GIUSEPPE PENZA  
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Riflessioni sulla poesia di Giuseppe Penza
Il poeta Giuseppe Penza vive in un'atmosfera tutta sua, particolare. Attento osservatore della vita quotidiana di tutto ciò che capita intorno a Lui, ogni cosa lo commuove, lo incuriosisce, lo tange, ma Egli apparentemente distaccato, freddo, non curante. Solo quando leggi le sue note, i suoi appunti, gli scritti, i racconti, dà una musicalità fresca, come il suono di piccole perle, che ti scappano di mano in un catino pieno d'acqua e "splash" ti creano l'onda.
Le sue poesie sono dei quadretti di vita acquarellati, tenui, chiari, che col tempo non si sbiadiscono, né si cancellano. E' un invito a non essere superficiale, perché ogni piccola iota che è intorno a noi se guardata con amore trasforma il nostro cuore. Niente gli appartiene, troppo debole per problemi troppo grandi, quindi guarda e passa, "filosofia della vita" -così Lui diceva. Invece con il suo sguardo quasi incantato osserva profondamente gli uomini e le cose che lo circondano: il dolore umano, la felicità della giovinezza, il cielo sul suo capo, i fiori intorno, il mare, lontano e ascolta i lamenti, le risate e i dolci suoni di una campana o di una cascatella d'acqua.

Filomena Marturano con Eduardo, Tamara Lees e Penza.

Il cardinale Penza nel film Maddalena.

Penza in Napoletani a Milano
La sua sensibilità quasi senza vita si trasforma e lui la imprime sul foglio bianco con parole semplici e chiare: e si trova a raccontare così di amori, di madri, di miracoli, di amicizie e di cose grandi come Dio. Non scorda mai la cosa più reale su cui si fonda la sua regola di vita, di semplicità e di umiltà: la morte.
A lui basta poco per esser felice e aspettare così la morte, cioè, la verità. Attraverso il sorriso di una bella donna, il fumo di una sigaretta, l'aroma di una tazzina di caffè, queste sue pennellate man mano si ravvivano al suono di un ritmo nuovo una cornice invisibile ma ben contenuta.
Il suono dei versi, delicati, scorrevoli sembrano le voci di un bimbo che gioca sulle rive di un ruscello e si diverte a gettare fiori nel suo letto e che per ogni fiore che cade si alza un inno continuo di vita per attimi di libertà conquistata, a cui il Penza anelava, tenacemente, con sacrifici, che gli hanno dato una esistenza difficile. Nunzia Marino
 
Giuseppe Penza: La vita
Giuseppe Penza venne al mondo il 16 maggio del 1915, figlio d’un attore drammatico, amministratore della Compagnia di Vincenzo Scarpetta, direttore delle compagnie "La Vittoria" e "La Trionfale", in piena azione bellica. Nacque figlio d’arte nel tremendo periodo della guerra italo-austro-ungarica.
Fortunato figlio di chi si esibiva davanti a S.M. Vittorio Emanuele, prendeva parte a numerosi film e militava con Raffaele Viviani ed Eduardo De Filippo.
Sua madre, del varietà, seguiva le orme di Leopoldo Fregoli, quindi "Fregolina" per le molteplici trasformazioni. È facile anche crescere senza una gamba o con un occhio solo, ma non senza affetto, senza amore. Una pagliuzza trasportata dal vento cieco alla vita.
Vagabondava di contrada in contrada. Al rione Materdei di Napoli il giovane Giuseppe, si accostava agli esseri umani con volontà di inserirsi, con desiderio di vivere con slancio ed impetuosità che è la caratteristica della prima gioventù, e fu aiutato dal buon padre Salvatore La Rovere.
Ma la vocazione ecclesiastica non trovò posto nel giovane animo. Tanto meno la scuola poté farlo suo, nonostante le esortazioni dello scrittore Michele Mastropaolo, direttore della scuola elementare "Mario Pagano". Ma un raggio di sole apparve all’orizzonte: lancio al teatro Trianon di Napoli con la compagnia Maggio nel '24. Un debutto felice, poi tutto come prima. Le cattive compagnie. Quindi il "Cesare Beccaria" di Milano. Vita dura, castigo, digiuno.
Quattro anni di rieducazione, quattro anni vuoti e angosciosi. Ma un giorno Carnera visita l’istituto. Il fanciullo smarrito sembra aggrapparsi ad uno scopo. Organizza degli incontri di pugilato. L’entusiasmo riesce a rasserenarlo. A 18 anni era nobile dedicarsi al pugilato, nel senso più sportivo del termine.
Aveva bisogno di viaggiare, di conoscere paesi, uomini, cose. Reclutato a Ferrara, trasferito a Vicenza, frequenta un corso di motorista nell’Aeronautica. Compì numerosi voli. Era bello volare nel cielo immenso come il mistero della sua esistenza. Da Vicenza ad Aviano, da Aviano in Africa, da Asmara al centro di Gura, poi il rimpatrio. Recitò insieme con la madre, poi ritornò a Napoli. Tempi difficili. Peregrinava qua e là. Cantava, recitava come un istrione.
Poi tutto finì. Ritornò in Africa Orientale, con la Divisione Granatieri di Savoia. Rientrò in Italia e si impiegò presso il convalescenziario di Torre del Greco amministrato dall'l’I.N.P.S. dove incontrò e sposò la donna dagli occhi d’un fascino strano che gli dette quattro figli.
Nel '42 per aver donato del carbone ad un bisognoso liticò con l'economo dell'ospedale. Il licenziamento conseguente determinò l'indirizzo futuro di tutta la sua vita sulla quale già pesavano la guerra, la miseria, la fame, gli stenti, la stanchezza, il richiamo alle armi, il combattimento.
Il dopoguerra fu duro per tutti, nè tanto meno per lui. Girovagava. Poi il ritorno al Teatro, ma come maschera. Il trionfo, la gloria, le illusioni di gioventù crollano.
Sulla ribalta i genitori raggianti ed egli la loro maschera. Con un inchino li ossequia e si sente la maschera più importante del mondo, perché figlio d’arte, attore per la vita e maschera per vivere. Luigi Mari
 
IL GLOTTOLOGO RENATO DE FALCO
Commento ai SONETTI CANTI FRAMMENTI di Giuseppe Penza
Gentile dottor Penza,
mi creda: l’aggettivo che Le rivolgo non è di circostanza o di stile, ma di appropriata pertinenza perché solo un animo squisitamente gentile come il Suo poteva concepire ed attuare il divisamento di offrire alla dolce e cara immagine paterna la filiale testimonianza di affetto che Lei si appresta a tributarle.
“Onora il Padre”, fu l’alto comandamento che risuonò tra gli ardenti roveti del Sinai, oggi tanto spesso inascoltato pur se perennemente attuale; e ad esso Lei sa aderire in piena e partecipe dedizione.

Tramandare il ricordo del Suo Papà è un atto dovuto, perché è stato un uomo vero, capace di affrontare la vita –e una vita non facile- con impegno animoso e sorridente, con lena impavida e tenace, con spirito di sacrificio encomiabile e in totale attaccamento ai doveri del proprio mutevole stato: ma soprattutto con amore e fede: Amore e fede specularmene riflessi in quel Suo fluido far poesia, nel Suo accostarsi alla delicatezza di un fiore e al sorriso di un bimbo come al mistero del dolore ed agli interrogativi del non comprensibile con la medesima, attonita apertura di un cuore delicatamente pensoso e sensibilmente recettivo…
Ed è stato proprio il dono eccelso della fede a muovere ed illuminare il Suo pensiero: quel pensiero che ha saputo sublimarsi nei versi struggenti delle estasianti “Laude”, nelle plastiche sequenze di eventi straordinari, di sacrali ricordi, di intense speranze, ma anche di ironici bozzetti e di ammiccanti amenità. Tutto il Suo comunicare appare saldamente ancorato al buon senso, all’equilibrio, alla misura: solidi ed esemplari pilastri di quella rettitudine in Lui intrinseca che ne ha sempre segnato il cammino.
Benvenuta, quindi, caro dottor Penza, la pubblicazione integrale che può definirsi “il pensiero” del Suo straordinario Papà: pensiero di cui Lei ha voluto rendere apprezzato conoscitore ed estimatore convinto il Suo cordialmente grato

Renato De Falco - Glottologo della Lingua Napoletana