiegato pubblico.
Chiedo scusa, se infastidiscono l’udito i cantanti improvvisati, perché accelerano l’arteriosclerosi.
Chiedo scusa, se maledico i guerrafondai, perché potrebbero cambiare la loro industria in botteghe alimentari.
Chiedo scusa, se scuso i bigotti, perché gente paurosa e povera di spirito.
Chiedo scusa, se odio i giornalisti, che cercano il sensazionale per denaro, asserendo che è un diritto di cronaca affliggere il mondo, partecipando alla guerra con angoscia senza essere in loco.
Chiedo scusa alle multinazionali, che dominano il mondo economicamente e permettono la morte di fame per milioni di esseri umani, che chiamano globalizzazione.
Chiedo scusa alla gente sana, perché mancano i principi di libertà, solidarietà e giustizia sociale dei candidati.
Per la presenza soffocante della malavita, per il degrado ambientale, per la distruzione del patrimonio paesaggistico, per le periferie urbane abbandonate, per l’agricoltura eliminata, per i vagoni della spazzatura in viaggio per la Germania e per altri Paesi d’Europa in attesa di un termovalorizzatore in Campania chiedo scusa per la nausea e il vomito.
L’anarchia napoletana galoppa di gran carriera. Cadaveri distribuiti per via satellitare in tutto il mondo per intere settimane. A Roma milioni di pellegrini. I mass media hanno la capacità di annientare le coscienze di miliardi di persone, che assistono ad un funerale. Dopo la TV spazzatura,, la guerra, oggi la morte come spettacolo.
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Settembre, andiamo...
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di Enrico La Pesa
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Rimembranze scolastiche, nostalgie…e, purtroppo, tristi realtà.
Si, D’Annunzio aveva ragione. I suoi pastori a settembre migravano. Realizzavano un’aspettativa, avevano un orizzonte: andavano verso il mare.
Settembre, infatti, è un mese fattivo. Si esce dagli ozi estivi, si affrontano nuove realtà. Questo per i pastori dannunziani. E per noi? Cosa ci porterà settembre? Le avvisaglie non sono incoraggianti. In vista: aumenti, difficoltà quotidiane incubo politico. Quest’ultimo non manca mai: sembra che la nostra vita giornaliera non possa più farne a meno. Per giunta, ci sono all’orizzonte le elezioni del 2006. In nome del nostro benessere, tutti i politici si danno già da fare. Ho detto “già”. Ma da un bel pezzo ormai. Lo sport quotidiano dei politici è “promettere e non mantenere”. Loro lo sanno già in partenza, partendo col piede sbagliato; e non se ne fanno un cruccio: tanto, noi, il gregge, ci siamo abituati. D’Annunzio diceva: i miei pastori vanno verso il mare. I nostri politici, dal mare rientrano. Abbronzati, rinvigoriti più in forma che mai cercano di guidare il gregge nelle varie direzioni. Le direzioni più comode ad ogni pastore, naturalmente. E il gregge? Si lascerà sempre guidare fiduciosamente o, meglio, ciecamente, ancora una volta? Che questa fosse quella buona per un risveglio di intelligenza, di utile fattività? Intanto andiamo. Il “tratturo” lo abbiamo appena iniziato. E la speranza, come si è sempre detto, anche questa volta è l’ultima a morire.
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Padre Pio
Miracoli e politica nell'Italia del Novecento
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di Sergio Luzzatto
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In sintesi
Fu il 20 settembre 1918, in uno sperduto convento del Gargano, che padre Pio da Pietrelcina vide iscriversi sul proprio corpo le cinque piaghe di Gesù. Non era un momento qualunque nella storia d'Italia. Alla carneficina della Grande Guerra si era aggiunta l'ecatombe dell'influenza spagnola. Perciò, il "crocifìsso vivo" venne investito da una smisurata offerta di preghiera e da un'accorata domanda di grazia. Ma suscitò anche una sorda diffidenza e un'aperta resistenza. La diffidenza dell'Italia laica, nell'infuocato clima politico del "biennio rosso". La resistenza del Vaticano, ostile alle forme più spinte di religiosità carismatica. Così, fin dagli anni Venti la storia di padre Pio si intrecciò strettamente con la storia della Chiesa e con la storia d'Italia. Denigrato dal frate-medico Agostino Gemelli, e quasi perseguitato dai presuli del Sant'Uffizio, il cappuccino con le stigmate trovò potenti difensori all'interno del Partito nazionale fascista. Seguirono decenni di vicende gravi e perfino rocambolesche, tra conversioni e ritorsioni, pellegrinaggi e sciacallaggi, congiure e abiure, finché l'avvento al soglio pontificio di Pio XII non permise il pieno dispiegarsi del culto garganico. Ma neppure allora la storia potè dirsi finita. Giovanni XXIII scatenò contro padre Pio un'ultima offensiva, prima che il papa polacco ne riconoscesse le virtù e lo elevasse agli altari.
La recensione di IBS
Sergio Luzzatto, docente di Storia moderna e autore di fortunati saggi sull’Italia del Novecento, in questa nuova opera affronta il tema non facile della rilettura del mondo di padre Pio, della vicenda storica di un uomo nato a Pietrelcina nel 1887, ordinato sacerdote a Benevento nel 1910 e scomparso nel 1968. Un uomo che è stato beatificato e poi canonizzato da Giovanni Paolo II.
Una biografia difficile e controversa quella del santo pugliese, frate cappuccino famoso per il miracolo della sua stimmatizzazione, per le guarigioni e per le folle di devoti, curiosi e disperati, che lo seguivano numerosi. A Luzzatto non interessa stabilire se le piaghe sul corpo di padre Pio siano state vere stigmate, né se le opere da lui compiute siano stati veri miracoli: chi cercasse in questo libro la risposta affermativa o negativa a domande di tal genere, sbaglierebbe. Qui, le stigmate e i miracoli del santo interessano per quanto rivelano del mondo che si muoveva intorno a lui: quel variopinto universo di frati e preti, di chierici e di laici, di credenti o di atei, di colti e di ignoranti che hanno creduto, o rifiutato di credere, nel carattere soprannaturale di quelle stigmate e di quei miracoli. Luzzatto descrive, con il rigore dell’indagine storiografica, la “fede dei semplici” suscitata da padre Pio, il credo di un popolo italiano che, dagli anni successivi alla Grande guerra era assetato di segni e bisognoso di una sorta di “miracolismo magico”. Il frate, vissuto per quarant’anni a San Giovanni Rotondo in provincia di Foggia, era “il simbolo di un Paese sospeso tra arcaismo e modernità” e il culto nei suoi confronti esprime ancora oggi una miscela di Medioevo e postmoderno: è una devozione autenticamente popolare, di carattere gigantesco e sommerso.
Di questo testo colpisce anche il giallo del capitolo sui documenti inediti che rivelano come il frate, nel 1919, facesse acquistare da una farmacia pugliese, in grande segretezza, dell’acido fenico: una sostanza adatta per procurarsi pieghe alle mani. Richieste sotto banco, bassa cucina del prodigioso che sembrerebbero rivelare una realtà meno incantata di quella descritta nelle agiografie. Lo stesso Luzzatto però, non ha voluto sottolineare eccessivamente questo aspetto della sua ricerca. Una ricerca che ha il merito di rivelare i sospetti che il Sant’Uffizio coltivò per decenni sul conto del frate; e di raccontare la collaborazione fornita all’Ovra (la polizia segreta fascista) dal principale promotore della devozione a padre Pio, Emanuele Brunatto, svelando così gli intrecci nascosti tra miracoli e politica nell’Italia, clericale e fascista, di quel periodo del Novecento.
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Lo scandalo brasiliano
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Il presidente brasiliano Lula non restituisce il pluriomicida Cesare Battisti. Lula ha sulla coscienza l'estradizione di Battisti, che si proclama innocente, scaricando sui compagni di partito i delitti degli anni di piombo. Battisti ammazzò tra gli altri un macellaio, un maresciallo degli agenti di custodia e un agente della Digos.
Il giallista Battisti militava tra i proletari armati per il comunismo, che non erano fraticelli. Essi cercavano la rivoluzione, tentarono di smantellare il potere esistente per una repubblica sovietica con purghe, processi sommari, gulag, forche e plotoni d'esecuzione. Tutti finirono nelle maglie della giustizia e pagarono, Battisti no. Egli si rese uccel di bosco e in Francia, scrisse libri, che non abbiamo letto. Per fortuna. Poi volò in Brasile, protetto dalle autorità locali. Commentate voi.
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Il caso Eluana
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Come sempre, gli italiani, da sciacalli, si buttano a capofitto sui guai, approfittando della mancanza di una legge.
Da 17 anni la giovane era in coma , ma la medicina è possibilista, perchè ci sono stati casi, in cui anche dopo venti anni è avvenuto un risveglio.
Ma l'Italia è in ambaradan! Ai posteri l'inutile sentenza, diceva mio padre.
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di Franco Penza
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Testamento Biologico
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Riflessioni
Pensate davvero che una persona in coma irreversibile possa accettare di vivere una vita intera su un letto?
E farsi toccare anche nelle parti intime della sua persona, per amore o neccessità, da mani non sempre familiari, senza risentire di quel pudore che é innato in ogni persona? A maggior ragione, se per un paradosso della vita, dovesse rendersi conto della situazione in cui è destinata a passare il resto della sua vita.
La dignità non consiste solo nel saper accettare la sofferenza, perché essa ha un termine, DEVE AVERE UN TERMINE. Anche Nostro Signore, dopo tanta sofferenza, sulla croce disse: "PADRE, PERCHE' HI HAI ABBANDONATO. E la sofferenza finì.
Ecco, per me un malato in coma irreversibile, a maggior ragione se cosciente (spero che non accada mai), dirà non solo al Signore, ma a suo padre: "PERCHE' MI HAI ABBANDONATO!".
La dignità consiste, infatti, anche nel viverla la vita.(E scusate la cacofonia). La dignità al lavoro, alla libertà di parola, alla libertà dì scelta, al dialogo, al confronto.
Vivere la vita non è solo avere gli occhi aperti e un cuore che batte. Vivere la vita é avere gli occhi aperti, un cuore che batte, muoversi, correre, gioire, soffrire, ridere, piangere, emozionarsi, gridare, lavorare, crearsi una famiglia, darsi una meta, scalare la montagna, mettersi in gioco, confrontarsi con gli altri, contribuire alla vita in comune; e se non sei ateo, pregare e ringraziare il Signore per aver contribuito a realizzare tutto questo.
Purtroppo in alcuni casi, per un bizzarro destino, questo non può avvenre, e si diventa un vegetale. Umano e dignitoso con gli occhi aperti e un cuore che batte, ma comunque un vegetale.
E io non credo che il Signore voglia questo, perché dovrebbe volerlo?! Non credo che per dimostrargli amore voglia sofferenza. Un padre non vuole che un figlio soffra per sentirsi amato. Al contrario, se necessario, soffrirà per lui senza chiedergli niente se non la sua spontanea e sincera benevolenza.
Credo che Nostro Signore abbia finalizzato la sofferenza.
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di Alessandro Aldi |
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La Casa Santa dell'Annunziata o Ave Gratia Plena
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La Casa dell'Annunziata fu eretta nel XIV secolo in epoca angioina come ex voto di due nobili napoletani liberati dalla prigionia. Vi fu poi istituita una confraternita di Battenti e Repentiti, cui si iscrissero i maggiori feudatari del Regno, che fondò un ospedale per gli infermi poveri. La memoria popolare attribuisce ai confratelli il ritrovamento in una notte del 1322 di una neonata in fasce su cui era scritto "buttarsi per povertà"; da questo momento raccogliere e nutrire i trovatelli fu lo scopo principale dell'opera pia. La regina Sancia, moglie di Roberto d'Angiò, nel 1343, eresse a sue spese una nuova chiesa con un grande ospizio che, con il tempo e l'accrescersi delle ricchezze, moltiplicò le opere di beneficenza, tanto che si fondò pure un Banco di prestiti su pegni.
Il continuo aumento delle spese e una cattiva amministrazione determinarono nel 1702 il fallimento del Banco per quattro milioni di ducati. Questo dissesto ridimensionò le opere di pietà che si limitarono all'assistenza ai bambini abbandonati. Uno spaventoso incendio poi distrusse gran parte dell'edificio dell'ospedale e l'intera chiesa nel 1757. Il complesso fu ricostruito successivamente su progetto del Vanvitelli. Dopo varie ristrutturazioni dei servizi e l'istituzione della Casa di Maternità, l'Annunziata è pervenuta quale ente di assistenza fino al 1977, anno in cui le sue competenze furono smembrate per la riforma sanitaria.
Il patrimonio documentario che conteneva fino alla fine del secolo scorso oltre seimila pergamene tra diplomi regi, Vicereali, Bolle Pontificie, testamenti, atti notarili, oggi purtroppo comprende soltanto 661 pergamene che vanno dal 1194 al 1773. Molto più consistente è invece l'archivio cartaceo che tra registri, fasci e fascicoli, comprende circa 7.500 unità archivistiche che si riferiscono alle diverse attività della Casa Santa, alla gestione del suo patrimonio, all'attività del Banco e vanno dal XV secolo al 1950. Si distinguono tra questi le serie Deliberazioni e Filze dei Projetti, che riguardano i bambini anonimamente abbandonati attraverso la Ruota degli Esposti.
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di Concetta Aldi
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L'uomo sbarcò davvero sulla Luna?
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Milioni di persone credono che l'atterraggio sulla luna sia stato una truffa da 25 miliardi di dollari perpetrata dalla Nasa, come suggeriva il controverso servizio fotografico che David Percy presentò sulla rivista Fortean Times 94. In questo articolo Roger Van Bakel interviene nella diatriba tra gli animati teorizzatori del complotto e gli esasperati ufficiali della Nasa.
I libri di storia mentono... così come i video commemorativi e le tazze di caffè con le orgogliose facce sorridenti di Neil Armstrong, Edwin Aldrin e Michael Collins. Quando Armstrong scese giù da quella scaletta proclamando che si trattava solo di un piccolo passo per lui ma di un grande passo per l'umanità, stava in realtà posando il piede su un solido palcoscenico coperto di polvere all'interno di un segretissimo studio televisivo nel deserto del Nevada. I "dottori" della Nasa falsificarono completamente l'atterraggio dell'uomo sulla luna. Più precisamente, falsificarono tutti e sei gli atterraggi sulla luna spendendo circa 25 miliardi di dollari per dimostrare al mondo che i Russi non potevano competere con gli Stati Uniti nel campo delle esplorazioni spaziali. Almeno questo è il punto di vista di Bill Kaysing, un sostenitore della tesi del complotto che apprezzò molto il servizio fotografico di David Percy. Per più di due decadi aveva provato a distruggere "la notizia più elettrizzante nella storia del ventesimo secolo e probabilmente di tutti i tempi". Nel 1976 scrisse un libro dal titolo appropriato We never went to the moon del quale dichiarò di aver venduto 30.000 copie. Kaysing, un gentile californiano dai capelli bianchi la cui vitalità sembra intaccata dai suoi 75 anni, ha lavorato come capo delle pubblicazioni tecniche per il Dipartimento di Ricerca di Rocketdyne, Santa Susana, dal 1956 al 1963. Rocketdyne è stato il fornitore del motore per gli Apollo.
"La Nasa non avrebbe potuto portarli sulla luna e loro lo sapevano" dichiara Kaysing ora autore free-lance di libri e riviste. "Negli ultimi 50 anni quando ero a Rocketdyne, fecero uno studio di fattibilità sulle missioni degli astronauti sulla luna. Si scoprì che la probabilità di successo era dello 0,0017 per cento. In altre parole, era senza speranza." Non più tardi del 1967, ricorda Kaysing, tre astronauti morirono in un incendio sulla rampa di lancio, un orrendo culmine di una lunga serie di incidenti. "Ma arrivati al 1969 improvvisamente eravamo in grado di realizzare con successo missioni su missioni. Questo è contro ogni probabilità."
Ma J.Kennedy era convinto che il tentativo fosse possibile. Infatti, nel maggio del 1961, annunciò che "mandare l'uomo sulla luna e farlo tornare sano e salvo sulla terra" sarebbe stato un obiettivo primario per gli Stati Uniti - un adempimento che riempì di orgoglio gli Americani e di meraviglia il resto del mondo. E così, come pensa Kaysing, la Nasa lo falsificò, secondo il vecchio adagio che ci ricorda come in ogni guerra la verità sia spesso la prima vittima.
Ma perché la Nasa avrebbe dovuto inscenare tutte le missioni piuttosto che ammettere semplicemente che le passeggiate lunari dovevano essere solo materia per i romanzi di fantascienza? "Lo fecero solo per denaro", disse Kaysing, "ho lavorato in aeronautica abbastanza a lungo per convincermi che fosse questo l'obiettivo".
Nessuna stella, nessun cratere, nessuna strada
Eppure l'abbiamo visto. Mai la televisione ha avuto un effetto più eclatante della trasmissione dell'atterraggio sulla luna. Si trattava del nostro primo assaggio di una realtà virtuale ed ebbe successo. Ora questo personaggio viene a dirci che si trattò di una frode. Con quali prove? Kaysing sottolineò numerose anomalie nelle pubblicazioni della Nasa e nelle trasmissioni televisive e anche nelle immagini che arrivavano dalla luna. Per esempio, perché non si vedevano le stelle in molte delle fotografie prese sulla superficie lunare? Non essendoci l'atmosfera a propagare la loro luce, non dovevano essere chiaramente visibili? E come mai non si distinguono i crateri sotto il modulo per l'atterraggio lunare nonostante il forte getto del suo motore a propulsione? Come spiegano gli esperti della Nasa le immagini degli astronauti sulla luna in cui si vedono varie luci riflesse in ogni lato dei loro caschi - invece delle zone d'ombra che l'aspra luce del sole avrebbe dovuto distribuire? E come si spiega la separazione tra un primo piano nitido e uno sfondo indistinto che si trova in molte foto, come se i creatori di effetti speciali avessero usato uno sfondo dipinto per simulare i promontori più lontani del paesaggio lunare? "Sono tutti indizi di una truffa senza precedenti" conclude Kaysing.
Ma come ha potuto realmente la Nasa realizzarli? Cosa dire delle immagini televisive che milioni di persone hanno visto nel corso delle sei missioni riuscite... la partenza del razzo dalla rampa di lancio di Cape Kennedy davanti a migliaia di spettatori... la capsula con l'equipaggio che torna a terra, le rocce lunari... e le centinaia di persone impiegate nel programma spaziale sulle quali dover contare per mantenere questo incredibile segreto fino alla tomba? "Facile." dice Kaysing "I razzi partivano con gli astronauti a bordo, ma appena rimanevano senza ossigeno la navicella deviava la sua rotta verso il Polo Sud e finiva in mare dopo aver espulso l'equipaggio. Successivamente l'equipaggio e il modulo di comando venivano caricati su un aereo militare e lanciati nel Pacifico per essere recuperati da una portaerei. Le rocce lunari erano state preparate in un laboratorio geologico della Nasa qui sulla terra. Non erano molte le persone del progetto Apollo al corrente della frode, visto che ricevevano informazioni solo sullo stretto necessario. Buoni in denaro, promozioni, minacce velate potevano aver assicurato il silenzio di quelli che invece sapevano".
Assenza di gravità, assenza di prove?
Kaysing non è il solo ad affermare che la Nasa abbia ingannato il pubblico. Oltre a David Percy c'è anche Bill Brian, 47 anni dell'Oregon, al quale viene attribuito un libro del 1982 dal titolo Moongate. Sebbene Brian pensi che l'ipotesi di Kaysing potrebbe essere fondata, lui ha provato a dare una spiegazione diversa per molte delle incongruenze. La sua teoria è che la missione partì davvero, ma è possibile che per raggiungere la luna sia stato usato un dispositivo segreto per l'assenza di gravità che la Nasa probabilmente progettò copiando parti di navicelle extraterrestri catturate. Brian, due lauree in ingegneria nucleare all'Università di Stato dell'Oregon, sostiene che la gravità sulla luna è simile a quella della terra e, più semplicemente, che la luna dopotutto ha un'atmosfera. Aveva riempito le appendici del suo libro con calcoli complessi per dimostrarlo.
Ralph René, uno scienziato con la patente di inventore, appoggiò la linea di Kaysing scrivendo due libri che gettavano dubbi sulle ricerche della Nasa. In Was it only a paper moon (1994) e Did Nasa Moon America?, René suggerisce, tra l'altro, che senza una protezione di due metri di spessore, gli astronauti "sarebbero stati bruciati dalle radiazioni" durante il viaggio. Quindi i tentativi di raggiungere la luna erano senza speranza e cinicamente inventarono tutto a spese della gente ingenua. Con grande irritazione della Nasa, milioni di persone ora dubitano dell'autenticità delle missioni lunari. Col passare degli anni l'ufficio del dipartimento dei servizi pubblici è stato sempre più impegnato nel rispondere alle domande di insegnanti increduli, scolari, scrittori e anche senatori, come Alan Cranston e Stoom Thurmond, che avevano aperto un'inchiesta. Appena un anno dopo il primo atterraggio sulla luna un giornale fece un sondaggio su più di 1.700 cittadini americani e venne fuori che poco più del trenta percento delle persone interpellate aveva sospetti sulla missione della Nasa sulla luna.
Una stima prudente di James Oberg, accolta con soddisfazione da Kaysing, ancora oggi fissa il numero degli scettici a 10-25 milioni di americani. Oberg lavora per la Rockwell, fornitore della Nasa, come ingegnere nelle missioni spaziali, con un interesse speciale al folclore spaziale.
"I miti hanno la possibilità di sbocciare sul terreno fertile della ricerca scientifica", osserva Oberg, "ogni epoca dell'esplorazione è la stessa da questo punto di vista - dall'età dei Fenici a Giasone e gli Argonauti, a Marco Polo, alle sirene, agli unicorni e tutte quelle creature mitologiche che si celano ai confini della nostra esplorazione. A mio parere è una tipica reazione umana, questo rifiuto, questo voler creare leggende sulla nostra avventura sulla luna. Non sono affatto sorpreso che queste storie o interpretazioni esistano. Anzi sono abbastanza sorpreso che non siano più diffuse."
D'altra parte, di persone disposte a credere alle fandonie se ne possono trovare molte, sia qui che all'estero. Secondo Oberg "ai bambini cubani viene insegnato, ufficialmente, che la tecnologia spaziale degli Yankee è fallita miseramente e che la Nasa è stata costretta ad inventare tutte le missioni sulla luna".
Anche molti seguaci della New Age contestano la possibilità delle imprese sulla luna, così come gli Hare Krishna, i fondamentalisti islamici e qualche chiesa cristiana non ufficiale come la società Flat Earth, i cui adepti paragonano la rampa di lancio alla torre di Babele.
L'eccentricità di queste convinzioni non serve a scoraggiare Oberg: "Io rispetto la visione del mondo che ha questa gente. Mi affascina il modo in cui ci ricordano costantemente che non è possibile fermarsi alla conoscenza comune, che non ci si può accontentare di un'interpretazione tradizionale dei fatti sebbene queste interpretazioni siano il più delle volte giuste. Inoltre trovo la loro patologia di ragionamento, o non ragionamento, irresistibile. Noi definiamo salute ciò che è ai confini della patologia, e io provo a definire il pensiero razionale l'esaminare i casi fuori dal comune."
Un sostegno di celluloide
Se la Nasa ha falsificato l'atterraggio sulla luna, lo fece nel momento più adatto. L'avvento della televisione (che raggiunse la "massa critica" su scala mondiale solo qualche anno prima delle missioni lunari) è stato utile per il successo della beffa. In questo caso "vedere" voleva dire davvero "credere". La magia dei satelliti, che resero possibile una trasmissione dal vivo globale (e interplanetaria?), affascinò e tenne sulle spine milioni di persone molto più della moda antinucleare che attirò la fantasia del pubblico 10-15 anni prima.
C'era anche il fatto che la ricerca spaziale e la scienza dei missili erano abbastanza avanzate per rendere possibile un viaggio sulla luna. "La natura strutturale della tecnologia aveva reso plausibile la missione sulla luna, ma aveva anche portato molta gente a dubitarne", afferma Gary Fine, professore di sociologia all'Università di Atene, in Georgia, specializzato in voci e leggende contemporanee. Forse ancora più importante era il fatto che lo scandalo del Watergate non fosse ancora accaduto e la gente aveva ancora fiducia nei suoi governanti. "La mancanza di fiducia nell'autorità ha la sua importanza in questa vicenda", sostiene Fred Fedler, l'autore di Media Hoaxes (1989), insegnante di giornalismo all'università della Florida Centrale. "Dopo il Vietnam e Watergate, la gente è diventata più diffidente e non è più disposta a dare ascolto al governo; la reazione immediata è quella di non credere e qualche volta di seguire il parere opposto."
Questa mancanza di fiducia continua ad essere alimentata dai mass-media, specialmente nei film e nelle produzioni televisive. E' raro trovare un film, di questi tempi, dove i governanti vengono dipinti come un gruppo di persone efficienti e competenti che servono il proprio paese al meglio delle loro abilità. L'immagine di un elite di sinistri burocrati del male attira di più l'interesse del pubblico.
Linda Degh, una studiosa di folclore in pensione che insegnava alla Bloomingthon University, nell'Indiana, attirò l'attenzione sul film Capricorn One del 1978 in un suo libro del 1993 intitolato Folclore Americano e Mass Media. Il film racconta la storia della rappresentazione di un volo su Marte. Quando gli astronauti (incluso O.J. Simpson, non ancora incriminato) ascoltano la notizia secondo cui la loro navicella risulterebbe dispersa e tutti i suoi occupanti presumibilmente morti, si rendono conto che il loro destino è segnato. Si trovano ad essere braccati dai criminali sanguinari del governo. Soltanto uno degli astronauti riusce a raggiungere la libertà e i microfoni dei giornalisti. Degh lo ricorda come "un film diffamatorio, che ipotizzava che il governo avesse deliberatamente ucciso delle persone", ed è convinta che questo diede una spinta alla teoria della truffa delle missioni lunari. "I mass media catapultano queste mezze verità in una zona oscura dove la gente può far apparire le proprie congettur come verità. I mass media hanno un impatto terribile sulle persone prive di qualsiasi guida".
Peter Hyams, regista di Capricorn One, fece il film per puro spettacolo e non perché voleva fare riferimenti alla truffa delle missioni Apollo. "Ero consapevole", disse, "che molta gente non credeva all'impresa dell'uomo sulla luna, ma non ho mai letto ne consultato quei libri. E, francamente, penso che siano totalmente ridicoli". (Nonostante ciò in un invito ad un'anteprima di Capricorn One c'era scritto: "Vi sorprenderebbe scoprire che il più grande momento della nostra storia recente potrebbe non essere mai accaduto?").
Il concetto della frode "lunare" è stato ripreso da altri produttori cinematografici. In Diamonds Are Forever (1971), James Bond si ritrova accidentalmente all'interno di un set cinematografico nel Nevada composto da rocce, da un fondale lunare e da un veicolo simile a quello della Nasa.
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Rogier Van Bakel è un giornalista olandese che vive e lavora negli Stati Uniti. Il suo articolo è stato pubblicato sulla rivista Wired, Playboy e Rolling Stone, e in altre pubblicazioni internazionali. Questo articolo è uscito per la prima volta, in forma diversa, su Wired.
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Incensiere o Demolitore
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Ambaradan del Mondo
Arredo nelle funzioni sacre, consiste in un vasetto sostenuto da catenelle, nel quale è un po’ di fuoco e si mette l’incenso. Il turiferario è il chierico che porta il turibolo. Tutti incensieri o pettegoli o pennaioli? Adulare, esaltare, lodare, glorificare o svilire, criticare, calunniare, diffamare.
Qualcuno distribuisce libertà in cambio di denaro. Esistono gli incensieri a pagamento e i turiboli patologici a costo zero. Abituati a recuperare dal basso di socratica memoria, spesso si pigliano cantonate. E si riceve sul viso verdura di ogni genere per ringraziamento. Le ombre caratteriali negli altri si esorcizzano, inventando personaggi o difensori della cultura mercenaria o del nulla. Una parodia tra i sultani di un’epoca sono i capi di governo, che addormentano il Paese popolare (come la Chiesa) ed esaltano il paese leggero e ricco. Seguendo le mie inclinazioni genetiche di figlio di nessuna casta privilegiata, appiattendo il mondo virtualmente con le sue miserie e le sue ricchezze per un bene transeunte, ho tentato di amare il prossimo, ma il prossimo oggi delirante di onnipotenza ha stravolto il concetto di bontà ed odia il vicino di casa se ha una lira in più di lui.
Un Personaggio dimenticato da Torre Omnia
Nel 1962, dopo un’esperienza di malattia, conobbi Pierino Vitiello in via Piscopia presso il vinaio, che mi spedì al Cardarelli per avermi messo sulle spalle polvere di marmo nelle notti di luna piena per guarirmi da un raffreddore perenne. Figlio del ragioniere, che preparò Crescenzo Mazza, medico, alla carriera del parlamentare, e fratello di Vittorio, attore comico, si dedicò agli altri, in un impeto d’amore universale che celava un periodo appannato della sua gioventù. Lo ricordo direttore responsabile, quando ho collaborato al Corallaccio, e quando formò la squadra di calcio dell’Istituto d’Arte ed a me permise di giocare solo un tempo, contro il suo istituto di Ragioneria, perdendo per 6 a 2. Ricordo la polemica con un consigliere comunale comunista, che passò nelle fila dei democristiani ed egli su un manifesto gli dette del voltagabbana e del debosciato. Ricordo il suo Razullo, alla De Marco, da cui Totò aveva copiato il repertorio. Ricordo le sue entrate plateali nel consiglio comunale, quando si odiavano i fascisti e i comunisti. Ricordo il suo canto nella Parrocchia di Santa Croce. Non era un poeta, né uno scrittore, ma un cronista della sua epoca, consapevole che oggi gli ignoranti stampano a profusione. Qualcuno nel Parlamento europeo sputa sul Parlamento italiano. Esempio di padreternismo nosocomiale La polemica con un esponente della camorra per abusi di spettacoli fantasma retribuiti ad alto livello fu veramente un atto di coraggio per la parentela del personaggio con gli alti gradi della gerarchia delinquenziale. La commedia presentata a Milano, nell’ospedale del prof. Veronesi dalla sua compagnia teatrale è una valida prova della sua professionalità e del suo eclettismo. E nel conto finale trovi i problemi economici, i problemi fisici dei parenti e degli amici. Ma non subì mai una lezione di matematica per una forma di idiosincrasia per i numeri, benché ragioniere. I torresi sono arenati ad un servaggio baronale sia nella vita che nell’arte. Uno sproloquio per dire che, in una città di dilettanti, in molti campi della cultura, dare del dilettante a Pierino è fuori luogo. Tutti sono dilettanti della vita. Il professionismo è valutato dalla pecunia che si riesce a produrre. Io sono sempre un Novizio. Dopo 40 anni il mondo esalta lo sbarco sulla luna. Che fu un bel film prodotto dalla NASA. Il mondo cammina sulle falsità. E purtroppo non so se esistano davvero malattie incurabili per un gioco di potere economico.
Per oggi basta. Saluto nel torrido caldo dell’estate, rammaricandomi di non potermi più tuffare nelle acque inquinate di Chiarina a mare, vicino al macello, dal quale, dopo l’uccisione degli animali, il sangue, alimentava le cozze, che io nel Monastero mangiavo sulla pasta, se c’era, minuzzaglia, distribuita gratis ad Ercolano, a piedi per necessità biologiche ed economiche.
P.S. Questa la risposta al sig. Mari, non pubblicata, ad una richiesta d’inserimento tra i personaggi torresi di Pierino.
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di Franco Penza
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IL PETTEGOLO
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Tutto in pochi minuti. Notte di Capodanno. Un ballo, un amplesso e poi il vuoto. Lei professoressa di lettere classiche, lui un giornalista di provincia, con accento napoletano. Lei piena di retorica, lui acqua e sapone. Lui voleva iniziare un dialogo. Lei fredda e scostante calcolatrice l'ha respinto. Egli monta sul treno, a Salerno, ne discende, a Scala telefona, la invita alla Stazione, lei gelida risponde che sta cucinando.
Mortificato, lui si mette in moto, va a casa e le riconsegna la tesi di laurea, della quale pubblicherà una parte su L'Infinito. Ancora più gelida l'atmosfera. Lei lo ignora, il padre vede la TV, la sorella canticchia, la madre a stento saluta.. Finalmente lei gli dedica un minuto e durante la breve conversazione, viene alla luce l'intero dramma esistenziale della professoressa.
Lui saluta cortesemente, lei lo accompagna alla porta, gli accende la luce delle scale, richiude subito la porta. E l'idea amore va a farsi benedire.
Sul treno accelerato, che lo riportava a casa, sentì:"Distruggiamo la borghesia, forza proletari, abbattiamo il capitale..." E gli venne in mente che probabilmente, anzi sicuramente, il pettegolo si era divertito ancora una volta a parlare male degli altri.
Questo episodio avvenne, dopo il capodanno trascorso al Valleverde di Corbara, dove mio fratello Franco aveva presentato lo spettacolo con cena della mezzanotte del '74, in attesa di Peppino Di Capri con la poesia di Prevert "Questo Amore" in italiano, francese e in napoletano e dove i due si erano promessi. Al pettegolo stavo per dare un nome, ma lasciamo tutto nella nebbia dei ricordi. In fondo la gelosia è uno dei mali del mondo della mediocrità.
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di Concetta Penza
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